Le disavventure di Amos Barton di George Eliot: la recensione

 A novembre Fazi Editore ha riportato in libreria alcune delle autrici più conosciute della lingua inglese, nonostante la loro produzione letteraria possa sembrare scollegata. Una di queste autrici è George Eliot, che torna in libreria con Le disavventure di Amos Barton, tradotto da Francesca Frigerio.

George Eliot in realtà è lo pseudonimo che veniva utilizzato da Mary Anne Evans, che per lunghi anni scelse di celare il proprio nome al pubblico dei lettori sia per evitare pregiudizi dovuti alla sua situazione (Evans/Eliot infatti frequentava un uomo già sposato ed era estremamente anticonformista per la sua epoca) sia per zittire le critiche che i suoi scritti avrebbero ricevuto in quanto scritti da una donna, quindi potenzialmente considerati “letteratura per signore” o, peggio ancora, minore.

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La prima opera firmata con lo pseudonimo George Eliot fu proprio Scenes of Clerical life, tre romanzi brevi che vennero distribuiti a puntate sul Blackwood’s Magazine per la prima volta nel 1857, per poi essere pubblicati successivamente in due volumi. In questa trilogia bucolica, George Eliot decide di raccontare la vita delle figure clericali utilizzando gli strumenti che in futuro l’avrebbero fatta conoscere come una delle maggiori penne della letteratura inglese: l’ironia, l’introspezione psicologica dei personaggi e, soprattutto, la capacità tipicamente realista di raccontare la vita attraverso la finzione (capacità che raggiungerà l’apice in Middlemarch, romanzo acclamato da Virginia Woolf e dal suo circolo come l’unico romanzo inglese scritto per adulti).

Proprio per la capacità di Eliot di saper descrivere la realtà, all’uscita di questi tre romanzi brevi si speculava sul fatto che fossero stati scritti realmente da un pastore clericale, o tuttalpiù dalla moglie.

Nel primo romanzo breve, Le disavventure di Amos Barton, il lettore si trova in una piccola comunità, quella di Shepperton, all’alba di alcune riforme (e controriforme) che investirono il Regno Unito nella prima metà dell’800. Gli abitanti di Shepperton sono descritti dal narratore extradiegetico, che ci accompagna come l’occhio di una telecamera per tutto il corso del romanzo, magari nella casa di un fattore, dove l’uomo la sua signora e qualche vicino sono intenti, tra una tazza di tè, del brandy allungato e lo sferruzzare a maglia, a discutere dei lavori alla chiesa, del pastore e di quegli strani evangelici che passano le loro giornate a camminare nel fango e a distribuire opuscoli dai contenuti dubbi (un po’ alla Clack maniera).

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Mary Ann Evans, la donna dietro lo pseudonimo di George Eliot.

Ma il vero protagonista è, come suggerisce il titolo, Amos Barton. Amos è il parroco di Shepperton, sposato e con sei figli a carico, povero sia nelle tasche che nell’animo e nell’intelletto. Nonostante la rendita, nonostante i suoi studi, nonostante la sua famiglia, non riesce a vedere più in la del suo naso, non rendendosi conto del fatto che la comunità di Shepperton si sta sempre di più allontanando dai dettami della chiesa d’Inghilterra. Questo però è solo l’inizio delle disavventure che lo porteranno, supportato dall’amicizia della contessa Czerlaski (che può fregiarsi ormai soltanto del titolo nobiliare), a scendere in una spirale sempre più soffocante di eventi, coincidenze e semplice ottusità.

Sin dall’inizio è ben chiaro che non ci sarà scampo per il povero Amos Barton. Che non c’è provvidenza divina che possa salvarlo all’ultimo secondo (e anche se ci fosse, lui sarebbe talmente ottuso da non rendersene conto). George Eliot esplora la mente degli abitanti del piccolo paese, i loro bisogni e i loro desideri, ma ne Le disavventure di Amos Barton dimostra una certa acerbità nello stile e nella tecnica. Spesso infatti i dialoghi tra i membri della servitù e quelli tra gli strati della società più bassi appaiono innaturali, come a volte i capitoli dedicati agli ecclesiastici sembrano un po’ troppo sul limite della farsa.

L’unico personaggio che realmente faccia provare empatia al lettore è la povera Mrs. Barton, Amelia (detta Milly), che ama Amos e la sua famiglia, tanto da cercare in ogni modo di garantire uno stile di vita dignitoso ai figli e al marito, nonostante la povertà. In questo caso la realtà è più forte della finzione, perché non c’è un lieto fine, in perfetta concordanza col fatto che la storia è un ritratto della società rurale inglese dell’800.

Nell’attesa di scorgere in libreria i prossimi capitoli di queste Scene di vita clericale, consigliamo Le disavventure di Amos Barton a chi ha già amato George Eliot, con l’avvertimento di non aspettarsi la scrittrice della maturità.

-Marco

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