#ReadChristie2019: L’assassinio di Roger Ackroyd

Siamo giunti alla terza tappa della #ReadChristie2019, la challenge organizzata dall’account ufficiale dell’Agatha Christie Limited, che ha deciso di renderci partecipi in qualità di ambasciatori della #ChristieFever in Italia. Un piccolo riassunto delle puntate precedenti: ogni mese leggiamo un libro che rientra in una categoria diversa, la lista delle categorie e la cartolina scaricabile e stampabile per tenere il segno delle proprie letture la trovate qui.

Gennaio e febbraio hanno visto come protagonisti libri con Poirot e Miss Marple, invece per questa tappa di marzo bisognava leggere la storia preferita tra quelle scritte da Agatha. Questo sì, che è un problema. Scegliere tra i numerosi romanzi, gli altrettanti racconti, le sceneggiature e tutto il resto non è stato affatto semplice. Abbiamo visto però che molti dei partecipanti alla challenge non si sono limitati a scegliere i libri più famosi, ma tra gli evergreen come Assassinio sull’Orient Express e Dieci piccoli indiani, sono spuntati anche vari Corpi al Sole, C’è un cadavere in biblioteca, Trappola per topi e, soprattutto, Appuntamento con la paura, una raccolta di racconti che svicola dal canone ‘christiano’.

Purtroppo non ce l’ho fatta e ho seguito quello che vuole lo stereotipo. La scelta è caduta su L’assassinio di Roger Ackroyd, il romanzo che ha consacrato Agatha Christie come Regina del giallo, maestra di tutte le trame e duchessa della morte (epiteto che lei preferiva rispetto all’abusato Queen of Crime).

Pubblicato nel 1926, The Murder of Roger Ackroyd fu il primo libro pubblicato dalla Christie con l’editore che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita, Collins. Dato alle stampe proprio in primavera, fu un punto di svolta all’interno del genere. La storia è delle più semplici e banali, un po’ come la copertina dell’edizione originale (non sorprende infatti che poi Collins abbia deciso di cambiare artista).

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La copertina della prima edizione inglese

Siamo a King’s Abbot, un tipico villaggio della campagna inglese. La storia ha inizio con la morte di Mrs Ferrars, una vedova molto facoltosa. Il narratore è il dottore del villaggio, il dottor Sheppard, che tra sé pensa che la morte di Mrs Ferrars sia un caso di suicidio. Il giorno successivo, Roger Ackroyd, un vedovo facoltoso (non ci sono mai abbastanza vedovi facoltosi in Inghilerra) che il pettegolezzo del villaggio vedeva protagonista di una tresca con la compianta Mrs Ferrars, viene ritrovato senza vita nel suo studio. Per pura coincidenza, a King’s Abbot si era trasferito Hercule Poirot, il famoso ispettore belga, intento a vivere la vita di pensionato, passando le giornate a coltivare zucche. Non bisogna quindi aspettare molto per vedere Poirot coinvolto nelle indagini, con il dottor Sheppard come suo Hastings, che si è trasferito in Argentina.

Come in ogni romanzo giallo della Golden Age, i personaggi sono molto numerosi e accuse, indizi, false piste, ricatti, merletti, servitori e dottori si sprecano. I personaggi si muovono tra la Manor House del compianto Roger Ackroyd e il villaggio, sono le lingue biforcute delle pettegole, una fra tante la sorella del dottor Sheppard, Caroline.

Sulla carta, questo romanzo non ha nessun ingrediente tale da renderlo così importante all’interno del genere, eppure è qui che Agatha ci sorprende. Conviene però aprire una parentesi su un discorso delicato quale è lo spoiler.

Partiamo dal principio. La società inglese degli anni ’20 sta facendo i conti con il passato del primo dopoguerra, che aveva portato novità nel campo della tecnica e della scienza tanto da cambiare il tessuto sociale. L’aristocrazia vede l’inizio del suo declino e la società si appresta a diventare una società di massa, cambiamento già intrapreso a partire dalla prima e seconda rivoluzione industriale.

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Una foto del Bloomsbury Group, al quale prese parte anche Virginia Woolf insieme a tanti suoi contemporanei.

Ovviamente, questi elementi hanno influenzato la letteratura. È in questo periodo che nasce e si consolida quella corrente letteraria definita col nome di modernismo, corrente che raccoglie autori del calibro di T.S.Eliot, Virginia Woolf, James Joyce, Ezra Pound, Faulkner e tanti altri che hanno fatto del rifiuto della tradizione un mezzo per creare un modo nuovo di concepire la letteratura. Rifiuto della tradizione, impiego di una forma romanzo più grande del suo insieme, con l’uso a volte maniacale di citazioni, dilatazione del tempo e dello spazio, periodi lunghi che riflettono il pensiero e la mente dell’io narrante in un mondo devastato e da unire.

