Le venti giornate di Torino: i luoghi del romanzo di Giorgio De Maria

Un anno fa tornava nelle librerie, dopo un viaggio lungo quarant’anni e tra quasi tre continenti, un libro che alla sua uscita in Italia divenne subito oggetto di culto, anche se ristretto. Stiamo parlando de Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria, che nel settembre 2017 è stato riportato in Italia da Frassinelli, con l’aiuto di Cora De Maria e di Giovanni Arduino, che oltre a curare la postfazione del libro ha scritto un ebook, Il diavolo è nei dettagli, compagno alla lettura e molto altro ancora.

Dal momento dell’uscita in libreria (in realtà anche da prima, e lo sapete se avete letto la nostra recensione), questo libro ci ha ammaliati: vuoi le atmosfere cupe e asfissianti, ma allo stesso tempo familiari (a entrambi che siamo uno nato e cresciuto a Torino, l’altro ormai torinese d’adozione), vuoi l’assurdità di un delirio che sembra più reale della realtà stessa, fatto sta che ne abbiamo fatto tesoro, seguendone i passi.

Non siamo stati soltanto alle varie presentazioni, spettacoli, talk (come quello del Salone del Libro scorso), ma ci siamo spinti più in là e abbiamo deciso di fare un pellegrinaggio nella città sabauda per vedere con i nostri occhi i luoghi descritti da De Maria. Ci siamo presi una giornata, tutta dedicata alla città e ai suoi demoni, e, con libro e carta alla mano, abbiamo visitato i luoghi principali descritti nel libro. E non ci siamo limitati a questo, no! Per festeggiare l’anniversario pubblichiamo l’itinerario, un po’ interattivo, per permettere a tutti di poter seguire (anche se solo virtualmente) i passi del nostro investigatore senza nome nelle vicende della Torino insonne del libro.

Grazie ai potenti mezzi di Google, del suo occhio divino e del nostro senso dell’orientamento, misto a un po’ di organizzazione maniacale, vi offriamo qui la mappa interattiva dei luoghi del libro di Giorgio De Maria.

Cliccando sul pulsante in alto a sinistra potrete raggiungere il menù principale e una piccola introduzione a ciò che avete davanti agli occhi, più un elenco dei luoghi in ordine cronologico di apparizione nel libro (più o meno). Ogni luogo è segnalato da un segnaposto blu: cliccandoci sopra potrete vedere le foto che abbiamo scattato (che potete ingrandire con un altro click; in alcuni luoghi sono anche più di una, ve lo avevamo detto che siamo maniacali!) insieme all’indirizzo, così da poterlo raggiungere. Trovate anche il numero della pagina nella quale il luogo appare e una piccola nota con citazioni dal libro e qualche altra considerazione. La mappa è consultabile sia da questa graziosa finestrella sia in full screen. Ovviamente cliccando sull’icona apposita in alto a destra. Non siamo responsabili per le allucinazioni, siano esse visive o uditive, o per altri fenomeni strani che potrebbero manifestarsi.

Per aiutare nella consultazione, visto che non tutti magari potrebbero riuscire a visualizzare la mappa in flash, alleghiamo questa lista con qualche nostra foto e altre considerazioni. Quasi dimenticavamo! Come nell’ebook di Arduino, anche noi vi consigliamo della musica da ascoltare, sia durante la lettura del libro, sia durante questo vostro cammino nell’oblio. Due playlist, messe insieme da Luca e Andrea Signorelli, che hanno anche loro collaborato e contribuito a far tornare nelle librerie il romanzo di De Maria, con due intenti diversi: una è stata la colonna sonora di un evento sul romanzo, mentre l’altra è una playlist “mentale”, per accompagnare la lettura.


1) Monumento a Vincenzo Vela: Corso Stati Uniti, 61, 10129 – Pag 11

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Uno dei primi luoghi del romanzo compare a pagina 11: l’investigatore, protagonista della vicenda, si trova a parlare con la sorella di una delle vittime: ” «So che uscì verso le due del mattino, vestito di tutto punto poiché l’educazione ricevuta in famiglia non gli avrebbe permesso di uscire in pigiama […] e che una volta in strada, imboccò corso Castelfidardo, dove di certo trovò altre persone, insonni come lui. […] Forse, osservando le case, il movimento delle foglie, cercava di stimolarsi l’immaginazione, chissà, nel tentativo di dilatare quella morsa interna che lo stava stritolando… poi, raggiunta l’aiuola dove si trova il monumento…»“. Qui ovviamente si trova anche la casa di Bergesio, che con non troppa difficoltà riuscirete a trovare, basta seguire le indicazioni giuste.

