Emons: Antonio Tabucchi e Georges Simenon in audiolibro

Dopo l’esperienza estiva continuiamo a esplorare il mondo degli audiolibri con due classici del Novecento cronologicamente opposti, uno di inizio Novecento e l’altro di fine Novecento. Stiamo parlando de L’uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon, pubblicato per la prima volta nel 1938 dall’editore francese Gallimard, e di Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli nel 1994.  Entrambi i testi li abbiamo ascoltati grazie a Emons Edizioni, una casa editrice che nasce nel 2007 a Roma con l’intenzione di riscoprire la letteratura ad alta voce, un’esperienza dalla tradizione antica valorizzata da un approccio moderno.

L’esperienza di riscoprire i classici, ma lo stesso discorso varrebbe per i contemporanei, tramite l’interpretazione di grandi autori e lettori, è qualcosa di unico e di imprevedibile. La carica emotiva del testo è amplificata dalla vita sonora dei personaggi, che oltre a muoversi su carta e nella mente del lettore sembrano quasi sospesi nell’aria, in aperto monologo, come si stessero confessando.

Ecco, dunque, le nostre ‘letture’.

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Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi (letto da Sergio Rubini)

Era il 25 luglio 1938 e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica.

La voce che racconta del malinconico dottor Pereira e del giovane Monteiro Rossi è quella di Sergio Rubini, attore, regista e sceneggiatore italiano. Una voce calda e dal tono calmo che alterna ritmi ariosi, per la prima parte del romanzo, ai ritmi serrati delle battute finali (interpretazione esemplare, considerando soprattutto la vicenda di cui scrive Tabucchi). Rubini è capace di trasmettere la confusione di Pereira e la sua tristezza di fronte a un mondo che cambia e che non cambia in meglio.

Tabucchi, scrivendo Sostiene Pereira, racconta la storia di un giornalista che ha conosciuto realmente e partendo da alcuni dati certi della sua esistenza, crea il personaggio del dottor Pereira, il direttore della pagina culturale di un giornale pomeridiano, il Lisboa, nell’epoca della dittatura salazarista in Portogallo. Sostiene Pereira è anche la storia di un incontro, quello fra l’uomo e Monteiro Rossi, un giovane invaghito di una ragazza, Marta, che con le sue idee rivoluzionarie trascinerà in un vortice burrascoso di attività ostili al governo salazarista tanto il ragazzo quanto il dottor Pereira.

Il dottor Pereira è oppresso dai suoi ricordi, vive nel passato. Fino a quel fatidico incontro -quello con Monteiro Rossi- viveva una non-vita, a capo chino, assecondando la visione del governo senza sposarla realmente. Il romanzo di Tabucchi, con i suoi periodi brevi e concisi, è un pezzo importante della letteratura perché parla direttamente alla confederazione di anime del lettore e perché gli racconta, senza opprimerlo, la realtà della dittatura, l’estraniamento dal mondo senza che il pubblico se ne renda davvero conto.

I pensieri del dottor Pereira sono cupi, l’Europa puzza di morte e da quando è scomparsa la moglie non trova una ragione valida per vivere, vivere davvero. La brezza atlantica va e viene, come la nostalgia di Pereira. Pereira e Monteiro sono agli opposti, per questo il dottore è così affascinato dal ragazzo, ci rivede il sé della propria giovinezza, prima che venisse tanto oppresso dal pensiero della morte. E lo sente un po’ figlio suo, anche se non ha mai avuto opportunità di averne uno suo con sua moglie.

Sostiene Pereira lo si potrebbe forse definire un romanzo di formazione nella maturità. Gli incontri del dottor Pereira lo cambiano e pian piano lo smussano, rivelando un pensiero nascosto da strati di ansia, preoccupazione, nostalgia e dolore.

Pereira è in conflitto. Le sue anime, i suoi io egemoni lo sono. Qualcosa sta cambiando e non può fare altro che assecondarlo finché non arriverà quell’importante epifania che lo libererà, o forse no.

