Il Salone del Libro di Torino: insuperabile da 31 anni.

E alla fine è arrivato il momento di dire arrivederci al Salone del Libro di Torino. Quell’esperienza che aspettiamo sempre con grande trepidazione è giunta al termine ma, nonostante la malinconia, non possiamo che guardare a questi cinque giorni appena trascorsi con un sorriso a illuminarci il volto.

Sono stati cinque giorni stancanti, certo, ma siamo riusciti a partecipare a una valanga di eventi unici, che non si trovano in nessuna altra fiera, abbiamo incontrato un sacco di autori, italiani e internazionali, editori, con cui abbiamo parlato e condiviso le nostre impressioni, blogger, instagrammer e persone che amano i libri sono venute a parlarci e farci un saluto.

Il nostro sorriso si allarga ancora di più, quasi esce dal viso, al pensiero che non è stato positivo solo il nostro bilancio privato, ma anche quello del Salone. Quando sui giornali campeggiano titoli come “Il Salone dei record” è proprio vero, quest’anno, cosa che sembrava difficile fare visto il successo dell’anno scorso, si è raggiunto un nuovo record di visitatori, 144.386, raccontano i primi dati. Un record superato anche dal Salone OFF, che ha accolto 26.400 visitatori, contro i 25.000 del 2017.

Non sono mancate polemiche, ovviamente. Il pensiero va a quella sul Padiglione 4, graziosa tensostruttura che è stato necessario costruire per accogliere gli editori che non avevano trovato più posto nei padiglioni del Lingotto Fiere. Questi hanno protestato, ma alla fine c’erano anche loro, e noi personalmente abbiamo fatto più e più giri nella piccola struttura direttamente collegata al Padiglione 3.

Ci sarebbe da scrivere un papiro su questa trentunesima edizione. È stata un’edizione bellissima, per citare un certo slogan. Purtroppo però lo spazio è limitato e, per evitare di tediarvi, mi limiterò a ricordare alcuni dei momenti salienti della nostra esperienza (poi chissà, magari ci sarà un’altra occasione per parlarne più approfonditamente).

Primo momento topico è stato proprio il principio del Salone, la lectio magistralis dello scrittore spagnolo Javier Cercas (da poter scaricare e leggere qui). Una lectio sul significato di Europa, sulla sua importanza e su come debba ancora crescere. L’Europa, nata come utopia, ha subito un duro colpo con la crisi economica del 2008 e il terremoto politico che ha visto la resurrezione del demone del nazionalismo. Ci si è chiesti quale fosse l’identità di questo ente freddo e distante. Certo non è la lingua, non ce n’è una comune e anche se fosse, basta davvero una lingua comune per avere un’identità comune? L’Europa si fonda sui principi di concordia, prosperità e democrazia ma al momento si trova in uno stato di disunione totale, quello che dovrebbe arrivare a essere è politicamente unita e culturalmente plurale, l’unica condizione per avere una democrazia degna di questo nome. Perché è vero che una democrazia perfetta non esiste, altrimenti avrebbe il nome di dittatura, ma esiste una democrazia continuamente perfettibile.

All’insegna dell’attualità è stato anche un altro momento fondamentale (ma che dico? Fondamentali lo sono stati tutti) del Salone, l’incontro con il Premio Nobel alla Letteratura 2009 Herta Müller. La scrittrice e poetessa tedesca ha vinto il Premio Mondello, giunto alla quarantaquattresima edizione quest’anno. Nell’intervista con Andrea Bajani ha parlato delle sue radici culturali complesse, nata in un piccolo villaggio in Romania dove tutti parlavano un dialetto tedesco, si sente a metà tra le due culture. Anche lei ha parlato di nazionalismi e dittature, facendo riferimento a due grandi temi, quello del silenzio e della paura. Se si vive in una dittatura quello che sai e pensi lo tieni per te, per evitare l’esposizione al pubblico ed eventuali ripercussioni. Hai paura e la paura alimenta il coraggio che a sua volta la nutre nuovamente, perché sei imprudente e rischi anche qui di esporti. E questo che avviene proprio oggi con i populismi, si alimenta la paura per produrre dei nemici. Un monito del passato che attraversa il presente, sempre più simile a quei romanzi distopici che stanno vedendo una grande rinascita.

