#RadicalBookFair | Intervista a Piergiorgio Pulixi: il Noir, Milano e la Sardegna

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari, ha compiuto gli studi classici e, dopo un periodo trascorso a Londra, vive a Milano. Fa parte del collettivo di scrittura Mama Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato diversi titoli fra cui “Perdas de Fogu” (edizioni E/O 2008). Nel 2009 inizia la saga poliziesca di Biagio Mazzeo con il noir “Una brutta storia” (2012) che prosegue con “La notte delle pantere” (2014) e “Per sempre” (2015). L’ultimo romanzo della quadrilogia è “Prima di dirti addio” (2016).  Con “L’Isola delle anime“, pubblicato nel 2019, vince il Premio Scerbanenco 2019


Piergiorgio Pulixi, scrittore noir, fai parte del collettivo Mama Sabot e hai all’attivo, tra i vari, i libri della serie di Biagio Mazzeo, Vito Strega, Carla Rame e Rosa Lopez. Come mai il noir? Attraverso il genere si può fare denuncia?

Si può anche utilizzare il noir per fare denuncia, sì, anche se una volta era molto più semplice farlo. Col passare degli anni il genere ha smarrito questa sua vena “sociale”, pruriginosa e scomoda per certi versi, perché anche le trasmissioni televisive, i podcast, le docufiction e alcune serie televisive hanno iniziato a prendere di petto determinati problemi, con gli strumenti del giornalismo investigativo. Alcuni l’hanno fatto in modo egregio e altri in una maniera scabrosa e imbarazzante. Una volta questa commistione tra fiction e inchiesta giornalistica era la linfa vitale del noir. Ora che altri medium si sono affacciati sulla scena, impadronendosi di questa dialettica e filosofia, il noir è entrato un po’ in crisi e ha dovuto reinventarsi in nuove forme, più svincolate da questa dimensione “sociale”. Io rimango ancora legato a quell’ideale di una volta, sebbene mi renda perfettamente conto di quanto i generi letterari siano sempre più fluidi. La fascinazione verso il noir credo che dipenda dalle mie letture giovanili. Il mio gusto si è formato su autori come David Goodis, Jim Thompson, Derek Raymond, Jean-Claude Izzo, Massimo Carlotto, J. McCain e così via.

Romanzi, ma anche racconti. Due forme nettamente diverse. Ma è effettivamente così? Scegli a tavolino la forma per le tue storie, o è un dettaglio che si rivela man mano che le scrivi?

Ora che da qualche anno scrivo in maniera più professionale, e ho acquisito un poco di esperienza, riesco a percepire il potenziale narrativo di un’idea: mi accorgo se una suggestione ha le spalle abbastanza larghe per sostenere la lunghezza di un romanzo, o se la sua vis letteraria più s’attaglia all’immediatezza del racconto. Sono due forme d’intrattenimento molto diverse, ma in un certo modo complementari. Un buon romanziere, se vuole essere incisivo, deve essere anche un buon scrittore di racconti brevi e novelle, perché è in quell’arena letteraria che impara a creare un proprio stile personale e ad affinare il senso del ritmo. Il contrario invece non è così imprescindibile: un buon scrittore di racconti brevi non deve per forza essere anche un buon romanziere, penso a Carver, per esempio. Per quanto mi riguarda una forma influenza l’altra, e mi muovo con scioltezza tra l’una e l’altra, per tenermi in forma e per oliare le mie armi narratologiche.

 

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Citando Lo stupore della notte e L’isola delle anime: da una parte abbiamo il commissario Rosa Lopez, dall’altra Mara Rais ed Eva Croce. Donne molto forti, ma non stereotipate. Ti viene naturale scrivere di protagoniste donne?

A questo punto credo di poter dire di sì. L’ira di Venere, Lo stupore della notte, L’isola delle anime, e anche il nuovo romanzo hanno una forte impronta femminile. In questo periodo che sto attraversando trovo un particolare interesse nel ritrarre donne forti e complesse che si trovano a che fare col lato più oscuro del vivere. La dimensione narrativa di una donna a contatto col male o scissa nei tormenti e nelle contraddizioni del binomio verità/giustizia mi ha sempre affascinato, e sto cercando di esplorarla, narrativamente parlando.

Parlando di donne, per CentoAutori hai scritto una raccolta di racconti, L’ira di Venere, che vede al centro protagoniste vittime di violenza ma anche carnefici. Ce ne vuoi parlare?

È un’antologia di venti racconti, incentrati ognuno su una donna diversa che parla in prima persona e si denuda, psicologicamente parlando. La metà di essi è ispirata da alcuni casi di cronaca reali che ho trasfigurato letterariamente. Nasce da una mia esigenza personale: quella di comprendere il perché della violenza di genere, di capire dove nasce l’aggressività, l’istinto del possesso e l’incapacità di accettare un no o la fine di una relazione. Per farlo mi sono calato nella psicologia femminile per osservare il mondo maschile da un punto prospettico diverso. Questo mi ha permesso di vedere – forse per la prima volta – anche tutti gli errori che ho commesso negli anni, vittima un po’ come tutti di un imprinting sociale e culturale ancora viziato da una forte componente maschilista e patriarcale. A livello letterario, invece, è stata un’ottima palestra per maturare quel talento che ti permette di entrare sottopelle a personaggi molto distanti da te, anche per quanto riguarda il genere.

