Avevo 15 anni, la testimonianza di Élie Buzyn sopravvissuto alla Shoah

Scrivere un articolo o un post su un argomento tanto delicato quanto quello della Shoah, soprattutto in un periodo storico in cui le ombre degli orrori del Novecento sembrano così lontane, nonostante in realtà la distanza temporale (e nel nostro caso, in quanto europei, anche quella spaziale) sia minima, non è semplice.

Per questo ci affidiamo a una testimonianza di chi gli orrori li ha vissuti sulla pelle e con i propri occhi, ma che è riuscito, come pochi altri, a trovare la forza per andare avanti, crearsi un futuro e poi, con difficoltà, ha vestito i panni del testimone per tramandare la propria esperienza, per rendere il ricordo tangibile.

Si tratta della testimonianza di Élie Buzyn, Avevo 15 anni, pubblicata per Frassinelli nella traduzione di Elena Loewenthal.

Sottrarmi alla responsabilità della memoria equivaleva a un atto di slealtà nei confronti di tutte noi vittime, note o anonime. “Il carnefice uccide sempre due volte, la seconda con il silenzio”, dice Élie Wiesel.

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Élie Buzyn, classe 1929, viveva a Lodz insieme alla sua famiglia. Benestanti, erano parte del tessuto sociale e della vita che gravitava intorno alla sinagoga. Erano benefattori, sempre pronti ad aiutare il prossimo. Nel novembre del 1939 Lodz venne incorporata nel Reich. Le sinagoghe vennero incendiate e Chaiim Rumkowski, un funzionario megalomane autoproclamatosi “re degli ebrei” venne nominato capo delle autorità ebraiche, diventando così il collegamento tra gli ordini delle SS e il territorio.

Pochi mesi dopo, un altro ordine del 1940 obbligò gli ebrei a concentrarsi nel quartiere di Baluty. A marzo cominciarono i rastrellamenti. Le SS, dopo aver radunato trecento persone nell’inverno gelido, intimarono di seguire gli ordini, pena la morte. Come esempio, scelsero a caso tre giovani tra la folla e li uccisero a sangue freddo davanti agli occhi di Buzyn e della sua famiglia. Uno dei tre era suo fratello maggiore, Avram, che non avrà mai una sepoltura. Questo evento sconvolgerà per sempre la madre di Buzyn, Sarah, la quale non troverà pace se non attraverso un piccolo simulacro, una fotografia del figlio più grande.

Mi sono reso conto ben presto che non avrei mai potuto consolare i miei genitori per l’assassinio di mio fratello.

Prima della chiusura del ghetto Rumkowski decise di aprire dei laboratori di tessuto e cuoio, al servizio del Reich. Iniziò così l’obbligo di lavorare dieci ore al giorno, per ricevere dei tagliandi da scambiare con del cibo, insufficiente. Nel frattempo, l’unico della famiglia che poteva lavorare era proprio Buzyn. Sua sorella era troppo malata, mentre i genitori, dopo essere scampati alla deportazione grazie al figlio, vivevano come clandestini.

Élie lavorò in questa fabbrica fino al 1944. Non mancarono in questi anni diversi rastrellamenti, l’opera di separazione dalle famiglie dei membri non più produttivi: i bambini piccoli, gli anziani, i malati. Questi venivano deportati nel campo di sterminio di Chelmno.

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La famiglia di Élie Buzyn. Copyright Élie Buzyn collezione privata.

Nell’agosto del 1944, con l’avvicinarsi dell’armata sovietica Est, i nazisti decisero  di svuotare il ghetto e di trasferire gli ebrei e i campi di lavoro in Germania, promettendo migliori condizioni di vita. Le persone furono condotte in stazione, stipate tutte insieme in carri bestiame. Il viaggio durò tre giorni, finché non arrivarono ad Auschwitz-Birkenau.

Una volta scesi dal treno, in quel clima di violenza indescrivibile volta a terrorizzarci e renderci incapaci di reagire, sono stato definitivamente separato dai miei genitori. Avevo quindici anni.

