#EinaudiTO: Cesare Pavese, Paesi tuoi e La bella estate

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline.

Comincia così, La bella estate di Cesare Pavese. Un incipit che invoglia alla spensieratezza, all’uscire, al divertirsi, a trovare una scusa per tornare a ridere, a perdere tempo ed essere di nuovo felici.

Parole che sembrano stridere con il momento attuale, ma forse in realtà sono più un invito, uno spronare il lettore a ricordare che, nonostante tutto, si può sempre tornare a sorridere. #EinaudiTO, il percorso che abbiamo creato per questo 2020 alla scoperta e riscoperta di dodici figure (una al mese) che hanno avuto un’importanza fondamentale all’interno della casa editrice Einaudi e sono sempre state legate a una città unica come Torino.

Non potevamo quindi, dopo aver parlato del fondatore della casa editrice e dell’intellettuale che l’ha aiutato, non parlare di Cesare Pavese, altra figura cardine di via Biancamano.

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Giulio Einaudi, in conversazione con Severino Cesari, racconta del ruolo di Pavese nella casa editrice.

Si vede, come lavorava, dai due volumi di epistolari che abbiamo pubblicato nel ’66 […] Ha assistito Rosa Calzecchi Onesti nella traduzione dell’Iliade, Fernanda Pivano per la traduzione di Lee Masters. E nei suoi giudizi sugli autori, sui manoscritti, sui libri da tradurre, era preciso e talvolta un po’ settario, come lo era in un certo senso Vittorini. La differenza tra loro stava nell’atteggiamento verso l’autonomia della casa editrice e la non compromissione, soprattutto negli anni dell’immediato dopoguerra […] C’era (da parte di Pavese NdR) una certa diffidenza verso il cosiddetto “milanesismo” e un eccessivo impegno. Pavese era radicato non tanto nella sua torinesità, quanto nella sua difesa dell’autonomia, di cui si sentiva parte dominante. Dopo Ginzburg (Leone NdR) è stato lui l’artefice della casa editrice, fino agli anni Cinquanta, fino alla sua morte.

E su questo patrimonio, per parafrasare Cesari, si è costruita l’Einaudi, e con essa la figura di Pavese stesso. La sua torinesità, come ci viene detto, la troviamo spesso in contrasto con la campagna che l’ha generato e che gli ha dato i natali. Se infatti siamo soliti immaginarlo a camminare tra le vie del centro di Torino per arrivare alla sede Einaudi di via dell’Arcivescovado prima, e di via Biancamano poi, in realtà Pavese viene da un piccolo paesino delle Langhe, in provincia di Cuneo: Santo Stefano Belbo.

Approda a Torino per gli studi, iscrivendosi anche lui al liceo classico Massimo D’Azeglio, dove, oltre a conoscere Augusto Monti, fa amicizia con Tullio Pinelli, che leggerà il manoscritto originale di Paesi tuoi e che, molti anni dopo, riceverà una lettera di Pavese scritta prima del suicidio.

A proposito di Paesi tuoi, è interessante fare qualche considerazione su forma e narrativa del romanzo. Si tratta innanzitutto di un volume esiguo che, nonostante la brevità, viene pubblicato dalla Einaudi come volume a sé stante nel 1941, inaugurando una collana dedicata a giovani scrittori italiani: la Biblioteca dello Struzzo. Pavese, a mo’ di perfetta sintesi della sua figura, mette a confronto due mondi e due modi di pensare diversi, quello della città e della campagna. Ogni dettaglio sembra nascondere qualcos’altro, tanto da voler significare il suo opposto. Come Cesare, anche la storia sembra celare un fiume sotterraneo. Berto, il protagonista, è fortemente critico nei confronti della campagna, aspetto che deve aver reso l’opera invisa al regime fascista, considerando il culto della vita rurale che all’epoca sventolava in faccia agli italiani.

La storia con le sue tinte fosche e spietate, che rivelano una campagna sporca e crudele, darà ragione a Berto. Non c’è nulla di bello in un mondo in cui conciare il grano è più importante di una vita umana. Torino fa da contrasto in positivo, è un rifugio che, pur prese in considerazione le sue storture, ha almeno una patina di civiltà che la vita di campagna non è in grado di donare all’uomo.

Ma le ambizioni e la propensione per la scrittura e la letteratura non si fermano a Paesi tuoi. Sono state compagne di vita di Pavese, insieme a quella malinconia e tristezza, dovute anche a eventi infausti nella sua infanzia, che purtroppo tendono a relegare Pavese al ruolo di intellettuale triste, mesto, mettendo in secondo piano la parte vitale delle sue opere.

