#RadicalBookFair | Intervista ad Antonio De Sortis: tradurre il Diario di Anne Frank

Antonio De Sortis, nato nel 1990 in Basilicata, è traduttore e consulente editoriale. Ha studiato Filosofia Politica e Semiotica; negli anni ha collaborato, fra gli altri, con Iperborea, edizioni SUR, Neri Pozza, e pubblicato articoli su minima&moralia, il manifesto, The Passenger. Specializzato in letteratura nederlandese, nel 2019 ha curato la nuova traduzione del Diario di Anne Frank per Oscar Mondadori.

Lo scorso anno è stata pubblicata una nuova traduzione del Diario di Anne Frank, per Oscar Mondadori, che vede per la prima volta in edizione tascabile le versioni A e B del diario. Il traduttore che si è occupato del progetto è Antonio De Sortis, che ha gentilmente risposto alle nostre domande.


Antonio De Sortis, consulente editoriale per Iperborea e Neri Pozza, sei anche traduttore. Come ti sei avvicinato al mestiere di traduttore?

Negli anni avevo trascorso dei lunghi periodi in Olanda, per motivi personali e di studio, ritrovandomi a familiarizzare con il nederlandese e a incuriosirmi alla sua tradizione letteraria. Nel frattempo avevo partecipato ad alcune esperienze di autoproduzione editoriale, finendo per affacciarmi al mondo del libro. Per un periodo ho lavorato come ufficio stampa per un editore romano, e in tempi più recenti ho provato a convogliare i miei diversi trascorsi in un percorso indipendente. In questo l’incontro con Iperborea è stato senz’altro decisivo.

Uno dei tuoi ultimi lavori, oltre ai contributi per The Passenger, la rivista di Iperborea, è stata la nuova traduzione del Diario di Anne Frank per Oscar Mondadori, che per la prima volta presenta in edizione tascabile gli scritti di Anne nelle diverse stesure. Come è stato lavorare su un testo così importante per la storia dell’uomo?

È stato più che un lavoro. Tradurre il Diario ha significato immedesimarsi completamente in una voce senza rinunciare a uno sforzo di discernimento. Le pagine di Anne sono trascinanti, il lettore – il traduttore è uno di essi – instaura con l’autrice un particolarissimo rapporto di intimità, ma è al contempo vittima di uno strano sfasamento prospettico, dovuto a un finale già noto, nonché alla colossale rilevanza storica del documento che ha fra le mani. Lo stesso è successo anche a me, per cui ho provato, per quel che potevo, a far luce fra le pieghe della questione. Di certo il tempo trascorso con questo testo ha cambiato profondamente la configurazione del mio orizzonte intellettuale e letterario.

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Ci vuoi parlare della differenza tra queste stesure, comunemente definite versione A e B?

Si può dire che il Diario abbia un unico incipit ma due diversi inizi. Il 12 giugno 1942 Anne riceve in regalo per il suo tredicesimo compleanno un quaderno cartonato. In quei giorni i Frank vivono ancora nel Merry, presso la loro abitazione privata, e nonostante le durissime limitazioni che ne minacciano la libertà, si sforzano di condurre una vita normale. Anne comincerà da subito a riempire le pagine del quaderno, tenendo un diario in forma di epistolario sulla scorta delle letture che già la appassionavano. Il suo stile ancora spontaneo si affinerà col tempo, quando la clandestinità la costringerà a ripensare i modi e i soggetti della sua scrittura. Questa prima stesura del Diario, in forma di confessione, è detta versione A. Tuttavia l’evento veramente decisivo, che ne determina la natura letteraria, avviene ben più tardi, il 29 marzo 1944. La famiglia Frank è riunita nella cucina della “casa sul retro”, lo stabile in cui vive clandestinamente da quasi due anni, per ascoltare Radio Oranje. In quel momento il ministro Bolkestein – esule a Londra, così come tutto il governo e i reali olandesi – sta esortando la popolazione a conservare i documenti privati prodotti durante la guerra, poiché serviranno alle generazioni future a ricordarne gli orrori, a costruire un mondo diverso. Qui Anne capisce che il suo diario serba un valore ulteriore, e che se si impegnerà potrà sfruttarlo per diventare ciò che più desidera: una scrittrice. Nasce così l’idea della versione B, la riscrittura delle pagine redatte fino a quel momento. Inoltre nella mente di Anne si fa strada la tentazione, a cui non cederà completamente, di trasformare la sua confessione in una storia di fantasia, con tanto di personaggi fittizi e suspence romanzesca. Un libro dalle tinte noir che avrebbe voluto intitolare “La casa sul retro”. Non sappiamo se Anne si sarebbe spinta fino in fondo, possiamo però risalire agli esordi di questa operazione.

