#Stregathon | Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari

La corsa allo Strega non si arresta, anzi. Tra i 12 candidati al premio letterario più importante d’Italia vi abbiamo già parlato di Città Sommersa di Marta Barone (Bompiani) e abbiamo intervistato altri due candidati, Daniele Mencarelli autore di Tutto chiede salvezza (Mondadori) e Alessio Forgione autore di Giovanissimi (NNE).

Oltre a questi negli ultimi giorni, con la scusa dello #Stregathon di Diana D’Ambrosio, abbiamo recuperato l’esordio letterario più chiacchierato del 2020, candidato anch’esso al Premio Strega: Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari.

Fa sorridere pensare che solo adesso Ferrari sia arrivato in libreria con un suo titolo, dopo una vita dedicata al settore editoriale. Gigante dell’imprenditoria applicata al mondo dei libri, Gian Arturo Ferrari è uno di quelli che ha plasmato l’editoria come la conosciamo oggi. È stato professore di Storia del pensiero scientifico all’Università di Pavia, ha collaborato con Paolo Boringhieri e per anni è stato a capo di Mondadori Libri.

A 76 anni ha deciso di esordire con un libro (pubblicato per Feltrinelli, chi voglia fare dietrologia sulla scelta dell’editore può farla senza problemi), Ragazzo italiano, che come dice lui “è tutto falso e tutto vero“. La storia è quella dell’Italia dell’immediato dopoguerra, con i figli del conflitto che si ritrovano a crescere in una società estranea ai loro nonni, ai loro padri.

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Il lettore accompagna Ninni, di cui poi scopriremo il vero nome, attraverso un cammino lungo quattordici anni, dal ’48 al ’62, tra giornate passate a Querciano, in Emilia, luogo simbolo di una società rurale, antica, scandita dai ritmi della natura e dai rapporti padrone/contadini, e giornate passate a Zanegrate (vera e propria factory town, sempre per citare Ferrari) e a Milano, approdo finale per la famiglia e per Ninni.

Questo percorso è scandito anche a livello testuale, con la suddivisione della storia in tre diverse sezioni: Il bambino, Il ragazzino, Il ragazzo.

Ninni gradualmente si rende conto delle differenze tra il mondo rurale della inesistente Querciano, con i giochi nella corte del Vaticano, la dimora della sua famiglia materna e quello dell’altrettanto inesistente Zanegrate, con una prima industrializzazione forte, feroce, competitiva. Una volta arrivato a Milano scopre che un suo spazio nel mondo se lo deve guadagnare, rompendo con le dinamiche del nido, della famiglia, e di conseguenza della tradizione. La società del domani vuole persone pronte a scalpitare e a scalciare per un lavoro, per una posizione o per non tornare ad avere fame.

Con queste premesse, con il racconto di una Milano che non c’è più e che si è scoperta campo di battaglia di chi vuole un futuro diverso, Ragazzo italiano potrebbe sembrare il frutto tardivo di un uomo maturo pronto a battersi in favore del più banale degli slogan: “si stava meglio quando si stava peggio”. Non è così.

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Una foto di classe del liceo classico Berchet, l’istituto mai nominato del romanzo.

Ferrari non fa un’apologia del mondo che fu, della sensazione di essere sempre vittima di un giudizio legato alla posizione sociale, al capitale della famiglia, alla provenienza. Un aspetto all’epoca istituzionalizzato, com’è il caso della disposizione delle classi alle scuole elementari, con gli alunni divisi in base al reddito: i ricchi e figli di industriali davanti, dietro i figli degli operai e quelli che avevano la “refezione”, ovvero che rimanevano a scuola a mangiare perché i genitori erano operai. Ninni non si sentirà mai a suo agio in questo mondo,  e lo sfrutterà per ritagliarsi una sua indipendenza.

Ecco, pensò Piero, siamo arrivati al fondo, più giù di così non si può precipitare. Si vergognava di essere parte di quel tutto, ma non di fronte ad altri, come gli capitava spesso, qui non c’era nessuno che lo conoscesse. Di fronte a se stesso. Questo sono io, pensava, non quello finto, artefatto, costruito, delle escursioni culturali con il professor Fumagalli o della politica nel circolo studenti del liceo. Questo sono io, su questo vagone maleodorante, in compagnia di questi dannati, circondato dalla mia famiglia che mi vuole proteggere, perché io da solo non esisto. Questo è il mio vero posto nel mondo. E pensare che quando tutta quella vicenda era cominciata sembrava fosse l’opposto, un passo avanti sulla via dell’emancipazione, della libertà, un nuovo orizzonte.

La prosa altamente evocativa ha in sé un’eco delle atmosfere delle storie di Bassani, ma c’è anche qualcosa di Dino Buzzati, citato indirettamente all’interno del romanzo. C’è poi qualche spunto che fa pensare a Carlo Fruttero & Franco Lucentini, tutto sapientemente organizzato in un percorso di formazione unico. Gian Arturo Ferrari si presenta con un primo romanzo che non ha il sapore dell’esordio, anzi. Che ne sarà di Ninni? Questa storia, non molto lontana dall’idea di GRI, Grande romanzo italiano, avrà mai un seguito?

Surfando in rete e leggendo alcune interviste scopriamo che Ferrari ha scritto questo romanzo, come anche articoli per vari giornali, vincendo la paura del foglio bianco, con telefonini e tablet pronti a farsi custodi dei suoi pensieri. E chissà che i pixel di questi dispositivi non ci regalino presto qualche altra storia.

-Marco

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