La caduta di Gondolin e l’epicità di J.R.R. Tolkien

Quando si pensa a John Ronald Reuel Tolkien l’associazione mentale più immediata è quella de Il Signore degli Anelli (di cui aspettiamo con eccitazione la nuova traduzione di Ottavio Fatica) o, tutt’al più, Lo Hobbit. Tuttavia, il mondo che è nato dalla sua penna è di gran lunga più vasto delle avventure della Compagnia dell’Anello o di quelle del simpatico Bilbo Baggins e, negli anni, sotto la curatela di Christopher Tolkien, uno dei figli dello scrittore, sono stati pubblicati molti racconti che gravitano attorno alla Terra di Mezzo, alcuni dei quali ricostruiti da semplici appunti sparsi che il padre aveva lasciato alle spalle dopo la morte. Le opere di Tolkien qui in Italia sono pubblicate da Bompiani, e così è anche per la trilogia dei Tempi Remoti, giunta a compimento con la pubblicazione de La caduta di Gondolin, che segue i compagni I figli di Húrin e Beren e Lúthien.

La caduta di Gondolin è un libro particolarmente speciale perché custodisce al suo interno le diverse riscritture del racconto, quello della caduta della città dei Noldoli, che Tolkien aveva redatto. L’origine dell’opera è avvolta dall’incertezza. Dalle lettere che lo scrittore ha lasciato al figlio sembra emergere una contraddizione interna: in alcune si allude a una possibile scrittura durante una ipotetica licenza per malattia nel 1917, periodo intorno al quale l’autore scrisse anche Beren e Lúthien, in un’altra lettera si fa riferimento a una licenza ancora diversa, risalente al 1916, periodo della Battaglia della Somme, quando avrebbe scritto il racconto in un letto d’ospedale.

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Resta il fatto che l’opera ha subito numerose rielaborazioni, passando attraverso il giudizio della moglie dello scrittore, per poi subire ancora ulteriori correzioni. La caduta di Gondolin venne presentata per la prima volta all’Essay Club dell’Exeter College di Oxford ma anche in quel caso non fu nella sua versione finale e la forma ultima che è pervenuta fino a noi è probabilmente transitoria, oltre che incompleta. Nel dettaglio, le rielaborazioni presenti nel romanzo, prima bozza inclusa, sono: L’abbozzo della mitologia (1926), strettamente collegato a Il Silmarillion, nonché probabilmente sua prima versione, il Quenta Noldorinwa (1930), che è poi la seconda versione del Silmarillion, quella completa, e, infine, il lungo brano Di Tuor e della caduta di Gondolin (1951), l’ultima bozza, dove l’incontro fra Tuor e il Signore delle Acque, Ulmo, è più dettagliato e dove l’eroe riceve in dono il manto che gli consentirà di superare le schiere di Melko (l’Ainu che poi verrà chiamato Morgoth), indenne.

Il racconto della Caduta di Gondolin accumula, nel dipanarsi, molti fugaci riferimenti ad altre storie, altri luoghi e altri tempi: eventi del passato che influenzano azioni e ragionamenti nel preciso momento in cui si svolge il racconto.

Ci troviamo alla fine della Prima Era, la Battaglia delle Innumerevoli Lacrime è terminata, Morgoth ha sconfitto i suoi nemici e Húrin e Huor sono caduti, garantendo però a Turgon, re di quei Noldoli in disgrazia agli occhi dei Valar a causa della battaglia Fratricida con gli elfi Teleri, un passaggio sicuro per la città di Gondolin.

Si narra e si canta: ‘Gondobar sono chiamata e Gondothlimbar, la Città di Pietra e la Città degli Abitanti nella Pietra; Gondolin la Pietra del Canto e Gwarestrin sono chiamata, la Torre di Guardia, Gar Thurion o il Luogo Segreto, poiché celata io sono agli occhi di Melko; ma quanti davvero mi amano, e molto, mi chiamano Loth, poiché io sono come un fiore, e anche Lothengriol, il fiore che sboccia sulla pianura.’

