Non esistono posti lontani: il nuovo libro di Franco Faggiani

Molti di noi in questa strana estate si troveranno, se possibile, a passare le proprie ferie e i giorni di vacanza in mete italiane, a volte ritornando nei posti legati alla propria infanzia, a volte in luoghi sconosciuti, perché l’avventura non fa mai male. Leggere il nuovo romanzo di Franco Faggiani, Non esistono posti lontani, è il giusto compromesso tra queste due filosofie di viaggio, e lo è anche per chi non può viaggiare ma si lascia trasportare molto volentieri dalle proprie letture.

Franco Faggiani non è una nuova conoscenza, anzi. Ve ne avevamo parlato per la prima volta con La manutenzione dei sensi e lo abbiamo intervistato durante il Salone del Libro del 2019 in occasione dell’uscita de Il guardiano della collina dei ciliegi, occasione in cui già ci aveva anticipato qualcosa sul suo nuovo romanzo, che finalmente è arrivato in libreria.

In Non esistono posti lontani Faggiani ci riporta, dopo la parentesi in Giappone, in Italia, nel 1944. Il professor Filippo Cavalcanti (nome parlante) dopo una carriera piena di successi come archeologo per lo Stato Italiano, si ritrova costretto a compiere lavori degradanti per lo stesso Ministero per il quale ha lavorato tutta la sua vita, solo perché non ha accettato di aderire a una cerimonia pubblica del governo fascista. Al professore presterà aiuto un collega, ormai suo superiore, che lo spedirà a Bressanone, per curarsi di un carico di opere d’arte (tra le quali un reperto molto caro a Cavalcanti, un sarcofago che aveva scoperto tempo prima). Proprio a Bressanone, in un ambiente a lui ostile, incontrerà un giovane ischitano spedito al confine, Quintino Aragonese.

I due decideranno di salvare il carico di opere d’arte e di riportarlo a Roma, con l’intenzione di nasconderlo in Vaticano. Il mezzo per portare a compimento la missione? Un camion preparato da Quintino, O’ Rinoceronte.

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Franco Faggiani

Faggiani racconta, con uno stile semplice, la personale odissea del professore e del ragazzo. Il viaggio è l’occasione di aprirsi a un mondo diverso, accompagnato da scambi di battute, aneddoti, storie e ricordi. I due, sul loro cammino, incontrano diverse realtà, strade secondarie su per le colline, posti di blocco e dogane.

Da Bressanone fino in Piemonte, passando per la Svizzera, l’Appennino, il Lazio e Roma, siamo testimoni dell’impatto che la guerra, la caduta del regime, la povertà e la fame hanno avuto sulle comunità e sugli individui. Per Quintino, ragazzo di strada, di pancia, affetto da un’eterna fame e per Cavalcanti, uomo che viene da tutt’altro mondo e che forse non ha mai vissuto pienamente la sua vita sarà un’esperienza preziosa e arricchente su piani opposti.

“Ho imparato da lui anche un’altra cosa, molto più importante: il valore del “tempo piccolo”, così lo chiamavo da bambino. In genere, caro Quintino, calcoliamo il tempo che abbiamo davanti in ore, settimane… anni, addirittura. Adesso, per esempio, ci troviamo a immaginare cosa ci succederà a guerra finita, dove saremo, con chi. Non pensiamo mai a quei secondi che ci precedono in continuazione. Mio padre mi diceva che in questo tempo piccolo possiamo far succedere molte cose, anche importanti, perfino capaci di modificare la nostra esistenza o quella degli altri. Il tempo che basta per dire un sì o un no, fermiamoci o avanziamo, a destra o a sinistra, resto oppure parto, l’abbraccio o me ne vado.

Dal suo tempo piccolo, ripeteva mio padre, erano dipesi per esempio molti successi della sua carriera. Non bisogna mai lasciare il tempo privo di azioni o di pensieri, neanche per pochi istanti, neanche quelli ci separano dalla morte. Pensi, Quintino, quante decisioni prese solo un momento prima di un incontro importante, di un matrimonio, di una battaglia, hanno cambiato le sorti di molte persone.”

Faggiani non perde un colpo con lo stile, la tensione non cala mai, la prosa va dritta al punto e le uscite irriverenti di Quintino donano quel pizzico di ironia che serve per non sovraccaricare di drammaticità la storia.

L’atmosfera è quasi quella di un film neorealista. Trapela dal modo in cui gli ambienti, i personaggi e le dinamiche sociali vengono raccontati. La struttura della storia, quasi episodica, non lascia mai dubbi sul fatto che i nostri ce la faranno. Questo conferisce alla narrazione un alone un po’ superato, un po’ datato. Le storie, è vero, sono senza tempo, ma alla fine della lettura, forse, rimane quel retrogusto di già letto, già visto.

Faggiani non delude, assolutamente, ma forse non ha osato come avrebbe potuto. Ci restituisce una fotografia perfetta, sbiadita soltanto dal passare del tempo e dalle peripezie vissute da Quirino e Cavalcanti, che consigliamo a chi vuole ritrovare le atmosfere dei film in bianco e nero di un certo cinema italiano. Per una lettura più fresca consigliamo gli altri romanzi dello scrittore.

-Marco

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