Kentuki di Samanta Schweblin

Il mese di settembre, che per noi è più simile a gennaio, porta con sé l’inizio della stagione delle novità editoriali. Grazie a Sur Edizioni abbiamo avuto l’opportunità di leggere in anteprima Kentuki di Samanta Schweblin, ultimo romanzo della scrittrice argentina, che arriverà nelle librerie il 19 settembre, nella traduzione di Maria Nicola.

Samanta Schweblin è una delle più promettenti voci della letteratura argentina. Nel 2010 è stata selezionata dalla rivista Granta tra i ventidue migliori scrittori sotto i 35 anni e da lì ha continuato a macinare successi e premi, tanto da essere pubblicata e tradotta in più di venti lingue, italiano, svedese, inglese, francese. Il talento di Samanta Schweblin è particolarmente evidente nella forma breve. Schweblin smussa i limiti del racconto (lo spazio limitato e l’impossibilità apparente di creare un mondo autosufficiente) e li trasforma nei suoi punti di forza.

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E questo vale anche per Kentuki. Ma cosa significa Kentuki? I kentuki sono dei peluches, dei robottini a forma animale che al posto degli occhi hanno delle telecamere. Sono di aspetto vario (panda, corvo, topo, drago, coniglio, civetta) ma mai uguali, tutti sono di colore diverso e in qualche misura personalizzabili. Sono l’ultima moda per quanto riguarda i gadget elettronici. Da Oxaca all’estremo Nord Europa, da Hong Kong a Berlino, non c’è famiglia che non abbia un Kentuki in casa, pronto a seguire il proprio padrone come un animale domestico.

Un kentuki però non è programmato per essere un servo fedele, anzi. Non è programmato per fare nulla, perché in realtà è comandato a distanza da un altro utente (un kentuki, una connessione), un perfetto sconosciuto. Nessuno può scegliere che kentuki comandare, come nessuno può scegliere la connessione con cui muovere l’essere di peluche e circuiti.

«Essere» kentuki, pensò Alina, è una condizione molto più intensa. Se l’anonimato in rete rappresentava la massima libertà di ogni utente – e per di più un privilegio al quale ormai era quasi impossibile aspirare -, che effetto poteva fare essere anonimi nella vita di qualcun altro?

Ne nasce una dinamica voyeuristico-esibizionistica. Tante persone trovano conforto in quell’essere che tiene loro compagnia, tante altre trovano finalmente un’occupazione e un significato nel muovere il proprio alter ego, usando la scusa di un anonimato mantenuto tale grazie all’impossibilità di comunicare con il proprio padrone.

Ecco lo strumento definitivo per diventare protagonisti nelle vite degli altri e viceversa. C’è chi racconta tutta la propria vita al proprio device, chi lo maltratta, chi lo usa come animale da compagnia, chi invece diventa il proprio kentuki, annullando la propria esistenza per vivere la vita dei loro sogni, sfuggendo alla realtà. Ma cosa significa a questo punto realtà? I kentuki non si muovono nel mondo reale?

Il termine kentuki, è venuto in mente all’autrice per caso, mentre scriveva. Kentuki corrisponde al modo in cui si pronuncia un piatto tradizionale giapponese, ricorda una cittadina ucraina, ricorda lo stato nordamericano e ha anche un non so che di cinese. Un mix perfetto per un prodotto quasi accessibile a tutti (il costo di un kentuki non è da poco, ma si avvicina molto a quello di uno smartphone) che sembri però di lusso, quindi necessario.

Con queste premesse Samanta Schweblin fa quello che meglio le riesce: divide il romanzo in istantanee, come se il lettore fosse lo spettatore di un reality o di un altro programma televisivo in cui vengono esposte le vite di sconosciuti. Un romanzo di idiosincrasie, abitudini, sogni, in una mescolanza di bene e male.

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L’autrice, Samanta Schweblin, sarà a Torino questo autunno per Aspettando il Salone.

La Schweblin rende fumoso il confine tra i due – bene e male –  e racconta tanti piccoli drammi umani, fatti di cattiverie, ripicche, ricatti, truffe, senza correre il rischio di cadere nel banale. Un obbiettivo raggiunto con una scrittura magnetica sin dalle prime pagine (scommettiamo che una volta preso in mano il romanzo non sarete in grado di riporlo).

In questo senso la Schweblin è la narratrice delle piccole cose, testimonianza che si può narrare di reale anche attraverso l’irrealtà e un futuro dalle tinte distopiche (gli sceneggiatori delle ultime stagioni di Black Mirror dovrebbero prendere spunto da questo romanzo), senza aver paura di contaminare il proprio stile e il proprio scritto con alcuni elementi di genere.

Kentuki di Samanta Schweblin è un romanzo che oggi va letto, per riflettere sul significato di solitudine e di identità, ma anche se volete semplicemente spiare cosa succede dall’altra parte del mondo, senza farvi vedere.


PS: Samanta Schweblin sarà in Italia, a Torino, per la rassegna di incontri Aspettando il Salone.

Un pensiero su “Kentuki di Samanta Schweblin

  1. Pingback: #AspettandoIlSalone: Intervista a Samanta Schweblin su Kentuki – – Radical Ging –

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