La storia editoriale del Diario non è semplice. Oltre alle versioni modificate da Anne c’è anche la versione C curata dal padre della ragazza, Otto Frank, che tralasciò delle parti del testo a causa di argomenti come il sesso o le critiche nei confronti di alcune persone specifiche. Questo ha fatto nascere la convinzione che il Diario sia un falso storico. Tradurlo nuovamente serve anche ad arginare il fenomeno del negazionismo?

La versione C nasceva dall’esigenza di Otto Frank di non vanificare lo slancio vitale della figlia, ma al contempo di pubblicare un libro in un contesto storico e umano profondamente mutato. La sua redazione non racconta soltanto di un’Anne Frank scrittrice in erba, di un’Anne Frank adolescente turbolenta, ma di una vittima della Shoah, di una vita, di un’intera famiglia, di un popolo spazzati via dalla storia, che nessuno sapeva se e come avrebbero testimoniato del proprio destino. Basta pensare al modo in cui la versione C è stata ricevuta nelle varie lingue per rendersi conto di quanto un’urgenza culturale abbia influito sulle traduzioni. Nel 1980, quando alla morte di Otto Frank vennero aperti i manoscritti originali, il delicato procedimento che separava ciò che il padre aveva unito venne alla luce, ponendo il problema della finzione. Già Primo Levi patì per tutta la vita questo dissidio, quasi fosse una “vergogna”: concedersi alla fiction era per il testimone un lusso che ne delegittimava la già drammatica posizione, e anche Anne si domandò più volte se fosse giusto abbandonarsi all’immaginazione, mentre il mondo esterno andava incontro alla tragedia. Mi sento di dire che il timoroso slittamento verso la fiction immaginato da Anne fornì un assist ai negazionisti e al contempo svelò definitivamente l’autenticità del Diario, poiché diede luogo alle approfondite analisi calligrafiche sui materiali d’archivio; creò dunque un paradosso che è quello tipico del negazionismo, una stortura più epistemologica che storica, e che ancora interroga il nostro rapporto con la memoria.

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Anne Frank riceve il 12 giugno 1942, per il suo tredicesimo compleanno, un quadernino sul quale scrive note sui suoi amici e sulla scuola. Pensando ad Anne spesso la si immagina come in quel 12 giugno, ancora bambina, non ragazza. Quando in realtà non è così. Che ritratto esce di Anne nella nuova traduzione?

Le citazioni più ricorrenti del Diario, che siano scolastiche, televisive, politiche, raccontano di un’anima bella desiderosa d’amore, aperta alla vita, in cui è facile immedesimarsi. Questa “carinizzazione” di Anne Frank nella cultura popolare non le rende giustizia; è impossibile non riconoscere la sua verve ironica, quasi sfacciata, e il desiderio incontenibile di cambiare la propria vita, di diventare una donna emancipata. Anche solo la Anne bambina è in perenne rotta col mondo degli adulti, smaniosa di affermare un’identità sempre fraintesa. Assurdo che tuttora la si citi come una fanciulla dalle sole abitudini contemplative. Inoltre, dubito che la Anne Frank autrice si riconoscerebbe nel mero statuto di vittima. Le pagine migliori del 1944 parlano di una voce matura, che riconosce i suoi moti interiori e sa collocarli in un orizzonte etico, che segue l’andamento della guerra e fa il tifo per i sabotaggi. Se il Diario tende in qualche misura all’autobiografia, spero di essere riuscito a riprodurre tutta la complessità del suo personaggio principale.

