Michele Mari: tra pop e beata solitudo

Altro compagno di merende delle bacheche Facebook di quarantenni ispirati e adolescenti (spesso del gentil sesso) pseudo alternativi è Michele Mari, classe 1955, scrittore della scuderia Einaudi che negli ultimi anni sembra essere diventato l’unico baluardo della poesia italiana. Con il suo Cento poesie d’amore a Ladyhawke riesce a macinare vendite su vendite, quasi 200 – 500 a settimana, facendo la fortuna della famosa collana della copertina bianca (di cui fa anche parte Alda Merini, di cui vi ho parlato qui).

Ti cercherò sempre

sperando di non trovarti mai

mi hai detto all’ultimo congedo […]

Già con questo piccolo estratto, preso dalla sopra (e sovra) citata raccolta, riusciamo a comprendere il perché di tanto successo. Michele Mari, per quanto si ostini a vivere in un regime di perfetto isolamento, di solitudine che a quanto pare è la sua unica compagna e unica via di vita, risulta con il suo lavoro poetico (che a sua detta, è il meno suo tra i suoi lavori) pop, masticabile da tutti.

[…] Non ti cercherò mai

sperando sempre di trovarti

ti ho risposto […]

Versi scarni, semplici, senza fronzoli, pieni di citazioni pop (una tra tante il Bates Motel di Psycho), ma con uno spiccato gusto di ricerca, con qualche eco di scritti più o meno aulici, tra Divina Commedia e l’inferno in cui viviamo. L’ironia scorre nei versi e, tra un sorriso strappato, un ricordo risvegliato, tende a farci atterrare con piedi di piombo sul terreno duro della realtà.

[…] Al momento l’arguzia speculare

fu sublime

ma ogni giorno che passa

si rinsalda in me

un unico commento […]

Questo terreno però è duro anche perché battuto da tempo, da moltitudini di poeti e scrittori che, sfruttando il tema dell’amore non corrisposto, son riusciti, tramite la loro bravura, a trovare il proprio spazio e a creare nuovi sentieri. Dobbiamo ammettere che anche Mari è riuscito a trovare il suo fazzoletto di terra, ma imboccando un’altra strada, rimanendo fermo allo stato di Autore Feticcio, che ha condannato il suo libretto a tanta fama, quando in realtà (e anche per sua ammissione) ci sarebbero molti altri libri, sia suoi che non, che dovrebbero avere lo stesso destino delle Cento Poesie.

La qualità c’è, non si può negarlo, lo stile anche. Ma proprio questa semplicità forse troppo ricercata, questo continuo senso di caduta, dovuto anche all’ incalzante fenomeno dell’ Accapismo (l’andare a capo alla fine di un verso, a metà frase, o quando si è scritto solo una parola, fenomeno ormai dilagante in tutte le opere poetiche di giovani e di chi si ostina a fare il gggiovane) risulta alla fine della raccolta un po’ scontata, artificiosa, andando a discapito di alcuni componimenti che troviamo di grande intelligenza.

Forse però è proprio questo l’intento di Mari, ovvero il metterci davanti a qualcosa di costruito per sembrare semplice, di intellettuale ma pop, per farci riflettere sulle divergenze e le differenze che ci rendono tali. O Forse semplicemente è solo un commento che fa a noi, i lettori, e a lui, lo scrittore:

“[…] e il commento dice

due imbecilli”

-Marco

L’immagine dell’Header è stata creata da ©andreasettimo per ©IlTascabile per questa intervista

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