Libri, letture e cultura in casa Fruttero: intervista a Maria Carla Fruttero

Come promesso, ecco la seconda parte dell’intervista che abbiamo fatto in un luminosissimo primo giorno di agosto a Carlotta Fruttero, la figlia dell’altra metà di Franco Lucentini.

Dopo aver discusso e parlato della sua infanzia e del rapporto col padre, ci siamo soffermati sull’aspetto culturale della vicenda umana. Così ci siamo messi a parlare di libri e persone dell'”ambiente”, che hanno frequentato, e in alcuni casi frequentano ancora, casa Fruttero. Ecco spuntare gli immancabili titoli Einaudi – com’era lecito supporre, considerato anche il rapporto che c’è stato con la casa editrice – e un’ospite d’eccezione, Agatha Christie.


Una domanda che ci incuriosisce tantissimo, che libri giravano in casa, e, soprattutto, cosa vi consigliava vostro padre?

Con mio padre leggevo Agatha Christie, Arsenio Lupin, Conan Doyle, tutti i gialli che secondo lui andavano letti. Poi mi ha passato i gialli Mondadori degli Hardy Boys, di Nancy Drew, tutte quelle robe lì. Era fantastico, arrivavano casse stracolme di libri e me li divoravo. Da piccola leggevo tantissimo, poi però arrivava Lucentini e diceva “no, questa roba no: troppo basso” e mi faceva leggere L’isola del Tesoro, Guerra e Pace… A 12 anni mi ha regalato i cinque volumi Einaudi di Guerra e Pace. Di punto in bianco mi sono ritrovata con un compito da svolgere, perché poi Franco non è che mi regalava il libro e basta, mi chiedeva dove ero, cosa avevano fatto il principe Andrej, Natasha, la guerra a che punto era. Dovevo leggerlo per forza. Anche quella è stata una manna. Perché se leggi a 12 anni una cosa del genere, a 14 puoi leggere tutto.

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Alcuni dei libri che giravano per casa Fruttero: Agatha Christie, Stevenson, Tolstòj.

Agatha Christie, davvero?

È una pietra miliare, credo sia stata uno dei primi libri che mi ha dato da leggere mio padre. Poi quando ho imparato l’inglese, mi obbligava a leggerli in lingua: così si acquisisce padronanza della lingua. Agatha Christie, per lui era la manna: quando voleva distrarsi mi chiedeva sempre dei suoi gialli da rileggersi, Dieci Piccoli Indiani lo sapeva a memoria, mi diceva “Vai nello studio, prendimi un Agatha Christie in inglese”. C’era di tutto in casa, di tutto.

Di tutto, quindi letteratura in senso lato e cose più “pop”?

Mio padre non era uno snob, leggeva tutto. C’erano cose che leggeva “in maniera trasversale” come diceva lui, magari iniziava, poi saltava, andava alla fine e diceva “vabbè questo puoi metterlo da parte, regaliamolo alla biblioteca”. Non sottovalutava niente: classici, ma anche giovani scrittori. A lui non piaceva Proust per esempio, non era il tipo da “letteratura alta sopra ogni cosa”, proprio no. Magari invece ti parlava dei Promessi Sposi e invece di fare come a scuola, sottolineature e riassunti, ti raccontava la storia di Gertrude come fosse un giallo: in altre circostanze non l’avresti mai capita e apprezzata così. Trasformava tutto, anche con i miei figli. Il difficile lui lo rendeva facile e appassionante: ci veniva poi normale cercare la fonte originale.

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La donna della domenica e A che punto è la notte hanno avuto adattamenti per il cinema e la tv. Un film noto degli anni Settanta per il primo, una serie di Nanni Loy per il secondo. Quanto tuo padre e Lucentini si sono occupati delle sceneggiature?

