Un’estate in montagna di Elizabeth Von Arnim

Solo poco tempo fa consigliavo qualche titolo per chi è appassionato di montagna ed è desideroso di approfondire la conoscenza con i paesaggi rocciosi anche nella letteratura. Ebbene, eccone un altro che si presta come magnifico compagno delle fresche serate estive d’altura. Sto parlando di Un’estate in montagna, un romanzo di Elizabeth Von Arnim, scrittrice di cui ho già parlato qui sul blog, proposto una manciata di giorni fa da Fazi, nella traduzione di Sabina Terziani.

Nel romanzo, Elizabeth, segnata profondamente dai dolori che la guerra ha impresso sulla sua anima, si rifugia nella dimora montana, lasciata a se stessa, e alle cure degli Antoine, per cinque lunghi anni, proprio quando scoppiò la Prima guerra mondiale. Per curare le ferite emotive che l’accompagnano, la donna si immerge nell’atmosfera silenziosa e pacifica di quel luogo pieno di ricordi felici, ma la quiete del ritiro in solitaria è destinata a infrangersi molto presto. Sì, perché Elizabeth si imbatte in due stanche viandanti che decide di getto di ospitare per il resto dell’estate. E così, con queste ospiti inattese dall’abbigliamento ancora più inatteso viste le sembianze d’epoca vittoriana, condivide buona parte delle sue giornate venendo poi inevitabilmente a sapere che non è l’unica a recare su di sé i segni di avvenimenti dolorosi e segreti potenzialmente scandalosi

La fuga in montagna inizia per la precisione nel mese di luglio del 1919 e finisce a ottobre. La narrazione è in prima persona con Elizabeth a fare da voce narrante sotto forma di diario, o, come lo definisce lei stessa, una lettera a “un interlocutore immaginario che ci vuole bene”, un modo per non rimanere da soli. E già nell’esordio del romanzo è palese l’intento di scrittura della donna, vuole tranquillità e ne ha bisogno perché è “una formichina malata”, alle prese con il passato e con i ricordi. Quelli più dolorosi poi, sono i ricordi felici perché si è consapevoli che i momenti da loro evocati sono ormai irrimediabilmente perduti.

Nel libro si parla molto di solitudine. La paura della solitudine è una paura atavica, una delle più grandi che possano affliggere l’uomo, una paura difficile da ammettere ad alta voce. Ma la solitudine che più teme Elizabeth non è una solitudine fisica, che potrebbe altrimenti risultare in contraddizione con l’intera idea di segregarsi in montagna, il regno del silenzio. È una solitudine interiore, dicevo, quella che teme, scaturita dal suo personalissimo annus horribilis.

Tra citazioni ad altri libri e paragoni e riferimenti biblici e religiosi il lettore ha tra le mani un volume breve ma dal contenuto pregno, nel senso che ha una quantità inverosimile di cose e soprattutto emozioni da raccontare.

Al di là dei personaggi che popolano il romanzo, incluso lo zio Rudolph, che fa capolino a storia quasi terminata, olfatto, colori e luce sono i veri protagonisti. Che si tratti dell’aroma dei fiori del giardino sollevato dalla brezza serale o del colore brillante dei delphinium in contrasto con l’azzurro del cielo.

(…) Percepivo il colore dei delphinum, svettanti, di un blu intenso eppure non così assoluto e radioso come quello del cielo. Dietro di loro, l’azzurra vastità dell’aria riempiva la volta del cielo di un turchese sfumato di viola. La mia baita con il suo giardino si trova proprio sul ciglio della montagna, e lo spazio vuoto tra noi e la montagna di fronte trabocca di luce azzurro viola dall’alba al tramonto, mentre di notte il fondovalle sembra un mare in cui le luci del villaggio tremolano come stelle riflesse.

Un’estate in montagna è il candidato perfetto, a prescindere dal fatto che la custodisce nel titolo, per accompagnare la nostra estate.

-Davide

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