Arruina di Francesco Iannone

Sembra che l’elemento acquatico ultimamente mi pedini. Ed è strano perché, forse complice il crine fulvo, ho sempre pensato di essere più legato al fuoco, al calore, che all’acqua. L’ultimo libro che ho letto de Il Saggiatore è stato Acquadolce, dove l’acqua non portava con sé solo la simbologia vitale della nascita e della rinascita ma anche quella della transizione fra uno o più mondi. Anche in Arruina, il romanzo esordio che Francesco Iannone ha pubblicato proprio per Il Saggiatore, l’acqua è un elemento chiave della storia, ma procediamo con ordine.

Con Arruina, Francesco Iannone scrive una favola nera, come suggerisce già il titolo dell’opera, che in dialetto napoletano significa rovina. E la parola rovina è la prima che viene alla mente quando leggiamo delle Nerissime, delle streghe millenarie che hanno acquisito l’immortalità grazie alle acque di una fonte nascosta in Roccagloriosa. Ma la vita di queste creature diaboliche è destinata a mutare quando, ad Acquavena, un piccolo paesino sperduto chissà dove, nasce una bambina, la Sperduta. La nascita di questa bambina, a compimento di una profezia già annunciata dalle vecchie del paese, comporta il prosciugamento della fonte. A quel punto è inevitabile che le Nerissime agiscano per ristabilirne le proprietà, e così rapiscono la bambina e la portano a Roccagloriosa per sacrificarla in nome dell’ordine. Saranno i suoi genitori, e un manipolo di derelitti, gli unici a tentare di salvarla per evitare l’inevitabile, la rovina di tutte le cose.

arruina

L’acqua è un elemento quasi minaccioso e pericoloso in questo romanzo. Rappresenta la speranza dell’immortalità per le Nerissime, con le acque acide della fonte, promessa di rimanere eternamente legate al ciclo vitale terrestre e di portare rovina al mondo. Anche quando questo elemento viene rievocato dai protagonisti, i nostri miserevoli eroi in cerca della Sperduta, ha un che di pericoloso, inquietante. Ad Acquavena non ti puoi fidare di niente e nessuno, neanche di quella cosa ancestrale che ci lega all’utero materno.

Dobbiamo attraversare la casa e provare a uscire. Questa casa è un utero e mi manca l’aria. Quest’aria è gonfia d’acqua e mi occlude le narici e mi tappa la bocca dell’esofago.

Quello che colpisce di più del romanzo di Iannone è però la prosa. Iannone usa una prosa ricca ed evocativa con un linguaggio che prende a piene mani dalla tradizione della fiaba meridionale. Le descrizioni sono la parte più bella, sono istantanee ben riuscite e vivide, che prendono vita davanti agli occhi del lettore. Iannone usa un linguaggio all’apparenza semplice ma in cui devi scavare a lungo prima di coglierne appieno il senso, o almeno avere la parvenza di averlo colto. Le parole hanno un suono e un significato ma molto spesso questo è ingannevole e non basta leggerle una volta per comprendere appieno il significato che celano.

Sono debole? Lo dici sempre tu, ed ora mi dormi accanto e non mi vedi, e non vedi l’enorme massa irrobustirsi sopra il mio torace e le sue unghie infierire nella mia carne, la sonante carne e le unghie vivide della Nerissima. La Nerissima ha mani, o sono zampe!, e mi toccano, e sono mani d’insetto, mani d’infernale brulichio. Ha piume lucidissime, e se le lecca. E le pupille sono gialle. E fanno una piccola luce che mi scalda la fronte.

(…)

E il suo peso è inumano, e le sue piume emanano un aspro odore di fango, e dai suoi capelli cade così copiosa la forfora che sembra nevicarmi addosso. Le gambe mi pesano nel cervello, e non posso muoverle. Le braccia le vedo disperarsi a due centimetri da me come code recise di lucertole.

L’uso abbondante di ripetizioni ha un duplice scopo. Serve a rafforzare i concetti da un lato, e dall’altro ammalia il lettore, mimando l’armonia e la forma di un incantesimo, quasi fosse una formula antica delle Nerissime. Se così fosse saremmo tutti già perduti.

E i personaggi che si muovono per le terre che circondano Acquavena sono davvero perduti. Il padre della bambina, voce narrante della storia, si rivolge tutto il tempo direttamente alla moglie, quasi volesse lasciare un testamento orale alla loro impresa, che sembra destinata al fallimento più completo. Tutti hanno un marchio che le Nerissime hanno impresso nella loro carne. Così la speranza scema, anche nella bocca dei più coraggiosi.

Leggere Arruina significa leggere di un mondo devastato, un mondo nuovo ma allo stesso tempo così antico da far impallidire le montagne. Un mondo che sembra distante da quello reale, che abitiamo, ma che in realtà è ammantato dalle stesse ombre.

-Davide

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