Élie Buzyn, per rimanere in vita, mentì sulla sua vera età, dichiarando di avere 17 anni. Separato dai genitori e dalla sorella, che nonostante le crisi epilettiche venne dichiarata abile per il lavoro, non vide più sua madre e suo padre. Il tatuaggio, le conte interminabili al gelo, la stanchezza, i lavori forzati inutili, la denutrizione, la mancanza di igiene. Ma non solo. In un ambiente del genere Buzyn trovò anche solidarietà, amicizia, speranza.

Il 18 gennaio 1945 le SS entrarono nella baracca di Buzyn e dichiararono il campo liquidato. Si sarebbero dovuti trasferire. Cominciava una delle marce attraverso la neve, le marce della morte. In fila per cinque, in mezzo alla neve, al freddo, vestiti di stracci e uniformi non adeguate alla temperatura, trascinando con sé quei pochi oggetti che possedevano, i deportati erano costretti a camminare senza sosta, senza conoscere la loro meta. Chi vacillava, chi era troppo debole e chi si fermava veniva fucilato a vista e abbandonato.

Dopo giorni di cammino tra la neve e i cadaveri Élie e i pochi superstiti arrivarono alla stazione di Wroclaw. Destinazione Buchenwald. Neanche dieci giorni dopo Auschwitz sarebbe stata liberata.

Cominciava un nuovo periodo di internamento, nel Piccolo Campo, quello più difficile, di Buchenwald. Destinato per lo più ai prigionieri politici, Buchenwald sarebbe stato liberato l’11 aprile 1945, grazie anche a una ribellione interna. Nel pomeriggio sarebbero arrivati gli americani

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Prigionieri nel campo di Buchenwald

Nel bel mezzo del campo c’era un camion pieno di prigionieri tedeschi. I soldati americani si sono avvicinati a noi e hanno offerto un fucile mitragliatore a uno dei miei compagni, dicendogli: “Se vuoi, puoi sparare a tutti loro”. Il mio compagno ha respinto l’offerta. Quello è stato il suo primo atto di libertà: rifiutare l’immedesimazione nel ruolo di vittima o di carnefice, definiti e assegnati dalle SS. Non rispondere con la distruzione alle forze della distruzione, resistere alla tentazione di diventare una SS

Inizia il lungo e faticoso percorso che porterà Élie Buzyn a trovare un nuovo spazio in un mondo che è stato capace di tanto dolore. Arriverà in Francia, dove all’inizio troverà una stabilità precaria. Un percorso che lo condurrà ad abbracciare il ruolo di testimone. Andrà a parlare con i ragazzi nelle scuole e non solo, diventerà maratoneta e nel 2006 sarà tedoforo, portando la torcia olimpica per le Olimpiadi svolte a Torino.

C’è un momento nella vita dei testimoni della Shoah in cui si è restii a parlare del passato, delle proprie esperienze. Anche per Élie Buzyn è stato così, tanto da portarlo a rimuovere il tatuaggio che gli fecero nel campo di concentramento. Anche se, in realtà, quel lembo di pelle con le cifre B7572 lo terrà sempre con sé, fino a che non perderà quel simulacro. Alla richiesta di Buzin di poter tatuarsi nuovamente e asportare la pelle tatuata per tenerla con se, il chirurgo Minoun gli disse:

“La testimonianza di un falso perfetto è una testimonianza? Una memoria reale non vale forse più di un falso? Facendo questo lei darebbe adito a un sacco di equivoci. Su quel falso, ma soprattutto su lei stesso. Le sue parole perderebbero di significato.”

Anche per questo Élie Buzyn, dopo aver deciso di non farsi tatuare nuovamente, ha deciso di assumere il ruolo di testimone.

Dimenticare sarebbe la colpa più grande che l’umanità potrebbe commettere, per questo bisogna ricordare. Non per rivivere il proprio passato, il dolore, la paura, ma per trovare la forza nell’atto comunicativo, nel passare di generazione in generazione il testimone del ricordo, per far in modo che la storia non venga mai dimenticata (o presa sotto gamba) e che rimanga accesa, come un faro contro i tempi bui.

RIngraziamo Frassinelli e Elena Loewenthal per aver portato in Italia la testimonianza di Élie Buzyn, che non potremo mai ringraziare abbastanza.

 

-Marco

 

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