Signorina Buonasera

Oggi sono lieto di ospitare qui sul blog il racconto di un mio caro amico, Marco.

Marco Amici è studente di Culture e letterature del mondo moderno presso l’Università degli studi di Torino. Scrive da molto tempo, soprattutto poesie ed è un grande esperto di Agatha Christie e del mondo della celebre giallista.

Di recente ha scritto questo racconto che con enorme piacere qui sotto vi propongo. Lasciatevi deliziare dalle sue parole!

Era pieno gennaio e, come diceva l’uomo della radio, il freddo artico aveva deciso di accamparsi in Italia come uno di quegli inglesi che svernano in Costa Azzurra. ‘Meno male che c’è il sole,’ pensò la signora intenta a sistemare i panni sul filo ‘almeno il bucato si asciugherà ben bene. Speriamo s’alzi un po’ di vento.’ Stava cercando, con equilibrio precario, di sistemare il cesto con le pinze da bucato su uno sgabello vicino alla ringhiera, quando fece cadere un paio di calze di sotto.

Nello stesso momento un signore, intento a spargere sale sul ciottolato del piccolo cortile, si trovava esattamente nella traiettoria delle calze, che gli caddero in testa. “Ma cosa…!?” pensò subito l’omaccione, che prese le calze e, guardando in su, vide la signora del quarto piano che si sbracciava e urlava le sue scuse con quella voce che tutti conoscevano: la voce della Signora Buonasera della radio. “Non si preoccupi non si preoccupi, gliele porto immantinente,” rispose a sua volta sventolando tra le mani le calze umidicce “poggio il badile e vengo da lei!”

L’omaccione con la testa calva si scioglieva come burro sul pane caldo ogni volta che sentiva la voce di quella femmina annunciare l’ennesima canzonetta o quando augurava una buona notte all’Italia  in ascolto. Lui, Tazio, aveva il privilegio di abitare nel suo stesso stabile. Solo due piani li dividevano, rampe di scale, muri di cemento e qualche porta in legno. Una cosa che lo faceva sentire fortunato, contento.

Lasciato il badile e il sacco di sale in mezzo al cortile, si precipitò verso la tromba delle scale, mentre, molto più su e senza il fiatone, la Signorina Buonasera, così la chiamavano tutti, ormai anche fuori dalla radio, aveva appena finito di stendere i panni e si apprestava a preparare il caffè per ringraziare l’uomo gentile. Acqua fredda fino alla valvola, tanto caffè e fuoco lento, basso, calmo, come il tono jazz di quei cantanti d’oltreoceano che tanto andavano nei cafè sotto i portici.

Il campanellino della porta del ballatoio trillò “Di già? L’ultima volta ci ha messo dieci minuti a salire su per le scale… speriamo solo non sia sudato come al solito” pensò, infilandosi il visone per andare ad aprire la porta.

La Signorina Buonasera abitava sola, in quella via centrale, da parecchi anni. Nessuno sapeva se fosse vedova, se il marito fosse scappato o se addirittura si fosse mai sposata. Non c’era fede al dito, ma questo non voleva dire nulla. Erano quasi gli anni ’40: gli aerei sfrecciavano nel cielo, c’erano il telefono, la radio, i telegrammi, le macchine, l’elettricità! Le donne erano emancipate, non potevano votare, questo è vero, ma in fondo, dove finiva il diritto, iniziavano i soldi e se una donna ne aveva abbastanza aveva tutte le libertà di cui necessitava.

Sul pianerottolo, eccitato, sudato e senza fiato, stava l’omaccione, con le calze tra le mani che sgocciolavano lentamente sul pavimento e sulle sue scarpe, già imbrattate. Le strusciò velocemente su uno zerbino cercando di far meno rumore possibile. Vide l’ombra della Signorina Buonasera dalla porta a vetro smerigliato, la porta del Paradiso, come amava chiamarla lui nei suoi pensieri. Si sbrigò a tornare in posizione e si impose un bel sorriso, cercando di non apparire troppo tirato.

Due giri di chiave, il saliscendi spostato e la porta si aprì. Davanti ai suoi occhi si trovava l’uomo, con un sorriso decisamente troppo tirato. “Grazie mille signor Pastroni, lei è sempre così gentile. Una volta le calze, l’altra i gambaletti. Chi è malizioso potrebbe pensare male!” finì la donna esplodendo in una risata grassa, da diva. Lui era estasiato. “Bisogna aiutarsi tra noi vicini! Ma la prego, ecco le sue calze, non hanno toccato terra, sono ancora intonse, hanno toccato solo me e le giuro di esser pulito, eh!” e anche lui si adeguò e provò a ridere in maniera calda, ma gli riuscì soltanto una risata molto sguaiata e un po’ fuori tono. “Grazie mille, ma non stia qui sulla soglia, venga. Ho lasciato il caffè sul fuoco e non vorrei che la moka mi facesse brutti scherzi. Prego.” detto ciò lo tirò sul ballatoio, chiuse la porta, e lo spinse verso casa sua.