In questo scenario precario, Tuor, figlio di Huor, viene scelto da Ulmo, il Valar più forte, dopo Manwë, per trovare la città leggendaria e avvertire Turgon di un pericolo imminente. Gondolin è nascosta agli occhi di Morgoth, ed è un luogo sicuro per tutti i Noldoli scampati alla schiavitù dell’ex Valar, ma l’accesso alla città può essere individuato solo da un elfo appartenente alla stirpe sopracitata, e pertanto sarà necessaria la guida di un certo Voronwë, un Noldolo appena scampato alle caverne di Morgoth. Da lì in poi si dipana una serie di tragici avvenimenti che culmineranno nella distruzione della città e nella conseguente dispersione dei sopravvissuti, una lunga e ardua marcia non esente da ulteriori battaglie.

Tolkien è in grado, nella forma pur spazialmente limitata del racconto, di donare alla storia il tono epico di uno dei grandi poemi dell’antichità. Nella distruzione di Gondolin rivediamo il sacco di Troia e nella fuga dalla città rivediamo il lungo viaggio di Enea, ma si potrebbero fare molti altri paragoni. E le atmosfere epiche e le descrizioni minuziose e incantevoli contribuiscono a creare qualcosa di grande, una canzone, un poema che verrà ricordato nei secoli. La struttura dell’opera è fluttuante e, come fa notare lo stesso Tolkien (Ndr: il figlio Christopher, si intende), nuovi elementi compaiono spontaneamente da una versione all’altra. Basti pensare alla frequenza con la quale i nomi cambiano, benché gli intenti di personaggi e autore restino immutati.

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Ulmo. Le illustrazioni di Alan Lee impreziosiscono il volume edito Bompiani

L’unica nota stonata è l’incompiutezza dell’ultima versione. Lo scrittore lascia il lettore sospeso, con Tuor, appena giunto a Gondolin, che rimane abbacinato dalla maestosità e dalla bellezza della città dei Noldoli. Una delle spiegazioni che possiamo fornire per questa brusca interruzione è la necessità, per questioni di pubblicazione, di dare alle stampe in separata sede Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion, nonostante l’intento dello scrittore, che riteneva che per la comprensione della celebre opera fosse necessario avere a portata di mano la mitologia dei Valar e della creazione del mondo. Ma, ahinoi, Tolkien è costretto a cedere al suo editore e in una lettera del 1952 rende nota ufficialmente la sua resa. Questo lo avrebbe portato a temere una pubblicazione alterata, o quantomeno criticamente differente dalla sua visione dell’opera, de La caduta di Gondolin. Timore amplificato dal grande sforzo mentale impiegato durante lo smussamento delle due opere sopracitate.

Quanto al Signore degli Anelli e al Silmarilion, sono sempre dov’erano. […] Io sono stato spesso ammalato, e al tempo stesso troppo indaffarato per occuparmene, e troppo scoraggiato.

Dalla lettera a Rayner Unwin del 22 giugno 1952

Il racconto su Gondolin e Tuor è la chiave di volta che collega Prima e Terza Era della Terra di Mezzo, in quanto Tuor, un essere umano, è l’unico in grado di salvare i Noldoli. In parte perché sopravvalutato da Morgoth quale appartenente alla sua razza, ma soprattutto perché portatore di speranza, speranza che si traduce nel figlio Eärendil. E su Eärendil Tolkien ha lasciato degli appunti che suggeriscono la volontà di continuare i Tempi Remoti, ma non riuscirà mai a dare forma alle sue idee.

La caduta di Gondolin è un racconto di grande pregio, un elemento inscindibile dalle altre opere che hanno luogo nella Terra di Mezzo. Una chiave di lettura in più per gli affezionati a questo mondo, e un poema epico di straordinaria bellezza anche per i profani. Mai sottovalutare il genere!

-Davide

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