Utopia Editore | La saga di Vigdis di Sigrid Undset

Nel 1882, nella cittadina danese di Kalundborg, nasce Sigrid Undset, la prima delle tre figlie di Ingvald Martin Undset e Charlotte Gyth. La famiglia si trasferisce presto in Norvegia, dove il padre era nato e aveva vissuto a lungo, e qui la piccola Sigrid studia e cresce, circondata dagli interessi paterni: l’archeologia, la storia norvegese, il folklore. Sigrid scrive romanzi storici, medievali, in cui spesso si coglie il suo interesse per la religione cattolica, e, nel 1928, vince il Premio Nobel. Questo è solo uno dei momenti chiave della vita di una delle più importanti scrittrici della letteratura scandinava. Quando parla apertamente contro il nazismo, una delle prime intellettuali a farlo, si vede costretta ad abbandonare la sua Norvegia e a cercare rifugio negli Stati Uniti, dove rimane fino alla fine del conflitto.

La saga di Vigdis (Fortællingen om Viga-Ljot og Vigdis) rappresenta pienamente la sua passione per la Norvegia medievale, per un mondo distante, freddo e ostile. In essa troviamo lo spirito di questa grande scrittrice, lo stile scarno, conciso, chirurgico che la contraddistingue. L’opera viene data alle stampe nel 1909 e arriva in Italia soltanto nel 1992, pubblicata da Iperborea. Oggi, ritrova nuova vita nel catalogo di Utopia, con la traduzione di Margherita Podestà Heir.

La storia di Vigdis è la storia di un amore che è anche odio, rimpianto e vendetta. Vigdis è la figlia di Gunnar, un ricco fattore norvegese, ed è una ragazza bellissima e indomita, dotata di una tempra d’acciaio, indipendente. Vigdis non si piega di fronte a niente e nessuno, uomo o donna che sia. È lei l’unica, vera protagonista di questo romanzo e in lei si riassumono le caratteristiche tipiche dell’eroe tradizionale delle saghe medievali scandinave: il coraggio, l’orgoglio, la forza fisica e mentale.

Alla luce videro che era molto bella, slanciata e ben fatta, la vita sottile, il seno alto e sodo. Aveva occhi grandi e grigi e i capelli le arrivavano alle ginocchia: erano di un biondo scuro, lucenti e folti. Le mani erano grandi e bianche, ornate da numerosi anelli. Portava un abito di lana color ruggine, elegante e preziosamente ricamato. Intorno ai capelli aveva legato un nastro intessuto d’oro e indossava molti monili e gioielli, più di quanti fosse usanza portare nei giorni ordinari.

Ljot è un prode guerriero islandese. Soltanto tredicenne, si distingue già dagli altri ragazzi per l’abilità con cui maneggia la lancia e per la destrezza con cui abbatte l’assassino del padre. Adottato dal fratello della madre, diventa un giovane irascibile, volubile, cui basta poco per lasciarsi trasportare dalle passioni. E un giorno, arrivato con lo zio in Norvegia, vede Vigdis e se ne innamora perdutamente. Ljot desidera Vigdis così tanto che è pronto a compiere le azioni più scellerate.

Nella saga di Vigdis non ci sono divinità a guidare la mano dell’uomo. Vigdis e Ljot vivono in un mondo in cui i vecchi riti pagani coesistono con la nuova religione, il cattolicesimo. Entrambi si sono convertiti, ma sono ancora molto legati a un codice morale più antico, che sa di passioni violente e promesse di vendetta (come «inzuppare i capelli nel sangue»). L’atmosfera è quella di un poema epico cavalleresco, con i suoi amanti sfortunati, ma con qualcosa di più selvaggio e oscuro, come nelle fiabe scandinave – quelle popolate da troll e folletti – e nelle saghe nordiche – la saga di Ragnarr, per fare un esempio, ma anche Beowulf.

«È una strana fede», rispose Vigdis. «Questo Cristo bianco non deve poi essere di così grande aiuto, visto che ho sentito dire che non è stato neanche capace di salvare se stesso, e che è stato ucciso dai suoi nemici».

«Non lo so di preciso», continuò Ljot, «ma non credo che abbia dei poteri. Un guaritore a sud, una volta, in Danimarca, mi curò una brutta ferita al polpaccio ormai infetta. Non volle altra ricompensa che quella di battezzarmi e così acconsentii, per non dispiacergli».  

In questo senso – nell’ottica di una storia cupa e dalle tinte fosche – quello che spicca è la completa e più totale assenza di speranza. Non sono gli dei a reggere il filo dei destini degli uomini, è vero, né tantomeno le moire, ma la fine di tutti sembra scritta nelle stelle, nella natura ostile e incontaminata – o quasi – che circonda le piccole fattorie, i piccoli villaggi in cui vivono le persone.

Sigrid Undset è – parafrasando la motivazione con cui le venne assegnato il Nobel nel 1928 – la scrittrice perfetta per cogliere tutte le sfumature della vita nordica medievale, per esplorarne i codici e il simbolismo. Un perfetto punto di partenza per riscoprire un’autrice che si è corso il rischio di dimenticare.

-Davide

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