Carmen Korn e le sue Figlie di una nuova era: la recensione

Carmen Korn è un scoperta. Una piacevole scoperta. È una di quelle scrittrici che tanto sono care a Fazi e che ha creato una saga famigliare di grande interesse letterario e storico. Figlie di una nuova era, uscito per la casa editrice soltanto qualche giorno fa nella traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, è il primo libro di questa grande saga divisa in tre volumi. Un libro prevalentemente al femminile, ma non solo, che racconta una generazione di donne che ha vissuto a cavallo delle due guerre.

La storia ruota attorno a una molteplicità di personaggi, non ci si può sbagliare nel dire che questo è un romanzo corale. Henny, Ida, Käthe, Lina, Rudi, Lud, vivono tutti nell’Amburgo del primo ventennio del Novecento e sono intrappolati nella spirale di sconvolgimenti dell’epoca: dall’emancipazione femminile di quelle donne che scelgono di diventare ostetriche alla Finkenau, allo spettro della Grande Guerra che ha segnato profondamente uomini e donne e che ancora aleggia sulla popolazione tedesca, quasi fosse un segno premonitore degli eventi a venire.  A partire dal 1919, in una narrazione che copre un ampio ventaglio di anni, fino al dicembre del ’48 per la precisione, le ragazze si trovano prima di fronte alla possibilità di emanciparsi per poi vedersi subito sottrarre questa indipendenza con la salita al potere di Hitler. Eventi che in un modo o nell’altro toccano tutti i ceti sociali, dalle famiglie più povere come quella di Käthe, a quelle più benestanti, come quella di Ida, la cui preoccupazione maggiore è quella di farsi recapitare abiti all’ultima moda.

Nonostante la partenza un po’ legnosa e la mole non indifferente del testo, una volta che si entra nel merito della narrazione il libro scorre velocemente, come velocemente passano gli anni per i protagonisti della storia. L’incipit è particolarmente pregevole, presentando al lettore le ragazze in un confronto ritualistico a partire dalla cerimonia del bagno. Curiosare dal buco della serratura consente di inquadrare con precisione ciascun personaggio all’interno del proprio contesto sociale, con l’aggiunta di qualche frammento di storia famigliare che già viene esposto al pubblico ludibrio.

Certo, riuscire a seguire tutti i personaggi senza perdersi non è semplice e la scrittura un po’ caotica rende davvero ingarbugliata la lettura. Nel complesso però risulta un’esperienza gradevole e di grande impatto. Soprattutto per le grandi emozioni in grado di suscitare nel momento in cui ci si sposta verso quegli anni di cui sentiamo spesso parlare, e con ciò si intendono gli anni del nazismo (sin dalle violente repressioni del ’23 che già facevano presagire il malcontento della popolazione e passando poi per l’infame notte dei cristalli fino ad arrivare alle leggi razziali e ai campi di stermino).

Negli anni recenti Hitler aveva formato un nuovo partito, la NSDAP, dopo essere stato in prigione a Landsberg, e avendo trovato anche il tempo per ricevere le ammiratrici e scrivere un libro. Käthe aveva ragione: quell’uomo era pericoloso. Ampi settori della popolazione lo adoravano. Accendeva gli animi con la facilità di un incendio in un bosco arido, ed erano in pochi a storcere il naso di fronte alle sue farneticazioni. Dal nazionalismo al populismo, e da questo al più bieco fascismo, il passo era breve.

Di riflessioni e parallelismi se ne potrebbero fare molti, ma uno storico sarebbe di sicuro più competente in questo caso. Resta il fatto che anche da un romanzo di questo tipo, più famigliare, si possono trarre tantissimi spunti di riflessione su argomenti e parole come libertà e indipendenza, sulle quali molto spesso fanno leva i nazionalismi per incitare e sovreccitare le persone.

-Davide

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