La riflessione di Jarett Kobek: Io odio internet

Dopo le numerose e interessanti novità che sono arrivate sugli scaffali delle librerie a settembre è il momento di dare addio all’estate e accogliere il freddo e la pioggia con nuove letture accompagnate, perché no?, da una bella cioccolata calda. Esce per Fazi Io odio internet, un romanzo autopubblicato virtualmente dallo scrittore Jarett Kobek, un americano di origine turca che vive in California, che ha poi  riscosso un grande successo in seguito a un articolo uscito sul New York Times. Il tutto nella traduzione è firmata da Enrica Budetta.

Adeline è una fumettista che, insieme all’amico e collega Jeremy Winterbloss, ha creato Trill, un serie di albi che vedono protagonista un gatto antropomorfo. Adeline non ha mai amato internet e i social network. Non è iscritta a Twitter e non ne vuole sapere. La cosa cambia quando, durante una conferenza di fronte a un gruppo di studenti, viene filmata mentre esprime opinioni molto forti su una serie di figure pubbliche idolatrate dalle masse. Ed è proprio in seguito a questo evento che la sua popolarità, nel bene e nel male, balza sulla cresta dell’onda.

Kobek, con l’uso di periodi brevi e una narrazione in terza persona, intesse una riflessione provocatoria sulla natura di internet e sull’uso che ne fanno le persone. Solo a volte, all’interno di queste lunghe riflessioni, fa capolino l’autore, con tutta la sua ironia e sagacia.

Adesso gli scrittori usavano i computer, che erano sottoprodotti della prodigiosa abilità del capitalismo globale di trasformare la popolazione in eccesso in una schiera di schiavi perpetui. Tutti i computer del mondo erano prodotti da schiavi in Cina.

(…)

Questo romanzo brutto, che è una lezione di morale su Internet, è stato scritto con un computer. Vi state sorbendo l’indignazione moralistica di uno scrittore ipocrita che ha approfittato dei vantaggi della schiavitù.

Io odio internet è un romanzo breve e di facile lettura. Adeline porta avanti in qualche modo la voce della ragione, ma una ragione un po’ saccente che a volte mima i toni impiegati da quelle stesse persone o aziende che vuole criticare. Non è un personaggio facile da amare e a volte l’esposizione delle sue ragioni è frammentaria e confusionale, ma è chiaro e condivisibile il messaggio che vuole lanciare criticando una società le cui redini sono detenute da gruppi di individui che hanno poco a cuore il reale sviluppo della società umana e quei valori di uguaglianza che tutti dovremmo custodire.

Gli uomini potevano scopare ben oltre i settant’anni senza che nessuno battesse ciglio. Alle donne, superata una certa età, era consentito scopare, purché adottassero alcuni nomi di battaglia.

Come milf. Come cougar.

Qui forse l’autore, o Adeline, o entrambi non sono aggiornati perché ho sentito parlare spesso anche di dilf (Daddy I’d like to f**k) ma il messaggio di fondo, quello di una disparità di genere spesso ancora profondamente radicata è lampante. Ovviamente è bene evitare di cadere negli estremismi, anche quelli opposti. Quando Adeline è preda dell’idea che internet sia malvagio nel suo intero, perché frutto di un’ideologia sbagliata, è vittima di un estremismo. Internet, come qualsiasi strumento, può essere impiegato in modo utile o meno utile. Bisogna solo chiedersi per chi.

È un libro che mi sento di consigliare non tanto per la riflessione su internet come strumento ideologico quanto per il suo sfruttamento in qualità di grande mercato della pubblicità. E ancora più affascinante è il punto di vista sull’industria fumettistica americana e su come il mondo stia cambiando, fenomeno freelance incluso.

Se non vi spaventa un personaggio che in ogni pagina sottolinea come i più grandi approfittatori  della storia siano “privi di eumelanina nello strato basale dell’epidermide” (cadendo un po’ nello stereotipo del “tutti gli uomini bianchi sono malvagi”, facendo un po’ il gioco di chi si vorrebbe criticare) e volete qualche spunto in più per riflettere sulle dinamiche sociali e tecnologiche del mondo che ci circonda, questo è il libro che fa per voi.

Una riflessione ironica, amara e disincantata.

-Davide

4 pensieri su “La riflessione di Jarett Kobek: Io odio internet

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