«La fortuna più immensa che potessi avere»: intervista a Maria Carla Fruttero

Il mese di ottobre conclude la challenge #OperediBottega e porta in libreria i volumi omonimi curati da Domenico Scarpa e pubblicati da Mondadori nella collana Meridiani. Ma su Fruttero & Lucentini ci sarebbero ancora moltissime cose da dire e sono tanti i progetti che abbiamo in mente e che a loro sono legati. Possiamo sostenere senza ombra di dubbio che F&L sono stati la più grande rivelazione di quest’anno, e siamo sicuri che #OperediBottega sia stato soltanto l’inizio di un lungo e affascinante percorso di  conoscenza e di lettura.

Ad arricchire la nostra esperienza, ad agosto, abbiamo avuto il piacere di intervistare per telefono Carlotta Fruttero, la figlia di Carlo Fruttero. Così abbiamo avuto modo di parlare del padre e del duo, sia da un punto di vista strettamente letterario, sia da un punto di vista umano. Quella che vi presentiamo oggi è solo la prima di tre parti dell’intervista. Abbiamo parlato a lungo e di molti argomenti, così abbiamo provato a dividerli per aree tematiche. Si parte con il Carlo Fruttero prima del romanziere, un padre e un uomo di profonda cultura.

 


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Carlo Fruttero & Franco Lucentini. Foto di Salvo Del Grande per Epoca.

Partiamo dall’ABC. Come racconteresti il rapporto con tuo padre, Carlo Fruttero?

Il rapporto con mio padre era strettissimo. Certo, il rapporto filiale era scontato. Ma lui non era un padre scontato. Quando ero piccola giocava tantissimo con noi: quando non scriveva era sempre pronto a raccontare e leggere storie. Sono cresciuta respirando quest’aria.

Quali sono le storie della vostra infanzia? Che storie vi leggeva?

Credo che da quando ho cominciato a capire e ragionare sulle parole, la prima cosa che mi è stata letta sono le fiabe di Calvino. Andavo a dormire con Giovannin senza paura, Prezzemolina, Gràttula Beddàttula. Tutte le fiabe di Calvino che mio padre, a turno con mia madre, mi leggeva. Il patto era “Leggiamo una sola fiaba e poi tu dormi”, ma le fiabe diventavano sempre due. Sono state anche le fiabe di Calvino, centellinate notte dopo notte, a spingermi alla lettura. Con mio padre mettevo insieme le sillabe, a cinque anni avevo imparato a leggere per conto mio.

calvino

Si sa, con il trascorrere del tempo le relazioni in famiglia mutano. Crescendo, come si è modificato il rapporto con tuo padre?

Crescendo uno cambia, si diventa adolescenti a volte ribelli. Devo dire che lo scontro diretto con mio padre non c’è mai stato, quello c’era con mia madre. Lui mi faceva il muso, non mi parlava, ed era peggio. Nel tempo ho cominciato a diventare la sua segretaria. Lui scriveva sui taccuini a mano: prima del computer, quando ero già sposata, mi telefonava la mattina e mi diceva “stasera devo dettare un pezzo alla stampa, ma puoi battermelo tu a macchina che non ho voglia?”. Per cui io andavo, mi mettevo sulla sua Valentina rossa e gli battevo il pezzo. Lui lo rileggeva, lo correggeva sempre pochissimo e poi si attaccava al telefono e a turno lo dettavamo al dittafono, prima che arrivassero le mail.

L’arrivo del pc è stato ben accetto?

È stata la svolta: abbiamo iniziato a utilizzare le mail e tutto è diventato più veloce. Mio padre questa cosa non l’ha mai capita: non capiva come potesse finire l’articolo, cambiarlo e inviarlo, tutto così velocemente. Ogni volta mi chiedeva “e ora quanto ci mette?”. Per lui la questione del web era fantascienza, quella fantascienza che insieme a Lucentini ha sdoganato come letteratura vera e non di serie b. Tutto quello che lui aveva tradotto e scelto si stava verificando nella sua realtà, nel suo mondo. Il telefonino non lo aveva, e i messaggini (nonostante siano in Donne informate sui fatti, con la barista) li scriveva lunghissimi e per esteso. Io lo avvisavo che lunghi così non andavano bene, e infatti i capitoli dove compaiono li abbiamo tradotti io e i miei figli.

