Chi ama, odia di Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

Chi ama, odia viene pubblicato per la prima volta nel 1946, in qualità di trentunesimo volume di una collana molto famosa nell’Argentina dell’epoca, Séptimo Círculo. Quest’ultima nasce dal talento e dalla volontà di Casares e di un altro grande scrittore, Borges. Tra il 1945 e il 1956, i due raccolgono una quantità massiccia di volumi, pubblicati dalla casa editrice Emecé e ispirati dai principi del Collins Crime Club di Londra. Così, influenzati dal giallo all’inglese, dov’è la logica a prevalere, insieme alla sorpresa finale del lettore e alle indagini condotte in modo analitico e rigoroso, portano in Argentina molti scrittori britannici, curati e tradotti da grandi nomi della letteratura. Il libro di Silvina Ocampo e di Adolfo Bioy Casares, oltre alla particolarità di essere scritto a quattro mani in forma coniugale (i due scrittori erano marito e moglie) risulta anche uno dei pochi argentini a essere inclusi nella collana del Séptimo  Círculo.

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Silvina Ocamo e Adolfo Bioy Casares

Il protagonista della storia è Humberto Huberman, un medico omeopatico che nel tempo libero si dedica alla narrazione cinematografica. L’uomo si reca a Bosque del Mar, piccola destinazione marittima, per ritrovare se stesso e, soprattutto, concludere l’adattamento cinematografico del Satyricon, di Petronio. Arrivato all’Hotel Central, dopo una breve escursione in spiaggia, scopre la piccola popolazione che, come lui, alloggia nel piccolo e fatiscente hotel, insieme a un piccolo gruppo di personaggi, che pur non alloggiando all’hotel, per un motivo o per l’altro, ci passano la maggior parte del loro tempo. Per uno scherzo crudele del destino l’uomo si trova a dover fare i conti con un omicidio, atto che sconvolge il fragile equilibrio del piccolo edificio, e a improvvisarsi investigatore per venire in aiuto dell’ottuso corpo di polizia locale.

Humberto rappresenta un po’ il lettore. Si trova, suo malgrado, invischiato in qualcosa che non gli compete, cerca di fare le veci del detective e di aiutare nelle indagini la polizia. Ma in realtà non sa di preciso che cosa sta combinando. Un’istante è certo della colpevolezza di quel personaggio, l’istante successivo è certo della colpevolezza di quell’altro tizio. Tutto quello che vede, che tocca e che sente evoca nella sua mente indizi, ma la realtà non è mai così interessante come la finzione custodita in un libro. La storia si sviluppa attraverso lo sguardo dell’uomo, in un susseguirsi di colpi di scena e di cervellotiche elucubrazioni mentali che fanno spesso un buco nell’acqua grande quanto un cratere lunare.

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La prima edizione

Una componente fondamentale del giallo casaresiano-ocampiano è indubbiamente l’umorismo. I personaggi ritratti dai due autori sono delle macchiette che vengono prese in giro dai loro creatori con spietata naturalezza. Dall’intellettuale pomposo e sicuro di sé, che poi in realtà non capisce nulla, fino al capo di polizia dallo sguardo profondo e perso in chissà quali misteriose elucubrazioni, ma che alla fine non ha idea di come condurre un’indagine. Questo terremoto di personaggi resta imprigionato nel piccolo hotel, assediato com’è dalla tempesta di sabbia, una pentola a pressione pronta a esplodere. L’hotel è il luogo catartico del delitto a porte chiuse, che richiama i gialli inglesi, come quelli della Christie e di Chesterton, e ha il ruolo di scatenare una sorta di claustrofobia iperattiva nel dottore, che spesso rinuncia a portare a termine le azioni che si era prefissato per origliare qui o curiosare là.

Un altro degli elementi che la fanno da padrone nel romanzo è la ricca intertestualità, una trama fitta di squisiti riferimenti letterari. Huberman, ma non solo lui, non manca di citare Petronio col suo Satyricon, l’Anabasi di Senofonte, La pietra di luna di Wilkie Collins, l’Odissea, l’Amleto e molti altri pilastri della letteratura che si insinuano nel testo in modo più o meno evidente. A volte sono citazioni sfuggenti, difficili da cogliere per un occhio appena un po’ più distratto.

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Giallo all’inglese, umorismo e intertestualità sono gli elementi portanti di un doppio di scrittori che usano una prosa rotonda, che echeggia armoniosamente all’orecchio del lettore, una prosa raffinata che segue il labirinto di ragionamenti della mente di Humberto, parodia di se stesso, che non arriva mai alla soluzione del caso o se ci arriva lo fa per i motivi sbagliati. Leggere Chi ama, odia significa leggere qualcosa di più che un esperimento letterario, significa leggere un romanzo compiuto, con un’anima tutta sua e squisitamente scorrevole.

-Davide

2 pensieri su “Chi ama, odia di Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares

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