#RadicalBookFair | Intervista a Giulia Ichino: editor Bompiani, il Premio Strega e il lavoro editoriale

Giulia Ichino lavora da vent’anni nel mondo editoriale, prima per Mondadori – dove si è formata come editor di narrativa italiana – e oggi nel gruppo Giunti, come editor della narrativa Bompiani.

Poche righe che nascondono tantissimi titoli pubblicati grazie al suo lavoro: siamo contenti di aver intervistato Giulia Ichino, editor di narrativa per Bompiani, e, senza ulteriori indugi, vi lasciamo alle sue parole.


Giulia Ichino, sei Senior Editor per Bompiani, in passato hai lavorato anche per Mondadori. Sei stata l’editor per moltissimi libri di autori che hanno trovato diverso successo non solo di critica, ma anche di lettori. Ma cosa significa fare l’editor?

Significa innanzitutto mettere i propri occhi al servizio di un testo e del suo autore: leggerlo con attenzione, interpellandolo, cercando insieme all’autore le risposte, facendolo crescere o limandolo, correggendone quelli che sono indubitabilmente degli errori e invece valorizzando tutti gli scarti dalla “norma” che lo rendono unico. Poi significa anche usare quegli stessi occhi per esplorare costantemente il mondo, per avvistare storie e scrittori e portarli in casa editrice. E ancora, significa fare da tramite tra l’autore – le sue ragioni, il lavoro solitario e silenzioso che lo ha portato a scrivere proprio quel libro – e il mondo; e per fare questo bisogna innanzitutto passare da dentro la casa editrice, lavorando insieme a redattori, grafici, colleghi del marketing, dell’ufficio stampa e commerciale, e poi insieme ai librai perché l’energia potente che sta dentro ogni scrittura arrivi con la minore dispersione possibile fino ai lettori.

Viene da domandarsi, forse sbagliando, se esista la formula d’editing perfetta. Qual è l’approccio che bisogna avere nei confronti del testo e dell’autore? Quali strumenti sono fondamentali per un buon editor?

L’editing è un incontro: di sguardi, di sensibilità, di attenzioni e intenzioni. E come ogni incontro è unico e in qualche modo irripetibile. Però io non penso che ci sia nulla di sacrale nel lavoro di editing, e sono piuttosto infastidita dall’enfasi dietrologica che spesso viene messa in campo quando si ipotizza che un buon libro sia tale grazie all’intervento del suo editor. Così come fa sorridere quando si sente attribuire a un diabolico intervento di marketing editoriale la costruzione di un intreccio “fatto per vendere”.

Parlando dei testi di narrativa dei quali principalmente io mi occupo, i ferri del mestiere sono da sempre gli stessi: un buon bagaglio di letture, competenza sulle specifiche caratteristiche dei generi letterari, acutissima attenzione per i dettagli. Ma io trovo che siano fondamentali anche senso dell’umorismo, umiltà ed empatia. Nella mia esperienza, l’editing produce frutti tanto più felici quanto più l’autore sente l’editor vicino, partecipe, anche un po’ innamorato: solo così può accettare anche critiche profonde del suo testo, che invece producono un comprensibile irrigidimento se sono formulate da una distanza emotiva che le rende censorie. Ma non è finita qui.

Ora dico una cosa forse un po’ forte: nella mia esperienza di editor, per fare un buon lavoro io ho dovuto innamorarmi anche di testi che in realtà alla prima lettura avevo sentito a me estranei. Esiste una sorta di “sindrome di Stoccolma” dell’editor, che lo porta ad amare il testo dentro cui sta lavorando fino al punto che potrebbe riscrivere intere pagine totalmente mimetiche dello stile dell’autore. Poi, certo, il gioco è sempre quello di entrare e uscire da questa prospettiva, per lavorare in modo equilibrato e professionale. Ma, ecco, l’immagine del transfert reciproco è quella che più mi sembra attagliarsi a un editing profondo.

Detto questo, ci sono poi autori il cui profilo intellettuale è talmente forte, e la cui sicurezza di intenti tale che un buon editor non può che fare un passo indietro, e limitarsi a mettere in campo con umiltà la propria lima redazionale.

