Obabakoak di Bernardo Atxaga

Anche se normalmente non ci tiriamo indietro di fronte ai racconti, ce ne sono capitati pochi sottomano, negli scorsi mesi. Per una singolare convergenza editoriale sono uscite, a distanza di alcune settimane l’una dall’altra, due raccolte molto diverse tra loro, che ci hanno fatto apprezzare ancora di più le particolarità di ciascun testo e di ciascun autore. La prima è Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter (Fazi), lettura che dobbiamo ancora metabolizzare bene prima di potervene parlare, l’altra è Obabakoak di Bernardo Atxaga, pubblicato dalla piccola casa editrice indipendente 21lettere.

La storia editoriale italiana di questo volume, uscito in lingua originale nel 1988, è singolare e la racconta la traduttrice, Sonia Piloto Di Castri, in una nota finale al testo. Il manoscritto le era stato affidato dall’editore, all’epoca – nel 1991 – Einaudi, perché valutasse se potesse valere la pena tradurlo. Sonia aveva divorato i racconti di Atxaga tutti d’un fiato e l’editore, contagiato dal suo entusiasmo, aveva deciso di farglielo tradurre senza affidarsi a ulteriori pareri di lettura. Oggi, a questo percorso si aggiunge un ulteriore tassello, ovvero la ripubblicazione sotto una nuova casa editrice e con una nuova veste grafica. La traduttrice è sempre la Piloto Di Castri, che ha fatto una revisione della vecchia traduzione.

Bernardo Atxaga è considerato lo scrittore basco vivente più importante. Obabakoak è uno dei testi che più lo ha reso famoso, non solo in Europa ma in tutto il mondo. Le storie che compongono questa raccolta si svolgono quasi tutte in un paese immaginario, Obaba, che rappresenta simbolicamente un qualsiasi villaggio dei Paesi Baschi. Difficile restringere il campo a un genere solo, nelle sue storie Atxaga sperimenta molto, e non solo a livello formale. L’autore gioca con la lingua, con gli schemi letterari tradizionali, con il plagio e la metaletteratura: la prima sezione, Infanzie, accoglie racconti più cupi, dal sapore gotico, e così Nove parole in onore del paese di Villamediana; nel resto del volume è più evidente invece la volontà di giocare con le regole della scrittura e con la manipolazione di schemi e storie già lette.

La colazione alle dieci: succo d’arancia, croissant appena sfornati, crepes e burro, caffè, tè, e non ci sarà marmellata perché non ne ho trovata di mio gusto. Dalle undici all’una, lettura di racconti sulla veranda dietro casa, perché a quell’ora è il posto più fresco. All’una, vermut in giardino con un’oliva e una scorza di limone. Divieto di parlare dei racconti letti, perché altrimenti ne potrebbe nascere qualche discussione, il che darebbe luogo a gravi disturbi della digestione. Si dovrà invece parlare di banalità. Alle due, pranzo top secret, ma dicendovi che l’Antonia del ristorante Garmendia è già stata avvertita, è tutto detto. Alle quattro, il caffè e il primo cognac. Alle cinque secondo cognac e l’analisi di quello che si è letto al mattino. Avviso: ho cambiato opinione; ora non sono più contrario al plagio. A domani.

Così i protagonisti di questi racconti sono bambini soli, amici che indagano su misteri irrisolti della loro infanzia, ragazzini che non vorrebbero altro che trovare la propria strada e lasciarsi alle spalle il passato. Tutti legati dal filo rosso di Obaba, del villaggio sperduto in cui tradizione e oralità sono elementi fondamentali di un tessuto ricco come può esserlo solo un microcosmo di questo tipo. Anche quando si tratta di raccontarsi storie e di giocare con le parole, si ritrovano, fisicamente o col pensiero, a Obaba, a Villamediana, al villaggio in cui tutto è cambiato. Questo legame fa sì che la parola racconto sfumi e che il risultato finale sia più vicino a un romanzo a episodi che a una raccolta. Il dialogo tra una storia e l’altra è continuo e rumoroso.

Obabakoak è anche una intelligente riflessione sulla scrittura e sul modo in cui scrivere può influenzare le nostre vite. Una riflessione che si fa forza non tanto di sentimentalismi quanto di quei giochi letterari cui si faceva riferimento prima. I racconti di Atxaga ti entrano nel cervello come il ramarro di Giovani e verdi… e poi chissà cosa rimane dopo il passaggio del piccolo rettile, chissà a quali nuovi pensieri ha fatto spazio con il suo rosicchiare.

-Davide

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