Se ne sono occupati soprattutto per La donna della domenica. Fu divertente: quando chiesero a mio padre e Lucentini di acquistare i diritti loro volevano sapere chi avrebbe fatto il film. Quando sentirono il nome di Luigi Comencini per la regia e di Agenore Incrocci e Furio Scarpelli per la sceneggiatura, con Mastroianni per protagonista, non ebbero niente da dire. Proprio in quell’occasione nacque un’amicizia profondissima con Furio Scarpelli. Anche lui, dopo essere stato a Roccamare ospite di mio padre, decise di comprare lì una casa. Mi ricordo che un pomeriggio venne a bere un tè freddo da mio padre. Le bustine non esistevano in casa nostra, esisteva il tè sfuso e miscelato che mio padre si portava da Torino. Faceva questi tè freddi con dentro pesca e limone in infusione, erano squisiti e famosi! Furio, bevitore di tè, veniva nel pomeriggio e chiacchierava con mio padre, ridevano sempre, li sentivo sghignazzare. Furio era simpaticissimo. Un giorno mio padre gli disse che se non ci fossero stati lui e Incrocci a fare la sceneggiatura, il film non sarebbe riuscito bene come invece era. Lui gli rispose che in realtà non avevano fatto niente: la sceneggiatura era tutta scritta da Fruttero e Lucentini, loro avevano cercato di tagliare nel modo più intelligente possibile per essere fedeli e non sminuire il romanzo.

Con Nanni Loy invece come andò?

Con Nanni Loy fu diverso perché A che punto è la notte era più complesso e difficile da rendere in una miniserie. Mio padre era un po’ più deluso, avrebbe preferito qualcosa in più ma lui stesso diceva che il romanzo era talmente complesso che forse più di così non si poteva pretendere. Lui e Lucentini non ebbero mai da dire: la regia di Nanni Loy era piaciuta molto. Era uno – se mi sentisse ora, mio padre mi fulminerebbe – smart, aveva colto il punto e l’essenza del romanzo. La piccola delusione è stata compensata dalle musiche di Ennio Morricone ne La Donna della Domenica.

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Consigli da Carlo Fruttero: Lolita, Il Giovane Holden, Piero Chiara e le poesie di Vittorio Sereni.

 

Tuo padre ha poi continuato a suggerirti letture anche da ragazzina e da adulta?

A un certo punto mi sono scocciata di ascoltare i suoi consigli: un rifiuto di quelli che vengono. Ma nel tempo, quando mio padre leggeva per esempio un Simenon avvincente, non per forza un’avventura di Maigret, allora me lo girava subito, mi diceva “Quando passi da casa ho da darti questo”. Mi ha fatto leggere Lolita, Il giovane Holden, tutti i russi, dei quali mi diceva che erano impegnativi, nonostante avessi già letto Guerra e Pace. Mi diceva “li devi leggere quando sei tranquilla, te li devi godere”. Mi ha dato tutte le dritte più importanti della mia vita.

Parlavate delle vostre letture?

Seguivo i suoi consigli, con i miei tempi, e poi se ne parlava. Allora venivano fuori cose che non avevo notato dentro al libro, magari mi diceva “vedi questa descrizione, ma l’hai letta bene questa cosa?”. Era un insegnamento continuo, non cattedratico o pedante. Lo faceva per farmi gustare la lettura, con attenzione al suono delle parole e del linguaggio. Il più delle volte leggevamo in lingua inglesi e francesi. Dei russi invece mi consigliava le traduzioni giuste, che erano esemplari.

A lui cosa piaceva leggere?

Amava molto Piero Chiara, per lo stile, la poesia di Vittorio Sereni, leggeva la Bibbia, I promessi sposi, che teneva sempre sul comodino, le parabole, il Vecchio Testamento che sapeva quasi a memoria. C’era un po’ di tutto in casa, più che altro c’era tanta curiosità per tutto.

 

– Davide & Marco

NB: ringraziamo moltissimo Carlotta Fruttero, per la disponibilità e la gentilezza, Alessandra Chiappori, che con noi ha condiviso questa bellissima esperienza e ha lavorato sull’intervista, ed Elisabetta, che ci ha aiutati nell’impresa.

La foto di copertina è di Sergio Del Grande, è stata pubblicata su Epoca.

2 pensieri su “Libri, letture e cultura in casa Fruttero: intervista a Maria Carla Fruttero

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