2) Ufficio dell’avvocato Andrea Segre: Via Magenta, 31, 10128 (indicativamente) – Pag 15

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“L’avvocato Andrea Segre trova spazio nella nostra indagine retrospettiva per una ragione, come vedremo, un poco ambigua. Il suo studio e la sua abitazione privata si trovano in corso Galileo Ferraris, dalla parte della Galleria d’Arte Moderna, al secondo e al terzo piano di un palazzo settecentesco. è una zona ariosa, alberata […]” Così viene introdotto uno dei personaggi chiave del romanzo, creato sulla persona di Emilio Jona, amico di Giorgio De Maria. Abbiamo avuto la fortuna di poterlo ascoltare nelle innumerevoli presentazioni e sentirlo parlare ci ricorda proprio il personaggio del romanzo. Lui e Giorgio De Maria sono stati amici per moltissimi anni e hanno collaborato insieme in parecchi progetti. La sua voce la si può ascoltare anche in un museo torinese, non vi diciamo quale per non rovinarvi la sorpresa. La foto in questione è stata scattata vicino alla GAM, magari è la casa descritta, magari no, vi invitiamo a indagare.

3) Monumento a Vittorio Emanuele II: Largo Vittorio Emanuele II, 1370, 10128 – Pag 23

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Il protagonista interroga Andrea Segre su una strana allucinazione (un fenomeno reale?) del quale l’avvocato è stato testimone. Il racconto di Segre continua: “Dopo il secondo urlo, mi decisi finalmente ad uscire. Vi era qualche passante che vagabondava per strada, forse le prime vittime dell’insonnia. Mi colpì il fatto che nessuno di loro si mostrava spaventato. Gli unici segni di inquietudine venivano dal palazzo di fronte, da quella villa, dove una finestra venne spalancata, una fuggevole apparizione di donna che si guardò a destra e a manca e che subito scomparve tirandosi dietro le persiane. C’era un insolito odore nell’aria. Comunque direi che il primo urlo venisse di là, all’incrocio fra i due corsi”. “Dove c’è il monumento a Vittorio Emanuele?” “All’incirca”.” Questo è uno dei tanti monumenti che costellano Torino e che, come dice il traduttore de Le venti giornate negli Stati Uniti, Roman Glazov, è una sfarzosa necropoli, che con il suo ordine geometrico e lo stile barocco, confonde. E fa impazzire.

4) Piccola Casa della Divida Provvidenza: Via  Cottolengo, 14, 10152 – Pag 36/37

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La Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta come il Cottolengo, ha sempre ispirato leggende e racconti sull’esistenza di strane persone e creature che lo abitavano e forse tuttora lo abitano. Viene presentato per la prima volta nel libro come il luogo dove venne stabilita la prima sede della Biblioteca. L’archivio istituito dai Millenaristi: In cambio di trecento lire si poteva avere il diritto alla lettura dei manoscritti, seicento lire servivano per conoscere il nome di un autore, tremila per l’accettazione di un manoscritto. Il ricavato andava a beneficio degli ospiti della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Questa è la storia raccontataci da De Maria, ma tante altre ne vengono narrate sulle strane genìe che forse vivono tra le mura dell’ospedale.

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5) Piazza Carlo Felice: Giardino Sambuy, Corso Vittorio Emanuele II 10123 – Pag. 45/47

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La seconda vittima degli eventi che scossero Torino venne ritrovata in Piazza Carlo Felice, nel Giardino Sambuy. Due coniugi di Stoccarda furono testimoni dell’accaduto: “Piazza Carlo Felice pareva essere il luogo di raccolta di quei malinconici nottambuli. Si erano formati qua e là dei capannelli che però ben presto si disfacevano come se i loro componenti non avessero nulla da comunicarsi. Appena un capannello si sfaldava, un altro si ricomponeva in un diverso punto della piazza per sciogliersi a sua volta: era una specie di movimento ondulatorio. Qui troviamo anche la descrizione di una di queste entità che infestano la città, che sembrano ipnotizzare la popolazione: “Era di colore grigio, denso, con un’espressione molto seria e qualcosa di marziale nell’andatura. Udivamo il rumore pesante dei suoi passi, come delle zoccolate di cavallo, ed erano passi vigorosi, ben decisi. […] Agguantava l’aria come se stesse acchiappando delle mosche… e lo faceva avvicinandosi sempre più a quelle persone, scavalcando panchine, calpestando aiuole… ma quelle, anziché arretrare, lo guardavano senza batter ciglio, come imbambolate… poi, a un tratto, una di loro fu afferrata…”. Se guardate bene, potrete vedere traccia dell’oscuro figuro descritto da De Maria. Basta aprire gli occhi.

