Le nostre anime di notte: il silenzio del passato

Il 29 settembre su Netflix è uscito il film Le nostre anime di notte, tratto dall’omonimo romanzo di Kent Haruf. Il film è stato diretto da Ritesh Batra ed è stato presentato Fuori Concorso (Fiction) al Festival di Venezia 2017. I protagonisti poi, sono due vere e proprie leggende del cinema, Jane Fonda e Robert Redford, che dimostrano ancora una volta di saper Recitare con la erre maiuscola.

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Le vicende hanno luogo in una piccola cittadina del Colorado, un posto tranquillo, dove tutti sembrano conoscersi l’un l’altro. Una sera come tante Addie Moore (interpretata da Jane Fonda) bussa esitante alla porta di Louis Waters (Robert Redford). Entrambi sono ormai molto anziani, e vedovi. Pertanto Addie avanza una proposta alquanto singolare. Passare le notti assieme, senza fare altro che chiacchierare, l’uno vicino all’altra. E sì, può apparire una proposta bizzarra, visto che, pur essendo vicini di casa la loro è una conoscenza assolutamente casuale e non approfondita, ma l’istinto le suggerisce che Louis è una persona perbene, una persona che sarebbe interessante conoscere.  Quando l’uomo acconsente, Addie ne rimane entusiasta e da lì iniziano le loro notti, durante le quali condivideranno il proprio passato e storie che sono rimaste a lungo sepolte.

Prima di continuare dovrei fare una premessa. Non ho ancora letto il libro, anche se è accuratamente posizionato su una delle colonne di libri che mi aspettano, e perciò non posso fare un confronto. Ma forse, per certi versi, è meglio così.

Già dalle prime scene del film si comprende quanto sia importante il gioco di luci e l’alternarsi del giorno con la notte. Viene a crearsi un confine netto fra i due momenti della giornata, quello diurno che appartiene a uno solo dei protagonisti, e quello notturno che è un momento di condivisione e di intesa. Questo confine, con il susseguirsi delle vicende, si farà poi più sfocato e confuso, ma all’inizio è evidente che la dimensione notturna sia qualcosa che non si può vivere in solitudine, è la culla dei pensieri che vanno condivisi affinché non si perdano nel silenzio della nostra mente. Anche per questo l’impressione iniziale che abbiamo della notte è di qualcosa di ostile, difficile da superare, perché la nostra testa è affollata dai fantasmi del passato.

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C’è un’altra contrapposizione interessante nel film, quella tra silenzio e sussurri. La gente del paese mormora e pretende di sapere quello che accade durante la notte. Dall’altro lato c’è il silenzio, quello proprio del buio, quello tra una battuta e l’altra, tra una scena e l’altra, tra i protagonisti. È il silenzio che ci permette realmente di conoscere i due personaggi. È il buio che accompagna i loro sussurri, e quelle che da semplici divagazioni diventano vere e proprie confessioni. Il passato la fa da padrone, ma pone le basi per un futuro diverso.

Nel passato ci sono rimpianti, eventi tragici e molto, molto dolore. Ci sono tante notti diverse che si susseguono una dietro l’altra, ciascuna con la sua dose di segreti indicibili (o quasi). Ma solo ricordando e abbracciando certe esperienze si può pensare di rimediare ai propri errori. Questo è quello che cercano di fare i due protagonisti. Tramite la creazione di un legame che nasce grazie alla notte ma che permette loro di vivere durante il giorno.

La notte, per quel che mi riguarda, è sempre stata una dimensione molto personale, privata. Questo film ci fa capire che non dev’essere per forza così.

-Davide

3 pensieri su “Le nostre anime di notte: il silenzio del passato

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