Utopia | Cenere di Grazia Deledda: l’autonomia mozzata di Anania

Si può immaginare che, una volta vestita la corona di lauro, il proprio nome venga inciso imperituro nella storia, a segno del proprio lavoro, e che venga celebrato come si deve e ricordato per sempre. Ma non è così, almeno non lo è per tanti autori, per tantissime autrici, che vedevano (e vedono) il loro nome sparire dagli scaffali, dalle librerie, dalle antologie, dalla storia della letteratura. A volte non basta nemmeno vincere il Premio Nobel per vedere riconosciuta la propria capacità. Questo è capitato a Grazia Deledda, insignita della medaglia dall’accademia svedese nel 1926, quarta donna, seconda donna a vincerla nella categoria letteratura. Come può succedere una cosa simile?

Fa bene ripeterlo: Grazia Deledda era una donna, e in quanto tale in Italia – e non solo – il suo lavoro non veniva considerato al pari dei suoi colleghi uomini (perché poi, ancora non lo comprendiamo). In più il suo racconto crudo della realtà sarda era in contrasto con quello di un paese unito, ma solo sulla carta. Queste potrebbero essere alcune delle ragioni del perché il suo nome sia fatto sempre troppo poco.

Fortunatamente Utopia, casa editrice che ha all’attivo una scuderia di titoli non da poco (tra i quali Anne Carson e Sigrid Undset, terza donna a vincere il Premio Nobel), ha deciso di riproporre in libreria l’intera opera di Deledda, a cominciare da Cenere. Tutto sotto la supervisione di Michela Murgia, che non necessita di presentazioni.

Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei.
Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così.

Grazia Deledda, discorso

Murgia, nella prefazione che firma per Cenere, in pochissime battute fornisce al lettore una nuova lente con cui leggere le opere di Grazia Deledda. A volte sembra che la letteratura italiana manchi di respiro internazionale, ma basterebbe prestare più attenzione a quello che abbiamo tra le mani per renderci conto che tanti autori e tante autrici italiani e italiane hanno in loro e nelle loro opere quella scintilla universale, nascosta nel racconto della provincia, della realtà minima. Se infatti rileggendo oggi Verga e i suoi Malavoglia possiamo vedere in nuce le stesse pulsioni e alcune scelte di stile che poi Virginia Woolf avrebbe fatto sue in Gita al faro, nelle opere di Grazia Deledda ritroviamo quel racconto grezzo, aspro e per questo aderente al reale e alle vere passioni che spingono gli uomini e le donne affine alla poetica di Emily Brontë.

Cenere, pubblicato nel 1903 (arrivato all’estero, in lingua inglese già nel 1910, sedici anni prima dell’assegnazione del Nobel), è un continuo interrogativo: siamo figli delle circostanze e dell’ambiente che ci circonda, oppure siamo noi a modellare il mondo in cui viviamo? Questo diventa il punto fisso di Anania, bambino prima e ragazzo poi, che vede la sua vita segnata dall’abbandono, da parte del padre e poi della madre. Nei momenti di crisi echeggia ancora una volta la fatidica domanda: perché siamo vivi? Cos’è la vita? Perché vivere?

Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.

Grazia Deledda, discorso

Anania sembra destinato a una vita di continue tensioni: la ricerca del padre prima, della madre poi, la volontà di riscattarsi e migliorare, il miraggio di Nuoro, poi di Cagliari e infine di Roma. Un orizzonte spostato sempre in avanti, sempre più lontano, ma con i piedi conficcati nella terra brulla, fondamenta di pietra, come i nuraghes. Nella Sardegna di Deledda, terra mitica tra l’arcaico e il mistico, terra dove è possibile credere ancora ai tesori sepolti, ai giganti e alle lotte tra bene e male, anche l’orizzonte però, e la possibilità di miglioramento, diventano fonte di paura, di emozioni dure, pungenti. Anania, attratto da ciò che non può vedere, dallo sconosciuto, si spaventa davanti al tramonto rosso fuoco che accende il cielo dietro le montagne, e corre via dopo averlo intravisto.

Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

Grazia Deledda, discorso

Per quanto possa sembrare un personaggio attivo e cosciente, Anania si muove sempre su binari che sono stati decisi per lui da altri. Certo, riesce a sfuggire alla Sardegna partendo per il Continente, per Roma. Ma anche lì sarà vittima del richiamo della sua terra. D’altronde la sua missione è ritrovare la madre, donna che rappresenta in sé il dolore di tutte le donne raccontate da Deledda, obbligate dalle norme sociali a soffrire per sempre. Non ci sono donne che non soffrono in Cenere, come se la sofferenza fosse la loro caratteristica distintiva. Anania, di rimbalzo, è destinato a non avere altro destino al di fuori di questa ossessione che lo definirà. Lui stesso arriverà a un certo punto alla presa di coscienza: non potrebbe esistere se non avesse questo compito da svolgere.

Il suo è un martirio autoinflitto, non per volontà masochistica, ma perché, come gli verrà detto da Margherita, ragazza con cui sembra avere la possibilità di un futuro roseo, si sente in dovere di riparare a situazioni che sfuggono alla sua volontà.

Cenere, forse più di Canne al vento, contiene i valori e le caratteristiche che hanno consentito a Deledda di vincere il Nobel. Quello che rimane non detto in queste righe si può carpire soltanto con la lettura delle altre opere della scrittrice, che grazie a Utopia diventerà più facile trovare nell’anno del 150imo anniversario dalla nascita di Grazia Deledda.

Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.

Motivazione per l’assegnazione del Premio Nobel alla letteratura, 1926, conferito a Grazia Deledda

-Marco

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