Confusioni linguistiche

Ormai siamo sempre più circondati da remake, reboot e quant’altro, tanto che spesso tendiamo a fare un po’ di confusione nell’uso della terminologia, la qui presente persona inclusa ovviamente. Per questo ho pensato di fare un po’ di chiarezza sull’uso di questi inglesismi e spiegarne l’etimologia.

Remake e reboot non sono sinonimi. Remake, come suggerisce il significato della parola, che in italiano potremmo tradurre con “rifacimento”, è proprio questo, il rifacimento di un’opera cinematografica. Il termine, come suggerisce il De Mauro, è entrato in uso nel 1956 e com’è facile immaginare trova le sue radici nella lingua inglese. Una pellicola, di solito a distanza di anni, viene ripresa in mano e rielaborata, con lo scopo di aggiornarla, o meglio di renderla più appetibile, per il pubblico contemporaneo o di renderla accessibile a una diversa cultura o regione. Solo dettagli di minore importanza vengono cambiati rispetto alla storia originale, mentre le vicende alla base della trama rimangono pressochè inalterate.

Sull’etimo della parola reboot ci sono un po’ di cose da dire. È uno di quei termini che, a differenza di molti altri che lo fanno solo nel corso di centinaia di anni, ha mutato significato nel giro di un decennio. È un termine che arriva dall’informatica e che si usa ancora oggi per indicare l’atto di spegnere e riaccendere il computer o un programma. In questo contesto viene utilizzato già agli inizi degli anni ’70. Ma l’etimologia di questa parola ha radici ancora più profonde. Reboot nasce dall’aggiunta del prefisso re- a “boot” (usato anche in alternativa nel termine bootstrap), usato in informatica per indicare l’insieme di processi eseguiti dal computer durante la fase di avvio. “Bootstrap” viene usato nell’idiom inglese “by one’s own bootstraps”, idiom dai vari significati, attestato nell’uso già dalla metà del diciannovesimo secolo. Il termine in questione era però già presente all’inizio del diciottesimo secolo, senza accezioni figurate, con il significato di tirante, usato per indossare gli stivali. Ora però la smetto con le divagazioni storiche. Al giorno d’oggi per reboot cinematografico si intende la ripresa di un film modificandone però profondamente la trama e il contesto, mantenendo inalterata solo l’ambientazione dell’opera originale. Una delle ragioni principali per le quali un regista sceglie di fare un reboot è indubbiamente quella economica, nella speranza di attrarre il pubblico di affezionati del film originale. In alternativa una motivazione può anche essere il tentativo di rendere omaggio a un particolare regista o a un’opera rimasta cara nel cuore di chi si occuperà del nuovo lavoro.

L’utilizzo di questi due termini, benchè ormai molto popolare, non è assolutamente ristretto al mondo del cinema, ma sta ormai prendendo piede anche nell’ambito di serie tv, videogiochi e molti altri prodotti di natura più o meno artistica. Spesso viene da chiedersi se sia realmente necessario attuare un’operazione del genere, soprattutto su una pellicola che, nella sua versione originale, ha avuto un indiscutibile successo. Esistono leggi del mercato che giustificano certe scelte e non essendone un esperto mi limito a tacere. Quello che è certo è che, per un remake, viene spontaneo fare un confronto con il film originale, perché le opere dovrebbero essere a grandi linee le stesse. Per i reboot la questione si fa complessa, i lavori sono essenzialmente differenti e farne un paragone, giungendo a conclusioni del tipo “è migliore”, “è peggiore”, suona un po’ vuoto di significato. Un po’ come, ma è un mio parere personale, confrontare un adattamento cinematografico con il libro a partire dal quale l’adattamento si è ispirato, e non pensate che non sia mai caduto nella trappola anche io. Sono semplicemente due prodotti estremamente diversi, con un target diverso e scopi di intrattenimento dalle sfaccettature differenti.

-RadicalGing

3 pensieri su “Confusioni linguistiche

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