Intervista a Luc Lang: All’inizio del settimo giorno, viaggio nell’abisso

Il Salone del Libro di Torino ha significato anche incontrare autori provenienti da tutto il mondo. Uno di questi in particolare è stato Luc Lang, con cui ho avuto anche il piacere di scambiare due parole dopo l’evento allo Spazio Internazionale. Lang nel 2016 è arrivato finalista al Premio Goncourt e al Salone è venuto per presentare il libro che glielo ha permesso, All’inizio del settimo giorno, uscito da poco in libreria edito da Fazi, nella traduzione di Maurizio Ferrara.

L’autore francese, che è andato ad arricchire la costellazione di autori presenti al Salone in vece del Paese ospite di quest’anno, con questo imponente volume, riesce a gettare il lettore nei vortici della drammaticità della vita umana. Thomas, il protagonista di questa vicenda, si trova all’improvviso a dover affrontare l’incidente della moglie Camille su un rettilineo apparentemente tranquillo. Subito una vocina nella testa dell’uomo gli fa capire che qualcosa non quadra, non è nemmeno la strada che la moglie percorre al ritorno dal lavoro, perché si sarebbe dovuta trovare lì? Questi dubbi, le sue domande, aprono una porta che lo scaraventerà nel mezzo di una serie di segreti che hanno avvolto per molto tempo la sua famiglia. Quasi un romanzo di formazione nella maturità della vita del personaggio.

Tutto è permeato da un senso di irrequietezza e di frenesia sin dalle prime pagine del libro, anche l’uso della punteggiatura, abbondante, e della sintassi suggeriscono che qualcosa è fuori posto. Sono molte le domande che il lettore si trova davanti e alcune di esse rimarranno senza risposta. Ma questa era proprio l’intenzione dell’autore secondo il quale uno scrittore non deve mai fornire risposte, semmai deve porre domande e, in questo caso, raccontare questioni famigliari.

All’inizio del settimo giorno non è diviso in capitoli bensì in veri e propri libri, tre per la precisione. Ciascuno di essi rappresenta una tappa diversa del percorso di formazione di Thomas, che si trova sperduto nella propria casa a Parigi, nei Pirenei, in Camerun. Si tratta di un viaggio all’inferno, da qui anche il titolo biblico che, svela l’autore, in origine sarebbe dovuto essere Preferire l’oceano, in quanto l’idea di fondo del romanzo era come il paesaggio costruisse la percezione del mondo. L’editore francese poi ha però preferito un titolo meno poetico. Le tre tappe si contaminano vicendevolmente, evocate dai ricordi e da personaggi che il lettore conoscerà spostandosi in avanti nell’arco narrativo.

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L’intenzione di Lang nello scrivere il romanzo era quella di riunire tre geografie diverse con una storia famigliare. Ma, nel suo processo creativo non aveva uno schema preciso di come la storia si sarebbe evoluta. In parte è anche per questo che quando si legge uno dei suoi romanzi si potrebbe dire che non stai semplicemente leggendo un libro ma stai vivendo un’esperienza, quella dell’esistenza.

Luc Lang è anche appassionato di arte contemporanea ed è professore di estetica all’École nationale supérieure d’arts de Paris-Cergy. E mentre cerca sempre di non lasciare interferire la filosofia nella scrittura dei suoi romanzi perché «la filosofia serve a proporre concetti ma la letteratura serve a vivere un’esperienza, significa leggere la propria vita», le conoscenze artistiche certo aiutano nelle descrizioni, uno dei punti di forza di questo libro. Vivide e tridimensionali, avvolgono l’intera sfera sensoriale e i ricordi, di cui è inframezzata la narrazione, esplodono proprio dalle sensazioni, alienando il lettore dal tragitto cronologico della storia.

In molti hanno accostato il romanzo al genere thriller ma è davvero difficile riuscire a etichettarlo con precisione. Lang è affascinato dall’energia dei thriller e in effetti il primo libro ci si avvicina molto. Ma quello che in realtà aveva in mente era trasporre su carta lo spazio contemporaneo e le forze che lo dominano. Protagonista è il presente, non il passato. Anche quando Jean, fratello di Thomas, sceglie di vivere sui Pirenei, non lo fa perché è un uomo del passato ma in quanto figlio della modernità, come scelta sociale e politica, per vivere in modo diverso.

Oltre a questioni legate alla scrittura si è parlato anche di traduzione (argomento dal quale non ho potuto esimermi di porre qualche domanda). È stato bello sentire che lo scrittore è in ottimi rapporti con il suo traduttore e che con Maurizio Ferrara ha una relazione di corrispondenza che va avanti sin da prima che i suoi romanzi venissero pubblicati da Fazi, già dalla pubblicazione di 1620. E ha anche una corrispondenza diretta con i suoi lettori, che gli scrivono sui social e non hanno mai mostrato atteggiamenti invadenti.

Alla domanda se mentre scrive pensa mai al lettore internazionale che potrebbe trovare poco comprensibili alcuni riferimenti culturali Lang risponde che uno scrittore per poter essere realmente internazionale deve essere ben ferrato sulla sua cultura. È a partire dall’individualità che si arriva ad abbracciare il mondo esterno.

Il lettore curioso potrebbe chiedere, ma la voce dello scrittore e quella della persona Luc Lang sono diverse? Lang sostiene che ci sia una commistione fra le due persone, sia quando scrive, sia nella vita quotidiana, con l’eccezione forse di quando è a lezione. Anche perché pure l’ambiente domestico è luogo di lavoro, quindi sarebbe difficile scindere completamente le due dimensioni.

Le curiosità finali sono su un possibile film tratto dal romanzo e sul suo libro preferito in assoluto.

Per quanto riguarda i diritti cinematografici del romanzo, questi sono stati opzionati ma ritiene che sarebbe probabilmente più adatta una forma seriale, in quanto la narrazione è molto complessa e difficilmente esauribile in poche ore.

Alla domanda che mette in crisi tutti i lettori ha risposto tentennando con la Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy. Che peraltro ha anche un importante ruolo nel romanzo.

Parlare con Luc Lang è stato il battesimo del fuoco, la mia prima vera intervista. Ed è stato un enorme piacere trovare una persona così disponibile e così esperta nel viaggiare nella storia umana, tragica e allo stesso tempo meravigliosa.

All’inizio del settimo giorno è davvero, come racconta il titolo dell’incontro del Salone, un viaggio nell’abisso. Ma è anche un’occasione per «reinventare se stessi e l’esistenza sulla base della consapevolezza che i rapporti umani non si fondano su qualcosa di visibile».

-Davide

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10 pensieri su “Intervista a Luc Lang: All’inizio del settimo giorno, viaggio nell’abisso

  1. Veramente bellissimo questo post! Complimenti sinceri.
    Hai raccontato in maniera mirabile un’opera a quanto pare molto complessa in un modo comprensibile ed interessante
    Grazie davvero!
    Sono stata 4 giorni al Salone (sono le mie ferie 😆) ma purtroppo non ho assistito all’incontro con l’autore

    Piace a 1 persona

      1. Me lo appunto di sicuro. Grazie.
        Il Salone per me è come avere una finestra aperta su tutto il mondo.
        Nonostante ogni anno io riesca ad aumentare incontri/libri/ore riesco sempre e solo a fare un millesimo dei “desiderata”
        E forse è bello così 😘😘😘

        Piace a 1 persona

  2. Pingback: Letteratura d’altura: 5 libri sulla montagna – – Radical Ging –

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