Gli anni invisibili di Rodrigo Hasbún

Il nostro viaggio alla scoperta della letteratura latinoamericana si arricchisce di un altro tassello. Di Rodrigo Hasbún non avevamo mai letto nulla, nonostante nel catalogo di SUR già ci fosse uno dei suoi romanzi, Andarsene. Così la nostra prima esperienza con lo scrittore e sceneggiatore boliviano è stata Gli anni invisibili, tradotto per la casa editrice indipendente da Giulia Zavagna. È difficile raccogliere i pensieri dopo una storia così potente.

Andrea e Julián – non sono i loro veri nomi, ma questo ha poca importanza – si ritrovano a Houston dopo ventuno anni. Andrea ha cercato Julián perché ha scoperto e letto il suo libro, sa che parla di lei e di quello che è successo, molto tempo addietro, in casa di Andrea, a una festa di classe, quando vivevano in Bolivia. L’incontro tra i due è l’occasione per scavare nel passato, evocare ricordi dolorosi, confrontarli con la finzione narrativa e tentare disperatamente di esorcizzarli. Uno spettatore passivo e l’altra vittima del precipitare degli eventi, il passato ha lasciato sui due ormai quasi quarantenni dei segni indelebili.

Gli anni invisibili è una storia sui rapporti umani e sull’influenza che il passato ha sul nostro futuro. Nella storia fioriscono relazioni d’amore improntate alla possessività o alla co-dipendenza, matrimoni sull’orlo del fallimento, legami famigliari che stanno in piedi solo per convenzione sociale. Si potrebbe dire che il romanzo di Hasbún è quanto di più vicino possa esistere a una mappa del dolore umano, così tristemente reale da sembrare uscita dalla cronaca dei giornali. E a dare vita a questa mappa non sono solo i personaggi principali, Ladislao e Andrea, ma soprattutto i personaggi secondari, i cui drammi si svolgono in sordina e le cui ferite cicatrizzano silenziosamente.

Il passato incombe e non lascia scampo a nessuno, mettendo in crisi il significato stesso di storia di formazione. Come può esserci formazione se le persone non cambiano? Come si fa a diventare la versione migliore di se stessi quando non c’è trasformazione ed è impossibile scrollarsi di dosso le ferite e i pesi che ci portiamo appresso nel corso della nostra esistenza? Hasbún si pone queste domande e lascia a chi legge lo spazio per riflettere e per darsi ciascuno la propria risposta.

Mi dice: Le seconde opportunità esistono solo nei film di quarta o quinta categoria. Mi dice: Solo noi possiamo vedere noi stessi. Quelli che verranno dopo non ci vedranno, non sapranno un cazzo di noi. Mi dice: I luoghi durano di più ma alla fine spariscono anche quelli. Mi dice: È una bugia pensare che eravamo migliori prima. Non è questione di essere migliori o peggiori, è che le cose si rompono, le vite si trasformano o finiscono da un secondo all’altro e per sempre.

A volte ti chiudi nella tua bolla per leggere una storia e dopo un po’, man mano che procedi con la lettura ti rendi conto che quella storia ti sta scavando dentro, sta smuovendo qualcosa da qualche parte in fondo, dietro lo stomaco, qualcosa che fa male e che allo stesso tempo è tragicamente meraviglioso. Questa è la sensazione che ti dà Gli anni invisibili.

È una storia potente, dolorosa, struggente, completa e reale, forse fin troppo. La sfida è riuscire a posare il libro anche solo per qualche ora e non lasciarsi trascinare dal turbine di parole ed emozioni di Hasbún. La sfida è affacciarsi sull’abisso che ti propone Gli anni invisibili e uscirne immutato e illeso.

-Davide

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