Si fermarono lì davanti, lei aprì la porta ed entrarono nel calore dell’alloggio. La stufa a carbone della cucina aiutava a mantenere gli altri ambienti al caldo. La moka stava fischiando: “Mannaggia!” disse lei, che con uno scatto si diresse in cucina. “Togliti il pastrano, lo puoi appoggiare sulla cassapanca. Ah!” si zittì un attimo “Non è nulla, mi sono solo bruciata un po’, ma va tutto bene. Zucchero no, vero?” chiese lei. “No, grazie, mi basta,” rispose lui, fece una pausa, prese il respiro e continuò “mi basta quello che mi dai tu” e si diresse anche lui in cucina. “Tesoro, sei così dolce, ma non dire queste cose a voce troppo alta. Tua moglie è in bottega, questo sì, ma qua i muri hanno le orecchie,” lo baciò sulla pelata per poi pulire lo stampo che gli aveva fatto sulla testa “bevi, è ancora caldo.” Gli porse la tazzina, uscì dalla cucina e tornò senza la pelliccia. Accese la radio e si sintonizzò sul canale, il suo. L’omaccione prese con una mano la tazzina, la portò alle labbra, e con l’altra mano sfiorò le gambe di lei. “Le calze ti hanno acceso lo schiribizzo, che tenero che sei, ma lo sai che non c’è tempo. I tuoi figli torneranno presto da scuola e se non ti vedranno si faranno delle domande” lo gelò. Dispiaciuto, ritrasse la mano e bevve il caffè bollente.

Alla radio suonava un lento delle Lescano, quando la canzone finì, la voce chiara e forte dell’annunciatore iniziò a leggere l’ennesimo bollettino. “Sai, stavo pensando,” riprese lui “mon chiameranno i miei figli al fronte molto presto, ma prima o poi succederà. Tutto questo mi fa sentire vuoto, inutile. Per cosa ho combattuto io? Ne è valsa la pena? Doveva esser la guerra per finire tutte le guerre, eppure…eppure non è servita a nulla!” sembrò quasi urlare, dalla concitazione strinse talmente forte la tazzina che gli scivolò dalle mani e cadde a terra, ma non si ruppe.

“Scusami, mi son fatto prendere. Mi sento senza senso, tutto non ha senso. Meno male che ci sei tu.” Altro silenzio. Lei si fermò dietro di lui, con lo strofinaccio tra le mani. Sapeva dove voleva andare a parare, quindi raccolse la tazzina e si diresse al lavabo in marmo. Aprì l’acqua e non pronunciò parola. Lui riprese il discorso “Mia moglie non capisce perché sono cupo. Non ha capito cosa sta succedendo. I miei ragazzi son più svegli, ma ancora son piccoli. Sono solo senza te, capisci?” Il fiato gli si spezzo in gola, ma lei non dava nessun segno. “Perché non ce ne andiamo, io e te? Prendiamo la mia macchina e spariamo, la frontiera non è lontana. Che ne dici?” Ora il singhiozzare era un pianto silenzioso, composto ma isterico.

La donna chiuse il rubinetto, si asciugò le mani e ripose lo strofinaccio. Non sapeva come comportarsi in queste situazioni. Cercò di fare il suo meglio, si avvicino a lui e lo abbracciò, accarezzandogli la testa. “Tazio, ma cosa stai dicendo? Non ha senso. Ci bloccheranno alla frontiera. Io sono ebrea e tu pesi un quintale, daremo subito nell’occhio. Poi cosa direbbe tua moglie? Lei non ha fatto niente di male per esser abbandonata e ha bisogno di te, anche se non sembra. Tu devi farti forza.” Gli spostò la testa giusto per guardarlo negli occhi. “I tuoi figli hanno bisogno di te, di qualcuno che gli spieghi perché la guerra è sbagliata. Lo so che fa male, ma cosa bisogna farci? Diamoci una scossa e continuiamo ad andare avanti.” Lo baciò. Stettero in silenzio per un po’, poi lei riprese “E poi lo sai, io ci sarò sempre, ma non a tempo pieno, questa storia si fonda sul non esistere, lasciamola così, come un feuilleton, come uno di quei bei drammi. Vedrai che almeno questo basterà a tenerti sull’attenti” gli sorrise. Sembrava più calmo, guardò l’orologio alla parete e fece uno scatto “È ora che me ne vada. Grazie mille.” Si recarono alla porta del ballatoio “Me lo dici, dai, almeno una volta” la pregò, lei finse di essere stizzita, ma l’accontentò.

Si mise in posa, lo guardò negli occhi e, con la voce che scaldava i cuori a tutti gli Italiani, a casa e al fronte, disse le parole famose “Dalla vostra Signorina Buonasera, una splendida e dolce buonanotte.” Era contento, quasi felice. Poi passò la soglia, lei chiuse la porta. Era tornato alla realtà. Con il sorriso.

Marco Amici

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