Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon

Il panorama inglese è ricco di grandi storie che prendono a piene mani dal fantastico e dall’epico per riscrivere e analizzare la realtà sotto una lente diversa. Ad arricchire questo calderone di storie è Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon, il quarto romanzo della giovane scrittrice inglese (classe 1991) e suo esordio nel genere. Il volume, che consta più di 800 pagine è stato portato in Italia dalla Mondadori nella collana Oscar Fantastica e con la traduzione di Benedetta Gallo. Il romanzo è stato accolto con grande calore dalla comunità di lettori all’estero, e anche qui in Italia ha suscitato tanta attesa e attenzione da parte di una nutrita schiera di lettori che già più o meno conosceva la Shannon.

Il priorato dell’albero delle arance ha tutti gli elementi che classicamente vengono attribuiti al genere fantasy. Un regno diviso e sull’orlo della rovina a causa di un nemico che incarna il male più assoluto: il Senza Nome, un wyrm gigantesco nato nelle profondità della terra. Popoli divisi che, ciascuno a proprio modo, sottovalutano la minaccia incombente, questo tanto a Inys, con la volubile regina Sabran la Nona, che regge il suo regno su una religione menzognera, quanto a Oriente dove una legge vecchia e apparentemente incomprensibile ha costretto al completo isolamento il paese, questo per evitare l’arrivo della peste draconica, la malattia che il Senza Nome e le sue armate diffondono già a Occidente. In tutto questo è il priorato dell’albero delle arance a dover restituire equilibrio a una terra sull’orlo del baratro, un ordine devoto alla Madre e che custodisce i segreti del passato. Ead ne fa parte e ha il compito di proteggere Sabran dai tentativi di assassinio che vorrebbero far precipitare ancor di più nel caos il mondo intero.

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Samantha Shannon

La storia è un grosso e complesso puzzle. I personaggi, Ead, Truyde, Triam, Niclays e tutti gli altri non sono altro che i pezzi di questo puzzle, ognuno portatore di una verità e di una realtà ristrette. Non ce n’è uno soltanto che riesca a vedere il pericolo del Senza Nome nel suo complesso, annebbiati come sono dal proprio background culturale o dalla propria religione. C’è chi ritiene che il Senza Nome non possa assolutamente risvegliarsi, chi non crede a nessuna religione ma nemmeno alla tangibilità del pericolo, chi crede al pericolo ma non alla magia, e di conseguenza la bolla come stregoneria, e c’è chi sembra sotto oppiacei perché intontito da una missione segreta il cui scopo principale è perso nel tempo o in tradizioni ambigue.

In questa coralità chiassosa l’unico ad avere una visione chiara della situazione è il lettore che, in un continuo alternarsi tra Oriente, Occidente e Meridione, ricompone i pezzi del puzzle e osserva preoccupato l’indolente paralisi che sembra affliggere i personaggi. Questa caotica condizione di mezze verità e falsità complete ricorda un po’ la realtà attuale in cui l’informazione e la verità sono soggetti molto più nebbiosi di quanto ci piacerebbe che fossero.

Samantha Shannon riscrive ancora una volta la lotta tra il bene e il male, e lo fa con una prospettiva femminista, senza per questo rendere le sue protagoniste necessariamente portatrici esclusive di valori positivi. Il fantastico si fa ancora portavoce della contrapposizione tra bene e male fine a se stesso. I wyrm sono il male più assoluto, fuoco e distruzione, e ai loro antipodi ci sono i draghi, creature d’acqua, legate alla vita e all’ignoto. Questa dicotomia wyrm/draghi non è peraltro sconosciuta al fantasy, basti pensare al Ciclo di Deathgate o alla saga di Dragonlace di Margaret Weis e Tracy Hickman.

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Benché la scrittura sia ancora acerba – si tratta pur sempre di un esordio nel genere per la Shannon – il grande pregio di questo romanzo è la capacità di saper costruire un immaginario ricco, vivace e straordinariamente complesso. La Shannon si ispira palesemente alle civiltà orientali, e non solo, per parlare dei suoi personaggi e dei popoli che abitano il suo mondo. E lo fa con un grande lavoro di precisione, incorporando elementi culturali, personaggi e geografia. Ecco anche il motivo della mole dell’opera. Ma la Shannon non lavora di precisione soltanto sugli aspetti più oggettivi della narrazione. Fa la stessa cosa anche sulla caratterizzazione dei personaggi. Una lunga sezione del libro, in cui la minaccia c’è ma pare ancora molto lontana, fa da lungo incipit per introdurre i personaggi, per renderceli cari, e per rendere più reale l’irreale.

Leggere Il priorato dell’albero delle arance significa esplorare un mondo lontano e vicino, scoprire culture fantastiche che non hanno nulla a che fare con noi ma che allo stesso tempo non potrebbero esserci più simili, trovare personaggi tridimensionali ed empatizzare sinceramente con le loro tribolazioni. Il priorato dell’albero delle arance è la dimostrazione che il fantasy inglese sa ancora stupire e intrattenere. Un regalo a tutti i lettori voraci che non si lasciano spaventare dalla mole imponente.

-Davide

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