Giulia Ichino

Tra gli altri ferri del mestiere, per citare F&L, deve esserci senza dubbio il fiuto, soprattutto quando si parla di manoscritti di esordienti. Proprio qualche tempo fa ci siamo conosciuti per il lancio di Luce rubata al giorno, esordio di Emanuele Altissimo. Come si scova il testo giusto tra le diverse proposte che arrivano in casa editrice?

Anche qui, torniamo al tema degli incontri. Noi editor leggiamo tanto, ma mai quanto vorremmo. Ci svegliamo ogni mattina con il desiderio di incontrare una storia, una voce che ci colpisca. Che sia diversa da tutte le altre. Però le nostre giornate sono piene di mille altre cose da fare oltre alla lettura: la macchina editoriale richiede tanto lavoro. Quindi noi editor viviamo anche con un’ansia che è molto vicina a una certezza: quella di perdere libri bellissimi nei meandri della casella di posta elettronica o tra i cumuli di carta sulle scrivanie. Poi, ogni tanto, arrivano i momenti di grazia in cui si comincia a leggere qualcosa che è più forte di qualsiasi altra istanza, che ci tiene svegli la notte e ci fa dimenticare riunioni e scadenze. E quelli sono i momenti più esaltanti, l’inizio di grandi speranze.

D’altro canto, com’è invece lavorare con chi esordiente non è? Un nome che ci viene in mente, anche per la vittoria al Premio Strega dello scorso anno, è Antonio Scurati. Hai lavorato con lui su M. Il figlio del secolo?

Lavorare con chi scrive è sempre interessante. Io ho avuto la fortuna di occuparmi del lavoro redazionale sul primo libro pubblicato da Antonio Scurati per Mondadori nel 2002, Il rumore sordo della battaglia, e poi di riincontrarlo in Bompiani, impegnato nello straordinario progetto di M. L’energia e la visione che stanno alla radice della sua scrittura sono immutate, la sua sicurezza nel dominare la propria materia è impressionante come lo era quasi vent’anni fa. Uno dei tratti più notevoli di Antonio è la sua fedeltà a se stesso, nel talento come nei laboriosi timori che il procedimento creativo porta con sé, inestricabilmente congiunti per dare vita a qualcosa di grande.

Abbiamo capito quindi che bisogna avere tatto, ma anche il pugno di ferro, un buon naso e tanta pazienza. Ma come si può imparare il mestiere di editor? C’è bisogno di buttarsi nel campo e basta?

In parte sì, come in tutto nella vita. Ma io consiglio moltissimo anche di frequentare gli ottimi master di tecniche editoriali oggi presenti in Italia, di osservare i professionisti al lavoro: incontrare sul campo libri e editor per poi trovare la propria cifra. Va anche ribadito che nell’accezione più ampia del termine l’editor è il funzionario editoriale che seleziona i testi da pubblicare, prima ancora di lavorare dentro di essi riga per riga. In questo senso, le competenze delle quali ha bisogno sono più complesse. Un editor ha la responsabilità della linea editoriale di cui si occupa, innanzitutto in termini economici: deve comporre un piano editoriale, prevedere le tirature di ogni titolo, conoscere il mercato, programmare un lancio. Deve insomma mettere in campo una forte vocazione organizzativa, e soprattutto ha la responsabilità di gestire l’inevitabile semplificazione che l’immissione di ogni libro nel mercato porta con sé. Per proporre un testo ai librai lo si riassume in sinossi di poche righe, lo si riduce a uno strillo, ad alcune immagini-chiave: saper trasmettere il senso della irriducibile unicità di ogni testo, saper preservare il più possibile intatta la passione che ha dato vita al libro prima nel suo passaggio in casa editrice e poi fuori, nel mondo, è forse la sfida più grande che oggi tocca a un editor.