I movimenti letterari non funzionano a compartimento stagno, sono influenzati dal loro periodo storico e finiscono per diventare bacino di idee e d’ispirazione per tanti altri settori. Entra in gioco quindi la Detective Fiction. Il periodo dell’Età dell’Oro del giallo all’inglese coincide per la maggiore con il modernismo inglese, basti pensare che il 27 febbraio del 1920 si tiene la prima riunione del Bloomsbury Group, e nello stesso anno vengono pubblicati Poirot a Styles Court, Mauberley di Ezra Pound, e alcune poesie di T.S. Eliot e di Robert Frost.

C’è quindi un certo fermento che pervade ogni campo della letteratura, anche quello meno “colto” e spesso sopravvalutato da chi purtroppo non riesce a vedere oltre il proprio naso, problema  al quale lo stesso Detection Club intendeva porre rimedio.

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Il Detection Club: un gruppo di scrittori di Detective Fiction che si impegnava ad alzare l’asticella della qualità del giallo dell’epoca.

All’interno di questo club vigevano regole severe per chiunque ne fosse partecipe. Più di una volta Agatha è riuscita a farla franca. Le regole le stavano strette, una in particolare, una regola non scritta: il lettore deve avere le stesse opportunità del detective per poter risolvere il mistero. Tutti gli indizi devono essere messi in bella vista e descritti. Questo è il cavillo sul quale Agatha Christie si impuntò quando i giornali dichiararono che con il suo ultimo libro aveva mentito al lettore, che aveva giocato sporco.  Lo scandalo fu talmente grande che tanti lettori si videro obbligati a scrivere a giornali come il Times per dichiarare di essersi sentiti presi in giro, di non voler mai più leggere libri scritti dalla Christie.

E questo cosa c’entra con il modernismo? Si entra nel territorio dello spoiler, proseguite a vostra discrezione.


– SPOILER –

 

Il punto di forza del romanzo della Christie è il colpevole della vicenda, che poi coincide con il narratore. Questa idea venne alla Christie a seguito di due consigli, uno da parte del cognato James Watt e l’altro del celebre Lord Mountbatten. Anni dopo la pubblicazione infatti, Agatha gli aveva spedito una copia del volume con una dedica scritta a mano, ringraziandolo per “il suggerimento che poi ho utilizzato per… Ackroyd“.

Inoltre, L’assassinio di Roger Acroyd, è stato uno dei primi romanzi a spalancare le porte al narratore inaffidabile, almeno nel giallo, tanto che nell’Inghilterra dell’epoca creò non poco scalpore. L’idea di un dottore, una delle persone più rispettabili nell’illogico gioco di scacchi che è la società inglese, colpevole era qualcosa di inconcepibile. Lo status quo è sempre stato qualcosa di intoccabile in Inghilterra, e vedere un romanzetto da pochi scellini attaccare anche quel poco che era rimasto di sicuro dopo la guerra deve esser sembrato un vero affronto.

– FINE SPOILER –


Cosa non deve sembrare paragonare il giallo a un movimento letterario così colto come il modernismo. Leggendo libri come Ackroyd, Assassinio sull’Orient Express, e in genere le opere che vedono Poirot protagonista negli anni ’20, ci si rende conto di come sotto la patina del romanzo giallo calmo e ozioso ci sia un acume e un fermento letterario che sfuggono alla prima lettura. Bisognerebbe piantarla di leggere un romanzo soffocandolo all’interno di un determinato canone. La cosa bella e mai banale della Christie è scavare nel testo per scoprire cosa si cela dietro il semplice meccanismo alla Cluedo (che se non fosse stato per Agatha non sarebbe mai nato).

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A sinistra: il numero del 20 gennaio 1945 in cui apparve l’articolo di Edmund WIlson. A destra: la copertina del saggio di Pierre Bayard.

Inoltre, il fatto che di Ackroyd si sia parlato tanto e se ne parli ancora -basti pensare all’articolo di giornale che scrisse Edmund Wilson per il New Yorker intitolato “Ma chi se ne frega di chi ha ucciso Roger Ackroyd?” o al celebre saggio di Pierre Bayard- significa che, per quanto se ne possa dire, l’influenza, la mente e la furbizia di Agatha Christie difficilmente verranno dimenticati e chi si sforza di sminuirne l’opera gridando come fa la volpe all’uva perde soltanto il fiato. Perché qui l’unica colpevole è Agatha Christie, che ci seppellirà tutti.

Dopo questo sproloquio, vi diamo appuntamento al prossimo mese, con la tappa di aprile: la lettura di una delle storie che la Christie ha scritto in giovane età (entro il 1930).

Vi ricordiamo che potete seguire la challenge anche su Instagram seguendo l’hashtag #ReadChristie2019, dove potete trovare tutte le letture dei vari partecipanti, sia italiani che stranieri. Alla prossima!

-Marco

 

4 pensieri su “#ReadChristie2019: L’assassinio di Roger Ackroyd

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