6) Municipio: Piazza Palazzo di Città – Pag 51

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Il municipio, conosciuto a Torino come Palazzo di Città, è il luogo in cui l’investigatore incontra il sindaco Bonfante (probabilmente Giorgio De Maria si ispirò alla figura del sindaco Diego Novelli, soprannominato Penna Bianca). Il protagonista va a colloquio con il sindaco per ottenere più informazioni sulla Biblioteca e sulle sue origini. La Biblioteca, una sorta di Facebook analogico, era un luogo in cui tutti potevano rifugiarsi, lasciando un proprio scritto, oppure leggendo lo scritto di qualche sconosciuto. Per poche lire si poteva sapere il nome dell’autore, il suo indirizzo, così da creare una sorta di legame, anche se fittizio, una sorta di amicizia.

7 & 8) Basilica di Maria Ausiliatrice: Piazza Maria Ausiliatrice – pag 56

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Dopo il colloquio con il sindaco Bonfante, il protagonista si avvia verso casa, percorrendo corso Regina Margherita. “Vidi stagliarsi alla mia sinistra la chiesa di Maria Ausiliatrice con la sua cupola accesa dal sole che stava tramontando. Era al di là del corso, in una piazza un poco sprofondata al termine di una via. […] Lasciai l’automobile vicino al monumento di Don Bosco e mi introdussi nel tempio. Era quasi vuoto; solo due vecchiette inginocchiate di fronte all’altare maggiore. In quel silenzio odorante di cera, dove ogni minimo rumore si ripercuoteva sulle volte, i miei passi parevano quelli di un gigante: avevano il rimbombo dell’irriverenza. […]”. La basilica di Maria Ausiliatrice, come la figura di Don Bosco, è uno dei simboli della città di Torino e come ogni simbolo e luogo di culto ha dei lati che dovrebbero rimanere celati. Il  protagonista si trova quindi nella basilica, in questa atmosfera asfissiante, con l’odore di cera, in una sorta di estasi mistica di tensione e orrore. Se la visitate, vi renderete conto che De Maria non esagerava affatto. Il nostro invito è quello di visitare anche la Cappella delle Reliquie, non diciamo altro.

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9) Corridoio del Cottolengo: Via S. Pietro in Vincoli, 9 10152 – Pag. 57

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Scappato da Maria Ausiliatrice, l’investigatore continua il suo giro: “Mi avviai verso la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Più nulla ricordava il tempo in cui centinaia di persone facevano coda al suo ingresso per compiere il loro pio dovere di lettori e distributori di materiale scritto. Fra le lunghe mura nude, carcerarie, dell’ospedale, la vita era ripresa normale come se nulla di insolito fosse mai accaduto. Dietro i vetri smerigliati di un ponte che collega le due ali della Casa, si vedevano passare delle ombre. I portoni dei cortili erano già chiusi. C’era ancora qualche suora per la via, con le braccia cariche di lenzuola, che compiva le sue ultime mansioni prima del ritiro. Pensai alle voci che correvano in città quando le vittime stavano paurosamente aumentando: si diceva che la crescita abnorme della biblioteca avesse obbligato le suore a restringere lo spazio per i ricoverati, a stiparli in poche stanze, in orribile promiscuità. Nell’ultimo padiglione, dove mai occhio estraneo era penetrato, viveva una genìa forsennata di giganti che la notte venivano messi in libertà. Compiuti i loro eccidi, rientravano placati sul far dell’alba…”

10) Monumento al Beato Cafasso: Rondò della Forca, 10152 Torino – Pag 59

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Subito dopo esser passato per il Cottolengo, il nostro si ferma alla rotonda dove confluiscono diverse vie: il Rondò della forca. C’è uno strano assembramento di folla, con una ragazza che intona una litania: “Qui sul rondò della forca/del santo degli impiccati/ritorna la soave figura/per ricordare che la giustizia umana/ha bisogno di accompagnarsi/alla carità di Cristo.” Tra la folla c’è anche la sorella di Bergesio. Uno strano vecchio, vestito di tela, alza le braccia al monumento del beato Cafasso mentre la ragazza salmodia “«…Come un ponte ideale fra la cupola della Consolazione e dell’Ausiliatrice, brillano le figure dei santi Cottolengo, don Bosco, don Cafasso che hanno reso famoso nel mondo il nome di Torino.»”

