Le Giornate della Traduzione: il mestiere del traduttore

Il primo weekend di ottobre ha offerto moltissime opportunità a livello culturale sul territorio italiano. A Torino ha avuto luogo Portici di carta, che ha riempito il centro cittadino di libri e librai, e a Roma si sono tenute le Giornate della traduzione letteraria, curate da Ilide Carmignani e Stefano Arduini. Proprio la partecipazione a quest’ultimo appuntamento ha dato l’opportunità di riflettere approfonditamente sulla figura del traduttore e sul suo valore nel campo editoriale. Ma andiamo con ordine.

L’evento, che come ogni anno garantisce la partecipazione dei traduttori esordienti  al Premio Harper Collins con l’eventualità, per chi dovesse aggiudicarsi la prova di traduzione, di tradurre un libro edito dalla casa editrice, ha regalato ai partecipanti anche un periodo di accesso limitato al Devoto-Oli 2019, uno dei compagni di lunga data di molti professionisti del settore. I seminari si sono tenuti all’interno dell’Università Link  Campus, in un’area  distante dal centro città e immersa nel verde, con fontanelle  gorgoglianti nascoste a ogni angolo.

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A dare voce agli incontri sono stati appunto i professionisti del settore, traduttori in primis, ma anche personaggi che hanno rappresentato in varia misura le case editrici. Il pubblico, composto anch’esso da traduttori, con diverso grado di esperienza, si è spostato all’interno del campus e si è scambiato consigli e, perdonate la ripetizione, esperienze personali. Questo ha consentito, sulla tradizione dei migliori eventi culturali, uno scambio di opinioni e un punto di coesione per una categoria troppo spesso isolata.

Con Franco Nasi, traduttore e docente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, si è parlato di traduzioni estreme, soffermandosi sugli acrostici di poeti della migliore tradizione letteraria italiana, Dante e Petrarca, passando poi per quelli (gli acrostici) obliqui di Poe, fino ad arrivare alla difficile resa di Yellow Submarine, edito Gallucci. Ma al campo della traduzione della letteratura per l’infanzia e l’adolescenza erano dedicati anche altri seminari. L’editore sopra citato, in un intervento mancato per sovrapposizioni, ha parlato dell’apparente e ingannevole semplicità della traduzione di testi per bambini. E Alessandra Petrelli, proprio in chiusura delle giornate, ha condiviso con il pubblico le sue esperienze nella traduzione dal tedesco di libri per ragazzi, con le sue parole composte impossibili da rendere in italiano.

Fare un resoconto dettagliato di quello che si è detto e fatto è opera inarrivabile ma alcuni spunti, soprattutto sulla professione del traduttore vorrei lasciarli. Si è parlato a lungo, prima con ADEI (la neonata associazione editori indipendenti), poi in riferimento al contratto e alle difficoltà di inserirsi in un mercato ostile, di come approcciarsi a un editore e di come fare a “vivere” di traduzione.

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Molti aspetti erano già più che noti, anche se vederli scritti su quello che è un fac-simile di contratto è stato piuttosto avvilente. A confermare quello che già, ahimè, si sapeva. Di traduzione non si può vivere, le tariffe a cartella si vedono solo con la lente di ingrandimento e anche gli editori, o almeno alcuni di essi, non sembrano esageratamente interessati a tutelare una categoria senza la quale, soprattutto per chi pubblica quasi esclusivamente testi stranieri, non potrebbero nemmeno esistere. Portare avanti battaglie un po’ annacquate come quella della presenza in frontespizio del nome del traduttore (che dovrebbe essere presente per legge, chi non lo fa è un editore che vive nell’illegalità) sa un po’ di gesto di condiscendenza. Sentire una cosa del genere da un editore indipendente, che in genere si presenta come virtuoso ed esempio salutare nel mercato editoriale italiano, confonde, e non poco.

Quello che emerge da un contratto standard di traduzione è che il traduttore, benché nominalmente abbia un certo margine di potere contrattuale, in realtà questo è nullo, perché si ritrova solo di fronte a un insieme che è la casa editrice. E qui viene il secondo problema. Non esiste un sindacato per i traduttori e spesso, chi esordisce e non solo, accetta tariffe bassissime che svalutano il proprio lavoro e quello della categoria tutta. D’altronde se esiste chi è disposto a tradurre per cinque euro a cartella perché un editore dovrebbe assumere qualcuno che ne chiede quindici? Il potere contrattuale quasi-inesistente di cui si parlava prima si azzera. È anche vero però che se sono mesi (per non dire anni, considerando che anche se interessata i tempi di risposta, quando c’è,  di una casa editrice a una proposta di traduzione si misurano in mesi) che fatichi a trovare un contratto e devi pagare le bollette, la prima volta che te ne propongono uno ti ci fiondi sopra come se non ci fosse un domani. Insomma, la questione è complessa. L’auspicio è quello che la categoria riesca a trovare una qualche forma di unità e si muova in comunione. A tal proposito vi segnalo il lavoro portato avanti da Strade, di cui non si parla abbastanza e che di recente ha stipulato un accordo col Centro Editoriale Dehoniano (C.E.D.) per l’adozione del contratto modello di edizione di traduzione (sulla scia dei virtuosi contratti già presenti in altri stati europei).

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L’impegno e la mole di lavoro che richiede la traduzione è immensa, riempie tutta la giornata. Non è corretto trattare questa stupenda professione, che arricchisce in misura sconfinata, come un hobby, l’ultima ruota del carro dell’editoria che si deve far carico di tutti i costi che deve sostenere una casa editrice. Se ne parla sempre troppo poco e quando lo si fa si lascia cadere l’argomento troppo presto. L’altro grande auspicio, quindi, è che se ne parli di più e che poi si passi anche all’azione.

-Davide

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