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Cesare Pavese con Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli

In quegli anni, oltre a scrivere, Pavese si dedica alla traduzione di molti autori angloamericani (sua è la traduzione del Ritratto di un artista da giovane di Joyce). Una dolorosa parentesi sono l’arresto e la condanna per antifascismo che lo porteranno prima ad affrontare il carcere di Regina Coeli a Roma e poi il confino a Brancaleone Calabro. È proprio questo miscuglio di esperienze che lo indirizza verso la prosa. Oltre a Paesi tuoi infatti, nasce La bella estate.

Il romanzo breve vede luce nel 1949, incluso in una trilogia ideale insieme a Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, ma in realtà era stato scritto tra il 2 marzo e il 6 maggio del 1940.

– Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce –. Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria.

Ne La bella estate la città di Torino è una presenza che si fa sentire, con le sue vie, i suoi corsi, i palazzi e i condomini, i caffè e le piazze. Una città, nonostante la guerra, viva, anche se non brulicante di persone.

Tra queste vie si aggira Ginia, giovanissima lavoratrice in un atelier di moda. Viene dalla campagna, è orfana e vive con il fratello Severino, che fa l’operaio del gas. Si occupa di lui, ma nemmeno troppo, gli prepara la pasta, gli rammenda i calzini. Ginia però non vive passivamente questa routine, non ancora almeno, ma approfitta di questa o quell’ora per stare con le sue amiche. Amiche che però ormai non la soddisfano più, forse perché troppo cresciute, forse perché banali. Questa stasi viene infranta da Amelia, una ragazza più grande di lei, molto diversa dalle sue conoscenze. Amelia fa la modella per alcuni artisti torinesi, posa anche nuda. Questo incuriosisce Ginia, che accetta di entrare a far parte dell’ambiente artistico della città.

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Con l’ingresso in scena di altri due amici, si instaura una sorta di strano quadrato di interessi ma il vero perno della storia è il tempo. Il tempo da ingannare, da vivere, che scorre ma sembra fermo, nonostante le stagioni cambino, e alla bella estate, che ormai sembra lontana, prende posto l’inverno, freddo e nebbioso.

In tanti hanno parlato di questo romanzo come di una storia sulla perdita dell’innocenza, sulla crescita forzata. Di sicuro alla fine della storia Ginia non è la stessa ragazzina che conosciamo all’inizio. 

Quando fu sola nella neve le parve di essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare… Si divertiva a pensare che l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più. Perché adesso era sola e non avrebbe parlato mai più a nessuno ma lavorato tutto il giorno.

Forse questa innocenza perduta non è fonte di rimpianti, di dolori. Forse è semplicemente un rito di passaggio, e come tutti i riti di passaggio, non può che essere di rottura. Una rottura per ristabilire una normalità, come quella riconquistata dopo il triste episodio a casa di Guido.

E mentre Ginia cercava di sorridere, continuò: “Sono contenta perché questa primavera sarò guarita. Quel tuo medico dice che mi ha preso in tempo. Senti, Ginia, al cinema non c’è niente di bello” “Andiamo dove vuoi” disse Ginia “conducimi tu”.

La bella estate è un romanzo bello, nel vero senso del termine. Non si perde in arzigogoli, in analisi cervellotiche. Uno stile semplice e lineare, quasi neorealista, utile in funzione del pensiero di Pavese, che riesce a rivelarsi felice, sereno, nonostante tutto.

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Cesare Pavese vince il Premio Strega nel 1950 per La bella estate.

Nel 1950 vince il Premio Strega proprio con i tre romanzi pubblicati in un unico volume. Ma la vittoria non riesce a sollevarlo dalla tristezza, dovuta a un certo malcontento suscitato da un suo articolo pubblicato nella primavera di quell’anno.

L’estate del 1950, nonostante la nuova storia d’amore con Romilda Bollati, continua a essere un periodo scuro. Il 17 agosto scriverà nel suo diario «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Dieci giorni dopo avrebbe posto fine alla sua vita, in una camera dell’albergo Roma di Piazza Carlo Felice a Torino. Prima del gesto scrive la frase che chiude Il mestiere di vivere, il diario pubblicato postumo nel 1952.

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Finisce così la vita di Cesare Pavese, un’altra pietra miliare per il Novecento italiano, per la casa editrice Einaudi e per Torino. Non releghiamo questo scrittore al feticcio della depressione, della tristezza, alla figura dell’intellettuale suicida che tanto interessa ma che è fine a se stessa. Pavese è la sua opera, è i suoi scritti, i suoi diari. Non scordiamolo e continuiamo a leggerlo.


Per la prossima tappa di #EinaudiTO leggeremo un’opera di o su Natalia Ginzburg. Avete già scelto la vostra lettura?

– Davide & Marco

5 pensieri su “#EinaudiTO: Cesare Pavese, Paesi tuoi e La bella estate

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