11) Faro della Vittoria & Parco della Rimembranza – Pag 64

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Nel capitolo “Intermezzo“, il protagonista riceve la visita di un suo caro amico che non vedeva da tempo, un musicista di Venezia, Eugenio Baùllarin. Quella domenica i due vanno a pranzo al Colle della Maddalena: “Il colle della Maddalena, con la sua enorme statua della Vittoria e il suo faro che di notte rotea a memoria perenne dei caduti della Grande Guerra, non era forse la meta ideale per chi, come me, desiderava alcune ore di dimenticanza. Il vasto agglomerato urbano si estendeva fosco nella pianura sottostante, e dallo spiazzo su cui ero salito con l’amico Ballarin lo vedevo come un gigantesco grembo impaziente di riassorbirmi, immobile, ma di una immobilità che sapevo simulata. Preferii abbandonare quel’ambiguo panorama e incamminarmi con lui lungo i sentieri del vicino Parco della Rimembranza.

12)  Gran Madre di Dio: Piazza Gran Madre di Dio, 4, 10131 – Pag 69

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Dopo aver accompagnato Ballarin in stazione, l’investigatore passa la giornata al cinema, per poi, dopo aver cenato, tornare nella sua abitazione: “Prima di raggiungere il mio portone, in corso Casale, sostai dinnanzi alla Gran Madre di Dio. Mi venne l’impulso di seguire gli ammonimenti dei Millenaristi, e cominciai a guardarla con attenzione. Dinnanzi alla chiesa neoclassica c’era il monumento a Vittorio Emanuele I […] a presidio della chiesa, al lato destro e sinistro della grande scalinata, due gruppi simmetrici di statue in pietra bianca, due donne velate con peplo e un libro aperto sotto le ginocchia, un calice levato con la mano destra, e al loro fianco due angeli porgenti un’insegna di comando.

13 & 14) Villa di Paolo Giuffrida e Galleria Subalpina: località indefinita/ Portici di piazza Castello – Pag 76 e 98

14L’indagine sugli strani fenomeni, sulle allucinazioni di massa che colpirono Torino va avanti. Una sera, mentre il nostro si esercita al flauto dolce, squilla il telefono. L’avvocato Segre lo invita ad andare a trovare in collina Paolo Giuffrida. Una casa, quella di Giuffrida (personaggio costruito forse sulla persona di Pietro Gallina, come suggerisce Giovanni Arduino nel suo ebook Il Diavolo è nei dettagli) che rispecchia la sua persona: “Ampie aperture alla modernità temperate da agganci civettuoli col passato: cuscinoni a soffietto dai colori rutilanti, maschere africane, sculture che parevano punteruoli, quadri e apparecchiature radiofoniche di smagliante attualità, perfettamente conviventi con mobili in stile impero, un Cignaroli, una statua di Diana Cacciatrice piazzata nel giardino, acqueforti preraffaelite…” è proprio qui che ascolteremo le registrazioni del Giuffrida, che vanno ad aggiungere altro mistero alla vicenda delle venti giornate. Continuando le sue ricerche, il protagonista si reca poi alla biblioteca civica, dove consulta dei giornali di vecchia data in cui si parla di avvenimenti che “avrei pagato oro per scordare“. Dagli articoli: “Potremmo almeno pensare al gesto di un pazzo; e sarebbe una rosta di liberazione sia sul piano della coscienza umana sia su quello politico. Ma se la pazzia c’è, in questo caso ha carattere collettivo e implicazioni in qualche modo ideologiche.” “L’atmosfera delle feste estive sembra essere dissolta dopo i massacri, un incubo che la città, già afflitta dall’insonnia, non riesce a dimenticare. Afflusso di folla, rumore di passi strascicati sotto la Galleria Subalpina… un registro per le firme, quattro vigili di guardia, un grande fiocco di crespo nero appeso alla bandiera proprio sotto il tavolo.”

