Un doge infame di Tommaso Scaramella, omosessualità e nonconformismo nel ‘700

Siamo lettori dichiaratamente onnivori, perciò non è cosa rara che si parli anche di saggi, oltre che di romanzi e fumetti. Forse però di storia ne abbiamo parlato pochissimo, se non quasi per nulla. Iniziamo a colmare questo vuoto con Un doge infame. Sodomia e nonconformismo sessuale a Venezia nel Settecento di Tommaso Scaramella, pubblicato per la casa editrice Marsilio lo scorso marzo. Tommaso ha conseguito un dottorato in Storia Culture Civiltà all’Università di Bologna e uno dei suoi interessi principali è proprio la storia della sessualità in età moderna. Le fonti analizzate per la stesura di questo volume appartengono a un periodo storico che va dal Rinascimento alla caduta della Repubblica di Venezia nel 1797.

Nel suo saggio, Scaramella, sceglie di portare avanti un’indagine storica sull’omosessualità e sul nonconformismo sessuale in generale nella Venezia del Settecento. Perno centrale attorno al quale ruota questo lavoro è Alvise Sebastiano Mocenigo, importante ambasciatore della Serenessima che negli ultimi anni del 1700 decide di candidarsi come doge della Repubblica di Venezia, nonostante nel suo passato ci sia una condanna per sodomia.

Ne emerge l’immagine di un uomo che vive apertamente la propria sessualità e dovunque si trovi, anche nei paesi esteri in cui rivestiva regolarmente il suo ruolo amministrativo. Sebastiano è esponente di spicco dell’aristocrazia veneta, molti suoi antenati hanno ricoperto la carica di doge, la più importante carica politica della città lagunare. E lui stesso ricopre incarichi illustri ed è spettatore di eventi storici fondamentali: dal 1762 al 1768 lo troviamo alla corte di Spagna, dove si impegna a seguire da vicino la politica del regno lasciandoci una ricca testimonianza della cacciata dei gesuiti dal paese; dal 1768 al 1772 è in Francia, dove parla nei suoi resoconti della «questione Corsica».

Ma la coltivazione di una «corte» di spasimanti, di uomini per giunta, questo non gli viene perdonato, nonostante la sua influenza. Il temuto Consiglio di Dieci, che si occupa dei reati di sodomia a Venezia, costruisce un caso contro di lui. Un caso che lo porta a scontare un esilio di sette anni nel castello di Brescia. È interessante notare come il problema non fosse stato l’evento singolo, l’atto sessuale, quanto piuttosto la condotta reiterata e «difforme», le sue inclinazioni e il modo in cui avrebbero potuto influenzare la sua immagine pubblica e di conseguenza l’onore e la dignità della Serenissima. Che un uomo pubblico si comportasse in modo simile era inconcepibile e inaccettabile.

Nelle «culture dell’onore» di antico regime, e soprattutto in quelle dell’area mediterranea, comportamento sessuale e reputazione sociale intrattenevano un legame di stretta, reciproca dipendenza: possedere e mantenere l’onore in virtù di una sessualità considerata «normale», perderlo e riconquistarlo, rispondevano a precisi canoni culturali.

Il fatto privato diventa pubblico e rischia, nell’ottica settecentesca influenzata com’era dalla morale cattolica, di alterare in qualche misura l’ordine precostituito. In questo senso la sodomia veniva considerata come uno dei reati più gravi in assoluto. Perché agli occhi di una società patriarcale e maschilista si assisteva a un ribaltamento dei ruoli e a un comportamento sessuale antiriproduttivo.

Praticare nel coito sodomitico un ribaltamento dei compiti e delle funzioni culturalmente assegnati agli uomini rappresentava anche uno scadimento complessivo dell’indole maschile, un’indegna rinuncia alla propria virilità, al proprio onore.

Dal saggio emerge un’immagine ben precisa di quella che doveva essere la Venezia del Settecento. Con grande cura e attenzione alle fonti, l’autore evoca una città che, nonostante sia dominata da una morale religiosa invadente, è in qualche misura emblema della libertà dell’epoca. Una libertà non più legata all’idea di una repubblica forte e indipendente quanto a quella di una città dove imperversa una sessualità senza vincoli, il libertinaggio. In un contesto di questo tipo certe «deviazioni» dalla norma sessuale vengono più facilmente accettate, perlomeno, come dicevamo prima, se limitate a un ambito privato. Ma l’opinione che l’ambiente culturale dell’epoca – uno degli intellettuali citati in prima battuta è Montesquieu – si era fatto di Venezia era quella di una città sregolata e dissoluta, in cui si muovevano personaggi come Giacomo Casanova e Sebastiano Mocenigo.

Una delle questioni più singolari che risalta dalle ricerche e dalle riflessioni dell’autore è che, per poter ricostruire una «storia della omosessualità», quindi di qualcosa che appartiene anche alla sfera delle emozioni e dei sentimenti, sia necessario ricorrere allo studio di fonti giuridiche, dove rimane traccia dei comportamenti, delle «colpe» degli individui e delle dichiarazioni portate a processo da imputati e testimoni. Quello che colpisce è che per poter scoprire qualcosa di così nascosto e privato come i sentimenti sia spesso obbligatorio, a livello storiografico, ricorrere a testi così tecnici e «aridi» come quelli giuridici.

Un doge infame è un’attenta analisi della società veneziana del Settecento dove i dati e le testimonianze storiche vengono affiancati a una ricchissima bibliografia per dare un’idea che sia la più completa possibile del nonconformismo sessuale. Un saggio importante per poter ricostruire una cultura e un sentimento come quelli omosessuali che in quegli anni un nome ancora non lo avevano. Un nuovo vitale tassello del lungo e accidentato percorso verso la libertà sessuale.

-Davide

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