La sottrazione di Alia Trabucco Zerán

Raccontare la storia di un paese e dei suoi abitanti attraverso la mancanza e l’assenza è un’operazione difficile. Tuttavia, questo è quello che fa Alia Trabucco Zerán, autrice de La sottrazione. Il romanzo è stato finalista al Man Booker International Prize 2019 ed è stato pubblicato in Italia da Edizioni Sur nella traduzione di Gina Maneri.

Trabucco Zerán riflette sul peso di una generazione (e di una società) attraverso un gioco di simboli, immagini oniriche e una prosa particolare, ricercata nel suo essere stringata e diretta. Non sembra certo di trovarsi davanti alla prima opera di una scrittrice; parere, questo, condiviso anche da Consejo Nacional de Chile e da Babelia, El Pais, che lo hanno selezionato come miglior esordio alla pubblicazione.

Felipe riesce a vedere i morti in giro per Santiago, la sua città. Li vede per strada, sdraiati a terra, sull’autobus, nel fiume, accanto a sé. Per lui non è un problema, ci convive. Felipe li usa per ordinare il caos del mondo che lo circonda: tiene il conto delle nascite e delle morti, e queste morti fanno parte di una grande sottrazione che dovrebbe determinare armonia nel disordine. La fissazione del personaggio si ripercuote non solo nella prosa ma anche nel comparto extra-narrativo: i capitoli sono indicati da un numero decrescente, partendo dal capitolo 11, cifra simbolica per diverse tradizioni.

E poi c’è Iquela. Iquela è, come Felipe, figlia di ex-militanti. La ragazza vive con il peso della perdita del padre (Victor/Rodolfo) e con quello della presenza granitica della madre (Claudia/Consuelo), un monumento vivente della resistenza e della militanza contro la dittatura. Al contrario dei capitoli che esplorano il punto di vista di Felipe, quelli di Iquela, sono indicati da parentesi che racchiudono un vuoto. Perché questo è lo spazio che Iquela vive, il vuoto lasciato dalla generazione precedente. Come colmarlo? Che Paloma possa sopperire a questa mancanza? Paloma è tornata in Cile per un motivo preciso: sua madre, Ingrid, è morta col desiderio di essere seppellita in patria.

Tuttavia, proprio come la prima volta che i tre si sono conosciuti, il cielo è coperto da una pioggia di cenere. L’aereo che trasporta il corpo della madre di Paloma non può atterrare e viene dirottato in Argentina. Così gli amici decidono di intraprendere un viaggio, una road trip decisamente fuori dal comune. Partono a bordo di un carro funebre e attraversano la cordigliera delle Ande alla ricerca di un cadavere che è più di un insieme di ossa e muscoli senza vita.

Come dicevamo, c’è un ricco apparato di simboli: la cenere, figlia degli incendi, è il carburante invisibile che dà forza ai protagonisti e li segue nei momenti più importanti della loro vita e della storia del paese. Cade nel momento in cui Pinochet viene destituito, cade nel momento in cui i tre si riuniscono. L’impassibilità dei personaggi di fronte alla burrasca degli eventi genera un forte senso di straniamento. La cenere ricopre qualsiasi cosa, ma al contrario della neve, non attutisce i rumori. Li rende ancora più striduli, e il mondo avvizzito, ma non ancora morto.

Non era la cenere a sembrarmi posticcia, ma la sua assenza: i marciapiedi puliti, il cielo azzurro, il maledetto sole come incrostato al centro.

La sottrazione diventa il punto focale del romanzo: non è solo quella di Felipe e i suoi morti, ma è anche la perdita della libertà di tanti padri e madri che per riacquistarla hanno dovuto lottare duramente. È il fardello sulle spalle dei figli e delle figlie che vivono in un tempo immobile con un’eredità non voluta. È l’operazione che si fa alla fine del proprio percorso, per capire cosa si è lasciato su questa terra, cos’altro si lascerà e cosa ne è della propria persona.

Alia Trabucco Zerán mette insieme tutti questi simboli e costruisce un romanzo che scava fino ad arrivare al bianco delle ossa e al rosso del sangue. Non dà una risposta, non era questo il suo intento, ma restituisce un ritratto perfetto, immobile, statico, dello stato d’animo di un paese interrotto e incapace di fare i conti con la propria storia.

-Marco

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