La vita breve di Juan Carlos Onetti: il gioco dell’identità

Questo 2021, dal punto di vista letterario, continua a regalarci tante nuove scoperte e soddisfazioni. Una su tutte è l’iniziativa targata Edizioni Sur che si prodiga nel portare (o riportare) le migliori voci del mondo latinoamericano e non solo sugli scaffali di noi lettori italiani. Quest’anno nasce una nuova collana, dedicata interamente alla figura di Juan Carlos Onetti, scrittore uruguayano che spesso viene accostato a grandi nomi della letteratura come Faulkner, Joyce e Sartre. Due sono le uscite disponibili al momento: Il cantiere, tradotto da Ilide Carmignani con una postfazione di Edoardo Albinati, e La vita breve, tradotto invece da Gina Maneri con una postfazione di Sandro Veronesi.

Fare un ritratto di Onetti in poche righe è impossibile. Nato a Montevideo nel luglio del 1909, si traferisce ventenne a Buenos Aires dove avvia la sua carriera di giornalista e scrive alcuni racconti. Nel 1974, viene arrestato dalla giunta militare a causa della pubblicazione sulla rivista Marcha’s di un racconto non favorevole al regime, El guardaespaldas, la guardia del corpo. Viene internato per sei mesi nella Colonia Etchepare, un istituto di igiene mentale, ma la sua incarcerazione non passa inosservata, tanto che alcuni suoi colleghi intellettuali come Gabriel García Márquez, Mario Vargas Llosa e Mario Benedetti scrivono alcune lettere aperte chiedendo alle autorità uruguayane la liberazione di Onetti. Scarcerato, lo scrittore deci di trasferirsi in Spagna insieme alla moglie. Lì vince il Premio Cervantes, il premio più prestigioso che venga conferito alle opere in lingua spagnola.

Una vita quindi, quella di Onetti, che racchiude in sé tante identità. E così è anche La vita breve. Il protagonista Juan María Brausen, è impiegato in un’agenzia pubblicitaria di Buenos Aires. Lì lavora insieme all’amico Stein, sotto lo sguardo inquisitorio di Macleod, il capo. La moglie, Gertrudis, è in condizioni di salute precarie a causa della malattia per cui si è operata tante volte. Brausen è oppresso dal pessimismo sul luogo di lavoro, dove capisce che molto presto perderà il posto, e dal pessimismo tra le mura domestiche, visto che il rapporto con la moglie va deteriorandosi sempre più.

Riesce a rimuovere questo peso solo vivendo vite diverse, che non sono la sua. Così si dedica alla scrittura di un soggetto per il cinema, ambientato nella fittizia Santa Maria, cittadina fluviale in cui abitano il dottor Díaz Grey, Elena Sala, Lagos e Oscar Owen, l’Inglese. L’atmosfera è quella di un noir americano stile anni ’30/’40, quel cinema delle dive alla Veronica Lake e Lauren Bacall. Brausen scrive del dottor Grey (il cui nome ricorda un altro personaggio letterario particolarmente ingegnoso, Dorian Gray) non solo per vendere il copione al miglior offerente, ma anche per sfuggire da quell’oppressione che è dovuta alla vita nei panni di se stesso.

Non si tratta però di un’evasione completa. Così un giorno, a letto con Gertrudis, sente la voce della vicina, la Queca. Questa donna su di giri, così diversa dalla moglie, smette presto di essere soltanto una voce al di là del tramezzo. Brausen decide di irrompere nella sua vita di lei sotto mentite spoglie, presentandosi col nome di Arce.

Capii che il mio odio era morto, che al mondo restava solo il disprezzo, che Arce o io potevamo ucciderla, che era tutto organizzato perché io la uccidessi; esaminare la mia esultanza e il vigore che mi facevano quasi sorridere mentre mi chinavo sulla faccia disumana e sussurrante che si agitava sopra il lenzuolo. Posso ucciderla, la ucciderò. Era la stessa sensazione di pace che provavo entrando nel corpo di Gertrudis quando la amavo; la stessa pienezza, la stessa corrente impetuosa che placava tutti gli interrogativi.

Onetti ammalia il lettore con la sua scrittura piena, rotonda e sensuale. Aiuta l’atmosfera noir che permea ogni singola pagina. Buenos Aires diventa la metropoli che vive di vita propria, mentre Santa Maria – come anche Montevideo – è l’oasi in cui tutto è concesso, dove si può viaggiare non solo nello spazio, ma anche nella dimensione dell’altro, del possibile, se non addirittura del tempo. Juan Carlos Onetti crea degli stilemi tutti suoi, che hanno un’eco nell’hard-boiled, mettendo a suo agio il lettore, per poi togliergli la sedia da sotto il sedere e lasciarlo metaforicamente a gambe all’aria. La narrazione, così come le identità e le maschere, segue un percorso ellittico che si restringe sempre di più. Brausen, Grey, Arce, cos’è in fondo l’identità?

La vita breve può spaventare per la sua mole, ma in realtà si tratta di un romanzo che non si accontenta di essere un mondo solo, che è più della somma delle sue parti e che, proprio per il potere ammaliatore, cattura il lettore: tutti, almeno una volta, ci siamo interrogati sulla nostra identità e su cosa siamo è disposti a fare per essere se stessi o essere liberi.

Ps: il gioco dell’identità e del racconto del proprio io si arricchisce di un ulteriore livello nel momento in cui Onetti entra nella narrazione come personaggio (in carne e ossa? carta e inchiostro?) nella vita di Brausen, o forse di Grey o dì Arce. Non ci è dato sapere esattamente di chi.

-Marco

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