Hamburg di Marco Lupo: la recensione

Qualche tempo fa su Minima&Moralia si parlava di come la letteratura contemporanea sia sempre più focalizzata sul periodo della Seconda guerra mondiale. Se ne parla attraverso libri che descrivono le forti personalità dei dittatori e personaggi che hanno portato il continente europeo sul baratro, se ne parla attraverso gli occhi dei testimoni del fronte, se ne parla attraverso la letteratura di Resistenza. Il filo conduttore è la memoria, in tutte le sue sfaccettature.

Ed è proprio la memoria il grande leitmotiv di Hamburg, la sabbia del tempo scomparso, grande esordio di Marco Lupo, uscito per Il Saggiatore nel 2018. Lupo, che non nasconde ma anzi cita molteplici volte, si ispira a Sebald, alla letteratura della memoria e alla capacità dello scrittore di parlare di cose oscure, in modo semplice. Una nozione che può sembrare per l’appunto facile e scontata e che in realtà non lo è. Leggendo il romanzo ci si rende conto di come, dietro le semplici parole e le frasi che filano, c’è un’enorme lavoro sia mentale che fisico nello scavare nella materia Parola per giungere al significato più profondo. Si intuisce che dietro ogni periodo c’è un grande lavoro di levigatura. Lo stile delle frasi non è macchinoso o costruito, assolutamente. Durante la lettura, tra il passaggio dal mondo del Libraio, a quello del gruppo di Scrittori/Lettori e a quello delle vicende narrate negli Pseudobiblium firmati M.D. non si inciampa mai in frasi facilone, di pura retorica. Non si ha mai la sensazione di trovarsi davanti a un lavoro autoreferenziale, cosa che purtroppo sembra essere molto in auge in altri autori italiani, anche contemporanei.

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immergersi nei diversi mondi possibili, il gioco a incastro della narrazione alimenta la voglia del lettore di scoprire la vicenda reale, il vero dietro il racconto di finzione. Se sappiamo poco o niente del Libraio che viene presentato all’inizio, sappiamo altrettanto del gruppo di Scrittori/Lettori che, come in un rito catartico, si riuniscono per leggere i propri scritti, senza sentire il bisogno né di commentare i propri testi, né quelli degli altri. Quando poi questi mondi coincidono, e gli Scrittori sono alle prese con il corpus letterario di questo fantomatico M.D., scritti che nemmeno sono completi e che sono arrivati nelle loro mani attraverso vie traverse, si schiude davanti al lettore un altro mondo, quello della memoria, frammentata e frammentaria, che esiste ma che allo stesso tempo è invisibile e impalpabile, come la polvere delle macerie di Hamburg.

Hamburg è stata vittima di uno degli innumerevoli bombardamenti delle forze inglesi e americane del secondo conflitto, un’ecatombe che ha raso al suolo interi edifici e lasciato crateri al posto della città. E di Hamburg, dell’atmosfera che si respirava e viveva in città prima, durante e dopo il famoso bombardamento, parla proprio M.D. Leggiamo le testimonianze di un bambino, poco più che neonato, durante i bombardamenti del luglio 1943, quelli dell’operazione Gomorrha. Vediamo con gli occhi di una coppia fuori città, al sicuro, come si manifestò il bombardamento, fino ad arrivare alla città dilaniata, priva di punti cardinali. Sentiamo dell’esperienza degli uomini impegnati a liberare la città dalle macerie, che non sono solo quelle di cemento, mattoni e polvere. Un racconto, quello di chi sgomberava la città, che racchiude in sé tutto quello che accadde in tutta Europa all’epoca. Infine, ascoltiamo le confidenze dello scrittore, che racconta se stesso.

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Una volta chiuso Hamburg, quello di M. D.,  un’altra narrazione si apre davanti ai nostri occhi: il libraio, da amante dei libri e collezionista di storie fuori catalogo e introvabili, svela la sua collezione completa delle opere dell’autore di Hamburg. Cosa significa? Probabilmente è una riflessione su come la memoria in quanto tale, forse ha più forza nel suo essere frammentaria e volubile, e non nella certezza e nella completezza. Oppure può alludere al fatto che nessuno può conoscere realmente ciò che è narrato nel libro, e il perché non ci è dato saperlo.

Sappiamo però che Marco Lupo è riuscito dove tanti altri hanno fallito: libri e librai non vengono romanticizzati. L’autore mette da parte questi cliché e racconta una storia di libri, fatta di libri, che ha un significato che supera la narrazione e prende forma e forza attraverso l’escamotage della finzione, del paratesto che crea delle realtà parallele lontane dal mondo conosciuto, strumenti indispensabili per indagare lo spazio e la storia che viviamo.

-Marco

 

2 pensieri su “Hamburg di Marco Lupo: la recensione

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