Animali non addomesticabili: l’intervista a Paolo Morelli

Due dei temi che hanno segnato questa edizione del Salone internazionale del Libro di Torino sono stati da una parte l’immortalità declinata in tutte le sue forme, dal transumanesimo all’immortalità dell’anima, dall’altra il tema degli animali, sia come creature coscienti con alcuni diritti, sia come personaggi squisitamente letterari, come gli animali dello Zoo di Primo Levi. A fare da sintesi a questi due temi è il volume pubblicato da Exòrma, Animali non addomesticabili, scritto a sei mani da Giacomo Sartori, Paolo Morelli, Marino Magliani, con una postfazione di Paolo Albani. Questa raccolta di racconti parla di animali (e non solo) da un punto di vista privilegiato, gli animali stessi.

Proprio al Salone abbiamo avuto l’occasione di parlare del volume con uno degli autori dell’opera, Paolo Morelli. Animali non addomesticabili (il cui titolo originale sarebbe dovuto essere Per animali non addomesticabili) è una raccolta di immagini, racconti, testimonianze, ricordi e flussi di coscienza degli animali più diversi. Ci sono animali che conosciamo bene, come insetti, ragni, cani, cicale, e ci sono animali di fantasia, come l’unicorno. Una raccolta che gioca sul linguaggio, tant’è che alcuni animali parlano in dialetto, altri in un italiano quasi perfetto, altri ancora non sanno dove sia di casa la grammatica.

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Esplorando con Morelli la necessità di raccontare il mondo attraverso lo sguardo degli animali, necessità condivisa da tutti gli autori,è venuto fuori che l’idea del libro è nata per caso (come succede a tutte le idee migliori) divorando con gli altri due un panino nel mercato di Testaccio. Tutti avevano qualche scritto nel cassetto sul tema, ciascuno dei quali è stato poi domato e addomesticato da Paolo Albani. La necessità di questa forma narrativa, spiega l’autore, deriva dall’impasse epocale che la società sta vivendo, «c’è un forte bisogno di cambiare il modo in cui controlliamo e razionalizziamo il mondo.» La visione cartesiana che abbiamo utilizzato finora, dice Morelli, non serve più, perché significherebbe vivere il mondo contemporaneo con una visione vecchia, rischiando di diventare schiavi dei nostri stessi limiti. «Abbiamo bisogno di un nuovo approccio e questi nostri scritti sono un tentativo di riabilitare gli animali, che sono stati sfruttati dalla letteratura e obbligati ad avere caratteristiche umane, e chiedere loro un nuovo e fresco punto di vista.» E questo, per Morelli, richiede un grande volo di fantasia, bisogna gettare il cuore contro l’ostacolo.

Si è parlato anche del ruolo della fantasia, dell’immaginazione e degli animali nella letteratura. Se Sartori e Magliani hanno interpretato in modo diverso questi elementi, chi dando una parvenza umana ai diretti interessati, chi  sfruttando i topoi del genere per raccontare un’altra storia, Morelli ha provato a liberare gli animali dalle loro catene perché sentiva l’urgenza di inventare un nuovo punto di vista, uno che sa apprezzare i propri limiti per godersi a pieno la libertà che l’uomo ha nei confronti della natura. Qui Morelli cita nuovamente Cartesio, con due concetti che riassumono il suo pensiero: l’animal non agitagitur e il concetto di uomo come signore della natura.

Gli animali riescono così a esprimere quello che è ormai sopito nella mente umana. Ci insegnano cosa significa il non fare, non cercare necessariamente un posto nel mondo e allo stesso tempo affermando la nostra identità senza prevaricare gli altri.

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L’animale è il punto di partenza per una nuova evoluzione. L’autore ritiene che una delle conseguenze della razionalizzazione che stiamo vivendo sia l’esilio del corpo dalle mire della conoscenza, ridurre il tutto a semplice linguaggio, che continua a essere la tecnologia più antica di tutte.

Ma perché Morelli sceglie di dare ai suoi animali lo strumento del dialetto? L’autore confessa che per lui il dialetto, in quanto lingua nativa, è più legato all’espressione animale. Parlano come potremmo parlare noi se sciogliessimo i legacci della lingua impostata.

La domanda di rito è d’obbligo, quali autori e libri sono a lui cari? E qual è il suo rapporto con la contemporaneità? Mentre sull’ultima parte glissa perché potremmo trovarlo in difficoltà, Morelli ci tiene a ricordare l’importanza che ha avuto nella sua formazione Lao Tzu, l’antico filosofo cinese, che gli ha cambiato la vita in maniera radicale.

La nostra chiacchierata con Morelli si è conclusa parlando del linguaggio e della ricerca nella costruzione dei racconti. Si è parlato anche di esperimenti con sostanze psicotrope, di difficoltà di esprimersi in dialetto e di molto altro ancora.

Animali non addomesticabili è un esperimento zoo-antropologico ben riuscito, un’analisi (o una profezia) sulla nostra società attraverso gli occhi degli animali, dai quali dovremmo forse imparare ancora molto.

-Davide & Marco

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