E anche di distopia e fantastico si è parlato molto. In un incontro in particolare, Loredana Lipperini, Maria Serena Sapegno, Giusi Marchetta, Veronica Raimo e Simona Vinci hanno parlato di genere, di come abbia una sua dignità e non necessiti di paladini che cerchino di nobilitarlo e di scrittrici che hanno dedicato la loro vita al fantastico. Ciascuna di queste voci della letteratura italiana ha portato di fronte al pubblico una scrittrice a loro cara e ha letto un brano delle loro opere per ricordare quanto il genere sia in grado di esplorare la realtà con la stessa caparbietà della narrativa. Si è parlato di Margaret Atwood, Mariana Enríquez, Shirley Jackson e, ovviamente, Mary Shelley. Peraltro, in occasione del duecentesimo anniversario dalla pubblicazione di Frankestein, proprio per il Salone del Libro, quattro autori italiani, Vincenzo Latronico, la stessa Veronica Raimo, Danilo Soscia e Sacha Naspini si sono riuniti nella Casa del Pingone di Torino e per tre giorni e mezzo hanno riprodotto lo stesso esperimento che si era tenuto a Villa Diodati e che aveva visto la nascita del libro della Shelley.

Ma il Salone è stato anche ospite di tanti, tantissimi autori francesi. Sabato è stata la volta di Joël Dicker, che ha presentato per La Nave di Teseo il suo nuovo libro, La scomparsa di Stephanie Mailer. Dicker, oltre a dispensare sorrisi raggianti a tutti, ha parlato delle difficoltà nel farsi pubblicare e nello scrivere in particolare l’ultimo romanzo. L’accento cadeva sul fatto che, in un clima come quello odierno, pregno di preoccupazioni, come la disoccupazione, le violenze e tutti i malanni che affliggono la nostra società, la scrittura e la lettura sono due potenti mezzi di contrasto, in quanto nella scrittura si può inventare un mondo a se stante, qualcosa di nuovo, del quale si ha il pieno controllo, oltre a poter usufruire di un efficace mezzo di evasione. Dicker non è stato però l’unico autore francese che abbiamo incontrato, alla rassegna dell’Autore Invisibile (stay tuned), una serie di eventi dedicati alla traduzione, abbiamo ascoltato Antoine Volodine e, in altro contesto, abbiamo avuto il piacere di sentire anche Luc Lang (del quale troverete l’intervista e la recensione al libro All’inizio del settimo giorno presto, qui sul blog), finalista al Premio Goncourt 2016.

Un altro grande nome che ha animato il Salone, proprio l’ultimo giorno, è stato quello di Andrew Sean Greer. Il vincitore del Premio Pulitzer di quest’anno ha raccontato un bel po’ di aneddoti sulla vittoria di uno dei premi letterari americani più prestigiosi e ha parlato ancora del suo libro, Less (se volete informazioni più dettagliate potete leggere di quella volta che lo abbiamo visto al Circolo dei Lettori). È impressionante come scrittore e personaggio diventino ogni giorno sempre più simili.

Insomma, potrei andare avanti e raccontarvi a non finire di nomi che hanno fatto la storia dell’editoria torinese e italiana. Primo Levi, Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Ada e Piero Gobetti. O ancora dei bellissimi eventi del Salone OFF, come la proiezione in anteprima di un documentario su Igort o dell’incontro con Helena Janeczek, una dei dodici finalisti del Premio Strega che ha parlato de La ragazza con la Leica all’accogliente Libreria Pantaleon, ma non ne usciremmo più. Il Salone è stato un momento prezioso di condivisione di una grande passione, il libro, è molto più di una semplice fiera. È quel luogo dove le lunghe code volano in compagnia di cari amici e le mani delle persone carezzano amorevolmente le coste dei libri che tanto hanno amato.

-Davide

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11 pensieri su “Il Salone del Libro di Torino: insuperabile da 31 anni.

      1. Fortunatamente non ho mai dovuto fare la fila. Quando non avevo il blog andavo con mia madre (insegnante) passando dalla sezione accrediti professionali, poi per tre anni sono passata dagli accrediti stampa per via del blog… quest’anno mi hanno tolto l’accredito quindi sono dovuta tornare con mia madre… Peccato perché con l’accredito avrei fato l’abbonamento e sarei salita a Torino per tutta la settimana. Pazienza, vediamo l’anno prossimo.

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