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Franco Lucentini

L’altra metà di Carlo Fruttero. Chi era per voi Franco Lucentini?

Io ho avuto due padri: avevo anche Lucentini, che non avendo figli si è sbizzarrito con me e poi con mia sorella. Poi il fratello ha avuto i figli, e allora si è divertito anche con i nipoti, ma meno perché stavano a New York e non aveva la consuetudine che aveva con noi due. Noi eravamo a Torino come lui, lo vedevamo sempre.

Cosa è successo dopo la morte di Lucentini?

Il rapporto con mio papà è sempre stato molto stretto. Gli ultimi anni, dopo la morte di Lucentini, l’ho costretto a riprendere in mano carta e penna, a scrivere romanzi. Gli ho rotto l’anima fino all’ultimo giorno, non lo lasciavo in pace! Per esempio gli aveva telefonato la casa editrice Gallucci, che proponeva un progetto per i bambini legato alla creazione. Io li avevo assicurati che l’avrei convinto, così ero andata da lui e gli avevo detto: “senti, c’è una cosa magnifica che potresti fare, sulla creazione”, e lui: “La creazione? Cosa vuoi che ne sappia io della creazione? La Bibbia la leggo, non sono mica capace a scriverne!”. Poi lo avvisavo che aveva cinque giorni di tempo per decidere e mi avrebbe fatto sapere. Il giorno successivo, dopo averci pensato, mi aveva detto: “Sai ho avuto un’idea, potrei scrivere una filastrocca”.

Quasi come lo facesse per te!

È stato tutto così, anche Mutandine di chiffon: lui non lo voleva fare. Poi ho iniziato a incalzare: “C’è un monte di pezzi che hai scritto per La Stampa dove racconti stralci di vita tua, di Franco, di Citati, dei tuoi amici, dei tuoi nipoti”. “Ma figurati, io, un’autobiografia, ma non esiste! No no, quelle cose lì le fanno quelli che hanno voglia di raccontare di sé!”, questo rispondeva. Alla fine, abbiamo trovato la chiave: una sorta di autobiografia sotto forma di racconti, senza niente di autoreferenziale o autoincensante.

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Mutandine di chiffon

Una domanda solo apparentemente banale. Come è stato essere figlia di Fruttero?

Mi ha cresciuto e mi ha fatto respirare un’aria che non era la cosiddetta aria di cultura. Per lui la Cultura, con la C maiuscola, il letterato e il dotto, l’intellettuale, erano parolacce. La cultura era la curiosità per lui, informarsi, sapere di cosa si stava parlando: riferimenti, agganci, occasioni per approfondire. Per quello internet gli serviva molto: lì trovi tutto. Ogni tanto mi faceva delle domande: “non mi ricordo quella battaglia, non so più quel comandante, dovresti andare in biblioteca a fare una ricerca”. Io gli rispondevo “ma che biblioteca, io vado su Wikipedia!”. In 30 secondi gli stampavo tutto quello che mi chiedeva.

Avere un padre così è stato per me un regalo divino, la fortuna più immensa che potessi avere. Non lo vedevo come uno scrittore famoso, ma come un insegnante di vita, a tutto tondo.

-Davide & Marco

NB: ringraziamo moltissimo Carlotta Fruttero, per la disponibilità e la gentilezza, eAlessandra Chiappori, che con noi ha condiviso questa bellissima esperienza e ha lavorato sull’intervista e Elisabetta, che ci ha aiutato nell’impresa.

6 pensieri su “«La fortuna più immensa che potessi avere»: intervista a Maria Carla Fruttero

  1. solamente_ciffa

    Complimenti ragazzi! Mi sono emozionata con voi per questa prima parte di intervista ad un personaggio così importante per la letteratura italiana dell’ultimo secolo. Grandi. Aspetto le altre parti.

    Piace a 1 persona

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