15 & 16) Piazza Lagrange e Piazza Paleocapa: pag 112

15Siamo ormai alle ultime pagine del romanzo, il nostro investigatore è ancora alla ricerca di informazioni. Si reca quindi, un sabato mattina, in Piazza Lagrange, da un parrucchiere (Eligio). Il negozio è lì dal tempo degli eventi delle venti giornate di dieci anni prima. Dopo aver rotto il ghiaccio con qualche battuta sul calcio, decide di chiedere al barbiere: “Non era dedicata a Paleocapa un tempo questa piazza?” Il barbiere fa finta di non sentire “Glielo chiedo poichè una volta, tanto tempo fa, ero venuto da lei e mi era parso che su quel piedistallo ci fosse il monumento a Paleocapa e non quello a Lagrange.” La conversazione tra i due continua “[…] Quindi soltanto qui. Lagrange al posto di Paleocapa e Paleocapa al posto di Lagrange… si direbbe che quei due non fossero molto soddisfatti del posto che occupavano prima.” il barbiere allora chiosa: “Perché? Lei non è soddisfatto del proprio Cadreghino?

17) Chiesa della madonna del buon Cammino: Corso Vercelli, 396, 10156 – Pag 134

Il libro ormai è giunto al termine. Il protagonista sembra aver scoperto i misteri delle venti giornate di Torino di qualche anno prima. Nel capitolo Commiato, si appresta a lasciare la città, alla volta di Venezia. Prima di prendere l’aereo che lo avrebbe portato nella città dell’amico Ballarin, decide di dedicare il suo addio alla periferia, al quartiere di Pietra Alta, dove si trova la Chiesa della Madonna del buon cammino: “Domandai a un passante il nome della chiesa e mi disse che si chiamava Madonna del Buon Cammino. […] Mi interessava l’effetto che faceva la chiesa vista da davanti; mi fermai in via Cavagnolo proprio di fronte alla prua della nave, e nella semioscurità dove giganteggiava dietro una serie di casette malandate, semi-sommerse da un cimitero di automobili che si estendeva a perdita d’occhio, mi fece un’impressione minacciosa: non mi sarei stupito di sentire a un tratto ululare una sirena.” Vicino alla chiesa vi era il Teatro dei Pupi, dove era messo in scena uno spettacolo intitolato “Le venti giornate di Torino“.

Una foto per questa location non ce l’abbiamo. Ma vi invitiamo a cercarla nella nostra mappa e in generale su google maps. Un consiglio: leggete le recensioni del luogo.


Queste sono solo alcune delle tappe che abbiamo deciso di riunire sotto forma di itinerario. Ci sarebbero altri luoghi da elencare, persone, angoli, forse anche delle vittime. Questa piccola antologia è rivolta a chi ha letto il libro, a chi ha intenzione di leggerlo, a chi è di Torino, a chi ci abita ma non è torinese, a chi non ci abita e a chi, magari, non può più uscire dal proprio condominio per colpa dell’Amministrazione o di esseri minacciosi che bussano al portone e vagano per la città.

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Ci sono abbastanza indizi per capire dove voglia andare a parare la vicenda, ed è strano come ultimamente più rileggiamo e studiamo “Le venti giornate di Torino” più affiorino coincidenze. L’altro giorno per esempio eravamo in una libreria che ha aperto da poco e abbiamo trovato lo stesso volume di Musil, e nella stessa edizione,di quello citato da De Maria (si tratta del libro che l’avvocato Segre presta al nostro protagonista). Nella stessa giornata abbiamo letto la notizia che la tratta aerea Torino – Venezia verrà ripristinata; a chi ha letto il libro questo potrebbe far venire strane idee in mente. I tempi sono quelli che sono, Giorgio De Maria quarant’anni fa aveva visto lungo e aveva compreso i cambiamenti della società a venire. Leggere Le venti giornate di Torino allora diventa necessario, non tanto per capire dove abbiamo sbagliato, ma più per comprendere che, forse, scappare non si può.

Non compiacerti troppo della tua perspicacia, o lettore, se già dalle prime pagine avrai intuito chi perpetra i massacri: forse avresti potuto sventarli in tempo, prima che l’Uccisore divenisse tanto inaccessibile.

 – Davide & Marco

Ogni foto, tranne dove espresso, è stata scattata da noi. Le citazioni provengono tutte da “Le venti giornate di Torino” di Giorgio De Maria, edito Frassinelli. Cosa aspettate a leggerlo?

 

 

3 pensieri su “Le venti giornate di Torino: i luoghi del romanzo di Giorgio De Maria

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