Elizabeth Strout: dal Maine a Torino

Il mio viaggio attraverso i Giorni Selvaggi è stato breve ma intenso. La serata al Circolo dei Lettori con Elizabeth Strout è stato il primo evento culturale di un certo spessore al quale ho partecipato dopo l’estate, e si è rivelato essere un inizio col botto. Lì ho visto per la prima volta la scrittrice statunitense che ha vinto il Premio Pulitzer (2009) con la raccolta di racconti Olive Kitteridge.

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Davanti agli occhi mi si è presentata un’amabile signora che per il modo di fare elegante e raffinato mi ha ricordato un’altra amabile signora, celebre per risolvere i delitti con una grassa risata finale (sì, sto parlando di Jessica Fletcher). Non a caso vengono entrambe dal Maine. Svarioni a parte, l’autrice ha dialogato con una scrittrice nostrana, Elena Varvello (che tendeva un tantino a monopolizzare la scena), che ha dato il via al dibattito parlando dell’importanza che i libri della Strout hanno avuto per lei. È una motivazione comprensibile, nella quale molti di voi vi ritroverete. Le storie di Elizabeth ci aprono gli occhi sull‘esistenza delle altre persone, esistenza in quanto presenza di un individuo unico e irripetibile, rivelando un mondo grande, quasi gigantesco, ma spesso ristretto al nostro solo punto di vista.

La vastità del mondo è rappresentata, nel suo più recente romanzo, Tutto è possibile (Einaudi 2017), dal Cielo, con la c maiuscola, del Maine. La protagonista ha bisogno di quel particolare ambiente, diverso dal cielo di New York. I personaggi creati dall’autrice sono estremamente affascinanti, non a caso lei stessa sostiene di essere ammaliata dalle persone, dal desiderio di sapere quello che provano, quali emozioni serbano. Anche per questo la Strout è sempre molto rispettosa dei suoi personaggi, perché li vede unici, misteriosi, con qualcosa di privato che li marchia a fuoco. Durante la chiacchierata ha dichiarato di non giudicare i suoi personaggi  e questo suo non giudizio le permette di amarli per quello che sono. In questo senso per lei non esiste esagerazione nelle azioni che Lucy e tutti gli altri compiono.

Anche l’ambiente famigliare è importante. La Strout ha parlato di come la madre sia stata una figura fondamentale nell’avvicinamento alla scrittura, non perché sia pettegola, nega fermamente che lo sia, nonostante la Varvello provi a insinuarlo, ma perché è sempre stata una grande narratrice, sempre pronta a cogliere i dettagli, anche quelli apparentemente casuali. Da lì si è parlato del pettegolezzo e della dimensione che assume nelle sue storie, a tal proposito la scrittrice ne dà una definizione che mi sembra particolarmente calzante e che mi piace immensamente: il pettegolezzo è un’attività che connette le persone, che le fa sentire più vicine, una sorta di comunione.

Per quanto riguarda la dimensione della vergogna, onnipresente nelle sue storie, la Strout dice che, se non tutte le persone, una gran parte di esse prova vergogna, solo che viene vissuta nella propria realtà privata. Tutte queste caratteristiche e sensazioni provate dai personaggi dei suoi libri lasciano un alone di ambiguità che, come dice l’autrice, genera un spazio nel testo a uso esclusivo dei lettori, ove questi ultimi trasferiscono le proprie esperienze personali, le proprie verità, e così facendo lo colmano.

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Dopo una chiacchierata del genere e un firmacopie al cardiopalma, con un morbido e caldo ‘Thank you’ della Strout è inevitabile sentire il proprio animo elevarsi, almeno un pochino. Quello che più mi è rimasto impresso di questo incontro è il fatto che (parafrasando un po’ le parole dell’autrice) i libri che amiamo sono quelli che ci ricordano che non veniamo dal nulla.

-Davide

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