Parlando proprio della storia editoriale del Diario, ti sei confrontato con le traduzioni precedenti? Com’è stato il tuo approccio?

Fino al 2018 le due versioni A e B erano disponibili in italiano, seppur non integralmente, in appendice all’edizione critica Einaudi a cura di Frediano Sessi, dunque non in edizione tascabile. Il primo giro di traduzione è stato in qualche modo “alla cieca”, il confronto con le traduzioni esistenti, in particolare con quella Einaudi di Laura Pignatti e quella BUR di Dafna Fiano, è arrivato solo più avanti, ed è stato intermittente. Parlando di strategie traduttive, nel mio caso ho provato a depurare il testo e dunque il mio stesso approccio dal monito di eccessiva ufficialità legata alla trasmissione di una testimonianza. La lezione tecnica che ho appreso e che mi sento di condividere è l’accortezza mai sufficiente che occorre al traduttore per forzare la propria lingua all’indisciplina, a sfuggire razionalmente alla razionalizzazione, perdonerete il gioco di parole. Neanche la traduzione è un pranzo di gala, intesa come occasione formale di sfoggiare il proprio vestito più elegante, perciò era importante che la voce di Anne conservasse in alcuni casi una forte impronta di istintualità e irruenza.

Il più delle volte si viene a contatto con il Diario di Anne Frank attraverso la scuola, forse anche in maniera superficiale, a causa delle limitazioni temporali dovute ai programmi ministeriali. Durante la traduzione hai scoperto qualcosa di Anne che non sapevi?

Quasi tutto, per i motivi che indicavo prima. La lettura che ne avevo fatto a scuola era stata parziale e superficiale. Leggendo le stesure originali ho scoperto un’autrice spigliata, anche sfacciata, dotata tecnicamente, quasi un’erede dell’umorismo mitteleuropeo. Il suo resoconto dell’evolversi della vicenda bellica, o le pagine sulla storia d’amore con Peter, per citare due esempi, mi hanno effettivamente spiazzato, più in generale non mi aspettavo che le aspirazioni letterarie di Anne avessero nel Diario un peso e uno spazio così rilevanti.

Il Diario è una testimonianza di quotidianità “alterata”, ma rivela una spiccata volontà autoriale da parte di Anne. Traducendo ciò che ha scritto Anne, hai trovato difficoltà a mettere in luce questo aspetto?

È l’elemento più delicato del libro. Riconoscere una volontà non è sempre possibile, si può tentare di individuare i momenti in cui qualcosa viene alla luce in un testo; c’è chi si è occupato di cartografare il Diario e registrare l’evoluzione fra A e B. Le variazioni fra le due versioni sono talvolta minime, altre volte assolute. Alcune giornate non registrate nella versione A vengono “simulate” nella B o ridistribuite, in un’ottica di economia narrativa. Interi brani della versione A sono rimossi da Anne stessa o rimodulati alla luce di una nuova consapevolezza, ma soprattutto in vista del lettore futuro, che ora assume il carattere unico di Kitty, la destinataria di tutte le lettere della versione B. La cura dedicata alla riscrittura è forse incostante ma di certo coerente. A complicare la nostra comprensione c’è inoltre la fine, inattesa per Anne ma ben nota al lettore. Tecnicamente un documento del genere non si presta agli automatismi, tradurlo ha significato ricreare la voce molto giovane di una scrittrice in erba, avida di letture ma ancora combattuta fra istinto diaristico e vocazione letteraria, adottando un registro che stesse in bilico fra i due piani e avendo la prontezza di passare da uno all’altro. Portare alla luce il cambio di prospettiva. La rilevanza di Anne Frank nella storia letteraria europea va cercata non soltanto nel suo destino, ma nelle pagine in cui lei crea un suo alter ego perché le sopravviva.

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C’è all’interno del Diario un brano o un passaggio chiave che descrive perfettamente lo spirito di Anne? Vorresti condividerlo con noi?

Riporto una pagina della versione B, la lettera a Kitty del 19 novembre 1942. Qui Anne è combattuta e appassionata come non mai. Mentre scrivo siamo ancora in pieno lockdown, e rileggere queste parole fa un certo effetto.