Si potrebbe fare quasi un paragone tra le donne e le presenze femminili, fisiche o meno, del tuo L’isola delle anime. In questo libro la protagonista è la Sardegna. Com’è raccontare la propria terra?

Mentirei se dicessi che è una passeggiata. Tutt’altro. Sei investito da un gravoso senso di responsabilità. Ho covato questa storia per tanti anni, in attesa di maturare abbastanza per poterla affrontare. È stato complesso soprattutto restituire l’energia di cui sembra intrisa questa terra. Un’energia quasi metafisica che credo derivi dal suo essere un’isola antichissima e – per certi versi – ancora illibata.

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Non solo Sardegna, perché ne Lo stupore della notte parli di Milano, una città che prende letteralmente vita tra le pagine dei tuoi romanzi. Cos’è per te Milano?

Un laboratorio del futuro. Un luogo dove è possibile toccare con mano le prossime evoluzioni in campo artistico, culturale, tecnologico e architettonico. Tutto sembra nascere qui. È una città che ha un’energia diversa dalla Sardegna, per fare un esempio. Milano è una calamita per i sogni delle persone. Ti instilla una forte dose di fiducia in te stesso e, camminando in città, avverti la sensazione che qui sia possibile realizzare i tuoi sogni, qualsiasi essi siano. Me ne sono innamorato.

Oltre alle opere che abbiamo citato, c’è anche una serie di radiodrammi, Lovers Hotel, scritta insieme a Massimo Carlotto. Scrivere per le orecchie è una sfida? In cosa differisce dalla scrittura tradizionale?

Puoi affidarti soltanto ai dialoghi e ai rumori di scena. Quindi non puoi appoggiarti al senso della vista né scrivere “per far vedere”. Devi scrivere “per far immaginare”, e riesci a farlo soltanto se attraverso il dialogo arrivi a caratterizzare i personaggi abbastanza bene da renderli vivi. È un’operazione complessa, ma anche questa è stata un’ottima palestra che ha rinforzato il mio senso del ritmo, la musicalità per le battute di conversazione e mi ha insegnato come elevare il dialogo a forma di racconto. Inoltre lavorare con Massimo è stato un sogno realizzato e un immenso privilegio.

Abbiamo citato Massimo Carlotto, altro scrittore noir. Come ci si rapporta con una figura così importante?

Con l’umiltà e il rispetto dovuti ai veri Maestri, quelli che hanno creato un canone letterario che fino a prima di loro era appannaggio di autori stranieri. Tutt’ora è il mio punto di riferimento letterario nell’ambito della narrativa di genere, oltre che per le sue caratteristiche come romanziere per una capacità che pochi autori hanno: quella di anticipare i tempi e leggere le evoluzioni sociali.

Biagio Mazzeo ha valicato i confini italiani, il tuo “La notte delle pantere” è stato tradotto in inglese. Ti sei trovato a parlare con la traduttrice, Carol Perkins? C’è stata una corrispondenza?

Purtroppo no. Non c’è stata la possibilità, ma sono rimasto comunque davvero soddisfatto e impressionato del risultato finale. Riesco a leggere tranquillamente in inglese, e ho assaporato quella traduzione con grande trasporto.

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Il tuo rapporto con il lettore è quasi unico. Per ogni uscita ti trovi a fare tour promozionali, presentazioni in libreria e non solo. Sei anche molto attivo sui social. Come ti rapporti coi tuoi lettori e con gli utenti che ti seguono? Lo trovi stimolante?

È vitale per me e per la mia scrittura. I lettori sono il termometro del tuo lavoro. Interfacciarsi con loro significa in qualche modo fare un’autoanalisi sullo stato della tua arte e per me questo è importantissimo per migliorare e per dar loro sempre qualcosa in più rispetto al romanzo precedente. È importantissimo anche il rapporto con i librai e i bibliotecari, con i quali il confronto è sempre serrato e teso al perfezionamento. Per un autore che cerca di essere al servizio dei propri lettori conoscere il proprio pubblico è basilare per anticiparne i gusti letterari e soddisfare le loro esigenze. Coltivo questo rapporto sia in una dimensione vis a vis (prima del Covid) e attraverso i social, dove cerco di rispondere a tutti.

Prima di lasciarci volevamo chiederti, vista la situazione attuale, come pensi cambierà il modo di scrivere? Nasceranno nuove forme di narrazione? Questa emergenza cambierà il tuo “canone”?

Penso di sì. Mai come in questo momento ho preso consapevolezza del potere di astrazione delle storie, della loro capacità di intrattenere (nell’accezione più nobile del verbo) e trasportare in altri mondi. Da questo momento in poi curerò maggiormente questo aspetto, garantendo ai miei lavori un gradiente d’intrattenimento più profondo. Scriviamo per emozionare e per far viaggiare le persone con l’ausilio delle parole. E in questa situazione più che mai è importante rendere questi “viaggi” indimenticabili.

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