Hacca Edizioni | La casa capovolta di Elisabetta Pierini

Tra le case editrici indipendenti che più ci stanno a cuore c’è anche Hacca Edizioni, una piccola realtà marchigiana che pubblica romanzi, saggi, racconti. All’inizio del mese di maggio è uscito un esordio che risale al 2016, anno in cui vince in ex aequo – con La Splendente di Cesare Sinatti –  il Premio Italo Calvino, dedicato per l’appunto a chi fa il suo debutto letterario. Il romanzo di cui stiamo parlando è La casa capovolta di Elisabetta Pierini, che oltre a scrivere lavora come assistente tecnico all’Università di Urbino.

La storia è quella di un intero quartiere. Non siamo in un condominio, ma gli abitanti di via Madonna del latte sanno tutto di tutti. La privacy non esiste e c’è sempre qualcuno pronto a spiare dalla finestra il viavai di persone da un’abitazione all’altra. In questo microcosmo di villette a schiera tutte uguali spicca una casa in rovina, dietro la cui facciata screpolata si celano ancora i segni di uno sfarzo ormai perduto. Lì vive la piccola Eva, una bambina di dieci anni, con il padre Aldo e la madre Alma. Alma soffre di una malattia mentale che la sta consumando e minaccia di distruggere anche la sua famiglia. Eva può solo cercare di sfuggire alla sofferenza affidandosi all’immaginazione. Si estrania completamente dal mondo che la circonda e riempie il suo orizzonte di amici invisibili e bambole parlanti.

Era un quartiere fatto di cubicoli uguali, di case rosa o gialle con la stessa forma e metratura, lo stesso tetto spiovente e i terrazzi di cemento con le ringhiere uguali. Ci abitavano coppie abbastanza giovani. Vivere in quella zona periferica faceva sì che sentissero una qualche reciproca affinità per cui alcuni di loro finivano con il frequentarsi più o meno assiduamente. Erano tutte persone di un certo tipo: precise e serie, per lo più impiegati, che discutevano a lungo di ogni minimo problema. Quel quartiere fatto di case uguali dava allo stesso tempo un senso di alienazione e produceva una consolante idea di parità sociale.

Ma la famiglia di Eva non è l’unica famiglia disfunzionale: tutto il quartiere ha i suoi problemi. Si potrebbe perfino dire che La casa capovolta è un romanzo corale perché, anche se il punto di vista privilegiato è proprio quello di Eva, man mano che la storia prosegue la scrittrice sposta sempre più di frequente il baricentro dalla bambina agli altri abitanti della via. Ciascuno alle prese con i propri drammi personali.

A un primo sguardo, nei rapporti che uniscono le famiglie che vivono nel quartiere, è possibile scorgere vittime e carnefici, ruoli apparentemente ben definiti. In realtà è presto evidente che questo confine è molto labile e la linea che lo contraddistingue si fa sempre più confusa. La tentazione è quella di dire che tutti sono vittime, tutti sono carnefici. Ognuno è incapace di empatizzare sinceramente con l’altro, di comprenderlo davvero e di venirgli incontro. Così, gli abitanti del quartiere sono persi nella loro sofferenza personale, non sono in grado di vedere quella altrui. Sono intrappolati nelle loro case, nelle loro famiglie e hanno soltanto una cosa in comune: l’infelicità. C’è chi lo sa nascondere meglio, chi non ci riesce proprio. Il romanzo racconta di qualcosa cui spesso non facciamo caso: le relazioni che intrecciamo con chi ci sta intorno, che siano persone che ci stanno a cuore o conoscenti, sono di frequente vuote, fatte di segreti e bugie, tutto per mantenere una pace che dal principio non è mai esistita.

Oltre a esplorare il tema delle «famiglie felici» à la Tolstoj, Pierini studia anche il confine tra realtà e irrealtà. E questo lo fa proprio grazie alla immaginazione dirompente di Eva. Per la bambina, la capacità di sognare a occhi aperti, diventa uno strumento fondamentale per sopravvivere alla crudeltà del mondo esterno e agli sbalzi d’umore dovuti alla malattia mentale della madre. È una capacità che allena così tanto da diventare un sesto senso, un rifugio sicuro in cui nascondersi nel momento del bisogno.

Laura era una bambina grande rispetto a Eva, eppure il mondo infantile dell’amica continuava ad attirarla con le sue avventure e storpiature: le galline pensavano, i muri si contorcevano, gli alberi afferravano la gente con i loro lunghi rami pieni di mobili dita, le bambole parlavano e le ombre prendevano corpo. Un universo incerto, pieno di mistero, forse di calore, un calore che in certi giorni scaldava e in altri si faceva artificiale e rarefatto come se qualcosa non funzionasse alla perfezione. Un universo fluttuante in cui ogni cosa poteva essere vista sotto una certa luce solo per un attimo, una luce incerta e tremolante come quella di una candela.

Elisabetta Pierini riesce a costruire dei personaggi ben definiti che, senza volerlo, giocano un po’ su quel confine in cui si sforza di stare Eva. Si perdono spesso nei loro pensieri, sognano situazioni che sanno non si avvereranno mai e cercano una via d’uscita che non hanno la forza o l’intenzione di imboccare. Nel complesso viene fuori una storia molto dolce e malinconica, che fa tenerezza per la goffaggine con cui gli abitanti del quartiere si lasciano trascinare dagli eventi.

La casa capovolta è una storia dolceamara sulla natura umana e sulla nostra inerzia di fronte a quegli ostacoli che ci paiono insormontabili. Un bel romanzo che, pur con i suoi momenti di velata tristezza, sa riscaldare il cuore per come racconta la forza e allo stesso tempo la fragilità di una bambina che vorrebbe avere una famiglia come le altre.

-Davide

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