Dico una cosa che molti considereranno eccessiva: ma io penso che oggi l’editor migliore non sia tanto quello che sa compiere chissà quale taumaturgico intervento testuale, quanto colui che sa fare la “cinghia di trasmissione dell’energia dell’autore fino al lettore”, porgendo il libro ai colleghi che lo lavoreranno in casa editrice e con loro accompagnandolo nel mercato in modo che la necessaria semplificazione comunicativa non ne spenga lo scintillio più radicale.

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Parlando di Strega, quest’anno nella dozzina ci sono ben due titoli Bompiani: La nuova stagione di Silvia Ballestra e Città sommersa di Marta Barone. Due titoli diversi, ma che trovano terreno comune nelle radici e nei ricordi dei padri. Ce ne vuoi parlare?

Siamo fierissimi che Silvia e Marta siano tra i dodici autori del Premio Strega! I loro libri hanno in comune la fedeltà delle autrici alla propria storia e la fiducia nel potere conoscitivo della scrittura: due tratti che, forse, potrebbero essere quelli che meglio definiscono anche l’anima della stessa Bompiani.

Ci sono molti libri sui quali hai lavorato che a noi sono piaciuti, e anche parecchio. Per citarne due, Un giorno verrà di Giulia Caminito e La linea del colore di Igiaba Scego. Qual è, invece, il libro (o magari l’autore) che più ti ha dato soddisfazione?

Non riuscirei a sceglierne uno. E poi non sono certa che ciò che un editor prova nei confronti dei libri che pubblica sia “soddisfazione”. Si tratta di uno stato d’animo più complesso… e quando un libro ha successo, io avverto sempre più forte che mai quanto le ragioni di quel successo siano estranee al mio intervento editoriale, e racchiuse nell’essenza del testo.
Per rispondere alla vostra domanda vorrei piuttosto fare il nome di due autori dai quali ho ricevuto infinitamente più di quanto io abbia potuto dar loro: Giuseppe Pontiggia e Andrea Camilleri. Mai come con loro ho sentito che il lavoro editoriale ha senso solo se è prima di tutto un incontro umano e intellettuale, fatto di ascolto e di sim-patia.

E qui si comincia con le domande marzulliane: qual è il romanzo (o l’autore) che avresti voluto pubblicare? E quello invece che ti ha dato più filo da torcere?

Avrei voluto essere Jan Geurt Gaarlandt, l’editor olandese che per primo lesse e poi curò e pubblicò i diari di Etty Hillesum. Mettermi al servizio delle parole di una donna che ha creduto così intensamente nelle parole – che testimoniano, che non rinunciano a comunicare, a ragionare anche quando il mondo intero sembra perdere questa facoltà… Sparire dietro quelle pagine per farle arrivare al numero più grande possibile di lettori.
Il libro che mi ha dato più filo da torcere deve di certo ancora venire: non c’è limite ai tormenti editoriali!

La situazione attuale ha imposto un blocco forzato delle uscite in libreria, ma nelle case editrici non ci si è fermati, anzi. Ci puoi anticipare magari qualche titolo interessante in uscita prossimamente?

Ci sono tantissimi libri in uscita, ma altrettanti che in questi mesi sono rimasti soli e silenziosi sui banchi delle librerie chiuse. Spero che un po’ del nostro desiderio di tornare a incontrarci possa essere destinato anche a loro!

Abbiamo citato Fruttero&Lucentini non a caso. Leggendo la biografia di Carlo Fruttero scritta da sua figlia, Maria Carla, abbiamo visto che hai lavorato, insieme a Laura Cerutti, su Donne informate sui fatti. Come è stato lavorare con Carlo Fruttero?

Divertente e stupefacente. Come lui diceva di se stesso con il suo impareggiabile umorismo, era “lucidissimo” nonostante l’età, molto attento a ogni dettaglio. Mi colpì la voluttà con cui pescava dalla ricca libreria della sua casa di Roccamare libri amatissimi e li rileggeva, scoprendoli come fossero nuovi. Ma soprattutto trovai impareggiabile la sua curiosità per le vite degli altri, come se fossero tutte importanti e parimenti foriere di storie appassionanti. Insieme a Carlotta accolse Laura e me, giovani e tremebonde, nel suo universo come se fossimo due vecchie amiche, trasmettendoci la sensazione che il mondo letterario non fosse altro che gioco: più o meno elegante, spesso serissimo, tanto migliore quanto più audace; uno dei giochi più belli a cui noi uomini possiamo giocare per salvarci dal tempo.