Cara Kitty,
nessuno sa bene come comportarsi. Finora non erano trapelate così tante notizie sugli ebrei, e restare il più possibile allegri era sembrata la soluzione migliore. Ogni volta che Miep si lasciava sfuggire qualcosa sul terribile destino di un conoscente, la mamma o la signora v. P. scoppiavano a piangere, così Miep ha preferito smettere. Ma Pf. è stato immediatamente tempestato di domande e le storie che ci ha raccontato erano talmente orribili e disumane che stavolta non possono entrarci da un orecchio e uscire dall’altro. Quando le notizie avranno decantato un po’, riprenderemo a fare scherzi e a prenderci in giro; non giova né a noi né a quelli fuori se rimaniamo qui mogi come siamo al momento, e non ha nessun senso che la Casa sul retro diventi una Casa malinconica sul retro.
Qualsiasi cosa faccia mi tornano in mente quegli altri che non sono qui, e se mi viene da ridere per qualcosa, smetto subito e penso fra me e me che è scandaloso sentirsi così allegra. Ma allora dovrei forse piangere tutto il giorno? No, non posso, e a un certo punto questa amarezza passerà. A questi guai se n’è aggiunto un altro, che però è di natura personale e svanisce nel nulla di fronte alle disgrazie di cui si è parlato. Tuttavia non posso fare a meno di dirti che negli ultimi tempi mi sento così dimenticata, c’è un vuoto troppo grande attorno a me.
pp. 329-330

Il Diario può essere visto come una forma di innegabile forza da parte dello spirito delle persone nel cercare di adattarsi a qualsiasi ostilità e situazione. Quale pensi sia l’approccio migliore alla lettura del Diario? In che modo ci può aiutare oggi, in un mondo in cui si tende sempre più spesso alla semplificazione esagerata?

Il Diario pone una sfida alla memoria e al monumento che il Novecento le ha edificato. Non possiamo pensare di leggere questo libro come un semplice documento ufficiale, un oggetto musealizzato degno di rispetto ma inerte. Né possiamo raccontarci, pur di suscitare l’empatia nel lettore più refrattario, che quella di Anne Frank sia la storia di una ragazza qualunque, con problemi qualunque durante una clausura qualunque. Trovo bizzarro che esistano lettori tanto distratti da non avvertire come in ogni pagina di Anne, anche nelle più divertenti o capricciose, ci sia una giovane scrittrice alle prese con uno sforzo che è fuori dal comune, come la sua scelta di rincorrere la vita sia di natura differente da quello che ogni suo lettore possa avvertire oggi. Questa eccezionalità è refrattaria a ogni semplificazione.

Prima di lasciarci, considerando il momento difficile in cui stiamo vivendo come pensi che cambierà il mondo della traduzione finita l’emergenza? Ci spieghiamo meglio, pensi che ci troveremo in una situazione del tipo che le case editrici saranno costrette a stampare meno libri e quindi ad aumentare la qualità generale della produzione (e quindi anche traduzioni migliori)?

Non so davvero se i libri in traduzione diminuiranno in rapporto a quelli scritti in italiano. Di certo mi aspetto una ristrutturazione generale del settore editoriale che non andrà in nessun modo a favorire i lavoratori, specie i freelance privi di tutele come me. Temo che il mondo dell’editoria sia giunto all’appuntamento col coronavirus privo degli anticorpi della politica. La reazione scomposta del nostro settore non è il risultato di un’umanissima confusione di fronte a problemi di portata globale, quanto il frutto di un modo di pensarsi politicamente più simile a un esercizio intellettuale che a una mobilitazione collettiva. Ed è la ragione per cui, passata questa fase, temo torneremo alle vecchie abitudini. L’elemento sociale su cui si basa il settore che mi dà da vivere, il lettore, non andrà in nessun modo nella direzione delle risposte, come qualcuno presume – quindi eventualmente dei libri profetici, delle distopie o quant’altro – ma in quella delle domande, sempre nuove e contraddittorie, e dunque in nessuna in particolare. “La carta è più paziente degli uomini.scriveva Anne. Speriamo non perda la pazienza anche quella.

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