ex umbris: La donna dagli aghi di Giuseppe Ferrario

Spettri, scheletri, zucche: siamo a ottobre, il mese della paura per antonomasia! Certo, spesso l’orrore che cerchiamo (e troviamo) leggendo storie, guardando film e serie tv è frutto di finzione e serve a esorcizzare quella paura che, in uno strano fenomeno di causa-effetto, da un lato spaventa e dall’altro consente di realizzare che non c’è motivo di esserlo.

E se invece il mistero, lo straordinario, l’impossibile fossero il tema centrale di un resoconto reale documentato da uomini di scienza? Saremmo ancora disposti a indulgere nella dimensione del possibile senza avere timore?

A questa domanda possiamo provare a rispondere con La donna dagli aghi di Giuseppe Ferrario, edito da ex umbris, un progetto di micro-contro-editoria che “dagli anfratti più scuri delle biblioteche ripropone testi inopportuni, crudeli, repellenti, dissonanti, imperfetti, sotterranei.”

Giuseppe Ferrario, nato a Milano nel 1802, allievo di Giovanni Battista Palletta, si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia nel 1825. Lavora all’Ospedale Maggiore (proprio come il suo professore), al Pio Istituto Santa Corona e all’Accademia dei filodrammatici di Milano. Nel 1845 fonda l’Accademica fisio-medico-statistica, ma nonostante un percorso professionale eccellente non diventa mai un clinico di fama, né è autore di studi rilevanti nel suo settore.

Giuseppe Ferrario

Un signor nessuno, si potrebbe dire, ma Ferrario è anche protagonista di una testimonianza del 1829, pochi anni dopo essersi laureato.

In questa pubblicazione scientifica Giuseppe Ferrario fa le veci di un Jonathan Harker ante litteram che, invece di raccontare la storia del suo viaggio in Transilvania, illustra un caso straordinario.

«Trovandomi all’Ospedale Maggiore come primo chirurgo nel giugno 1828, mi occupai del caso più sorprendente e raro che si potesse leggere nelle storie di medicina. Una ragazza di diciannove anni è stata portata alla mia attenzione con un aspetto miserabile ma un temperamento sanguigno.

Si chiamava Magni Maria e sosteneva che durante un ritrovamento epilettico, infilò accidentalmente aghi attraverso il braccio destro e il seno. Gli aghi non le crearono alcun problema fino a tre mesi dopo, quando il dolore era diventato così insopportabile, che decise di andare in ospedale.

Quando Magni fu portata in ospedale, urlò per giorni e notti intere… la violenza con cui lei girò la testa attorno al suo collo era incredibile, gli occhi rosso-turgidi, ora storditi, ora spalancati, si muovevano rapidamente, i denti dove digrignava repulsivamente, dalla sua bocca, la materia schiumosa macchiata di sangue vomitava, il viso gonfio tremava orribilmente, i peli erano intrisi di misera melma.

Ci fu una involontaria perdita di urina e feci, tutto ispirò il massimo orrore e terrore e i miei pazienti in ospedale iniziarono a credere che fosse una strega».


Un incipit che ricorda da vicino tanti romanzi gotici. Ferrario, senza volerlo, segue il percorso del Gothic Revival iniziato da Ann Radcliffe e Mary Shelley qualche anno prima della pubblicazione del suo diario medico.

In una nota all’edizione viene rivelato che il testo che abbiamo in mano noi lettori del Terzo Millennio è modellato sulla versione originale del 1829 (solo undici anni dopo la pubblicazione di Frankenstein, per dire), che conteneva con una dedica dell’autore a Giovanni Battista Duca. Nel riproporre il testo si è scelto di rispettare alcune particolarità dell’edizione originale, come l’utilizzo delle maiuscole, delle minuscole e del corsivo, a seconda del contesto. La lettura è semplificata, gli acronimi e le abbreviazioni vengono sciolte.

Un lavoro eccezionale, che regala una fotografia non solo del modo in cui le malattie (fisiche e mentali) venivano categorizzate e trattate, ma anche della condizione dei malati inseriti ciascuno nel proprio ceto sociale. Scopriamo così un mondo ancorato a pratiche desuete, come quella del salasso, e a una forte componente di superstizione.

Giuseppe Ferrario ha in cura Magni Maria per 332 giorni e nel descrivere questo lungo periodo replica la struttura classica di un romanzo gotico. Si tratta di un racconto essenziale della vita di M.M., dell’episodio che avrebbe scaturito la sua condizione, della sua famiglia, del suo paese, fino a episodi strani e macabri con cui lui ha, in qualità di medico, ha avuto a che fare nell’esercizio della propria professione. Ferrario scrive di diversi episodi inspiegabili che la vedono protagonista, delle giornate che passano e delle crisi che ha la sua paziente.

Come si è conclusa la faccenda? In modo shoccante, tanto che il caso ha fatto parlare molto di sé, nella comunità scientifica dell’epoca, ma non solo. Vi invitiamo alla lettura, e a riflettere sul fatto che spesso l’impossibile è solo improbabile, ma non per questo non può accadere.

-Marco

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