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Prima di lasciarci, considerando il momento difficile in cui stiamo vivendo come pensi che cambierà il mondo dell’editoria finita l’emergenza? Pensi che ci troveremo in una situazione del tipo che le case editrici saranno costrette a stampare meno libri e quindi ad aumentare la qualità generale della produzione?

Nell’immediato, in un mercato molto depresso dalla oggettiva difficoltà di accesso alle librerie e ai libri, ridurre un po’ il numero dei titoli in uscita sarà necessario. Ma l’equazione che voi proponete è – perdonatemi – una di quelle che a me fanno venire l’orticaria!

Che gli editori pubblichino troppo sacrificando così la qualità è uno dei luoghi comuni più perniciosi che circolano tra i lettori. Innanzitutto bisognerebbe intendersi su che cosa sia la “qualità”: troppo spesso mi sembra che, quando si enuncia quell’equazione, l’idea sia che i libri letterari siano libri di qualità per il solo fatto di essere “letterari” e quelli di genere no, a prescindere, e che gli editori siano imbonitori pronti a rovesciare sui lettori grandi quantità dei secondi lucrando così sulla fastidiosissima tendenza umana ad acquistarli e leggerli con gran piacere.

La verità è che nessun editor onesto potrebbe mai sostenere che un testo letterario “di ricerca”, per il solo fatto di essere tale (e magari di una “ricerca” i cui esiti sono più nelle intenzioni dell’autore che non negli esiti sulla pagina) sia ontologicamente migliore di un thriller costruito con sapienza e ritmo, o anche di un romanzo d’amore che conduca al suo sacrosanto lieto fine, entrambi dotati della strepitosa capacità che hanno certi libri di prenderci e portarci via. Vittorio Spinazzola, del quale sono stata una delle fortunate allieve negli anni universitari, ci ha insegnato che ogni tipo di scrittura merita di essere analizzata senza pregiudizi. E che spesso i casi di amplissima ricezione dei testi (i casi dei bestseller, insomma) sono legati a libri forieri di sorprendenti innovazioni pur nelle rassicuranti cornici dei generi.

Quindi io non credo affatto che riducendo il numero dei titoli, gli editori staranno più attenti a pubblicarne di “migliori”. Ogni editore cerca di pubblicare tanti buoni libri, e di finanziarsi le scommesse più ardite attraverso i titoli di più facile richiamo per il pubblico. Ma ogni editore crede in tutti i libri che pubblica, e anzi soffre di doverne rifiutare molti altri!

La qualità che oggi rischia di soffrire invece è quella legata alle condizioni di lavoro dell’intera filiera. La pesante recessione in cui siamo entrati non potrà che accentuare la tendenza alla contrazione che il mercato del libro vive da anni, costringendo gli editori a dover vigilare doppiamente su tutti i costi di produzione. Io penso che la questione vada affrontata non attraverso la malinconica o rabbiosa laudatio di un tempo che non tornerà, ma attingendo alla risorsa che più sta contribuendo a mantenere vivo il mondo editoriale: la tensione ideale, il coinvolgimento personale, un entusiasmo che non arretra di fronte alle difficoltà.

Dobbiamo attingere a queste risorse per crescere, per accettare gli enormi cambiamenti che la storia porta con sé su ogni versante – compreso quello fondamentale delle abitudini di fruizione dei testi. Dobbiamo aumentare le nostre capacità imprenditoriali, dobbiamo abbandonare i nostri snobismi, dobbiamo saper cambiare. Dobbiamo rivendicare con forza aiuti e sostegni istituzionali importanti a fronte di obiettivi concreti e impegni chiari. E difendere – in modo vitale, non protezionistico – la ricchezza dell’offerta, che sola garantisce ai lettori libertà e qualità.

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