 

L’uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon (letto da Tommaso Ragno)

Da quindici anni le cose andavano così, e da altrettanti erano irrigiditi negli stessi atteggiamenti. Ebbene, poco prima delle otto e mezzo, Kees si mosse nella poltrona, guardò il sigaro e con voce esitante disse: mi chiedo se tutto è veramente a posto a bordo dell’Ocean 3. Silenzio. Forse farei meglio a vedere. E ormai il dado era tratto.

La storia di Kees Popinga viene raccontata da Tommaso Ragno, attore italiano che per Emons ha registrato anche altri audiolibri (Oliver Twist di Charles Dickens e Il nome della rosa di Umberto Eco) e che ha collaborato con Radio 3, nella rubrica Ad alta voce. L’uomo che guardava passare i treni inizia tuttavia con un’introduzione (o meglio, audio-introduzione) di Ena Marchi, editor Adelphi e traduttrice.

Ena Marchi prepara alla narrazione di George Simenon. Kees Popinga sembra un uomo normale: borghese, con una buona moglie, due figli, un perfetto personaggio come solo Simenon sa raccontarne. Lavora per una ditta di forniture navali olandese, le sue giornate vengono scandite dal lavoro e dalle ore passate in famiglia, seduto sulla sua poltrona ad ascoltare la radio e a fumare un sigaro. L’unica cosa che lo smuove, e che per questo lo fa vergognare, è l’emozione che prova guardando passare i treni, specialmente quelli notturni, quando i finestrini sono coperti dalle tendine e la vita dei passeggeri si può solo immaginare.

Una sera, durante una passeggiata, vede il suo capo all’interno di una losca osteria. Julius De Coster jr. gli rivela che gli affari non vanno per niente bene e che la ditta sarebbe fallita. Per evitare qualsiasi rogna, ha inscenato un suicidio ed è scappato con un treno in un vagone di terza classe. Questo sancisce la fine della vita ‘normale’ di Popinga, che deciderà di lasciare Groninga, la sua cittadina, per allontanarsi dalle macerie che gli stanno crollando addosso. 

In uno slancio pirandelliano (e molti sono gli elementi di questo tipo che ritornano, i treni per esempio, ma anche la maschera che indossa, le idiosincrasie della “normalità” e quella verità assoluta che non esiste e non può esistere) Popinga si ritrova a salire su uno di quei treni che tanto amava guardare, verso una meta tanto reale quanto impalpabile (la bella Pamela). Però Popinga, che inizia a capire di aver finto per tutta la vita il ruolo di padre, di lavoratore, di marito, elabora la sua rinascita attraverso un fatto di sangue, il primo.

Così segue una caccia all’uomo di cui abbiamo traccia solo attraverso le lettere che Popinga invia alla polizia e alla stampa, per correggere questo o quel dettaglio. Perché con la crisi di identità innescatasi con la perdita del lavoro Kees ritrova un nuovo sé stesso.

Pazienza, era più sicuro così. Infatti al medico venne in mente di chiedergli il quaderno dove lui doveva scrivere le sue memorie e dove ancora si leggeva soltanto: La verità sul caso Kees Popinga. Il medico levò gli occhi attoniti, parve chiedersi come mai il suo paziente non avesse scritto altro. E Popinga, con un sorriso forzato, si sentì in dovere di mormorare: Non c’è una verità, ne conviene?

E proprio questo gioco di raccontare la discesa agli inferi a se stesso, che corrisponde a una liberazione, riporta al centro della narrazione l’io, le aspettative e la ricerca di una verità che non è singola, e che forse non esiste. E il protagonista ricerca se stesso anche nel proprio aspetto fisico: Ena Marchi fa notare infatti come la parola specchio e il verbo specchiarsi ricorrano innumerevoli volte all’interno della narrazione.

Insomma, Popinga è l’uomo moderno all’alba del secondo conflitto mondiale, un uomo che sembra incarnare quello spirito di normalità che l’umanità dell’epoca anelava dopo anni di sofferenza e che si rivela essere soltanto una maschera pronta a creparsi e a rivelare l’oscurità che cela.

-Davide & Marco

 

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