UTET | Matthew Sturgis & la biografia definitiva di Oscar Wilde

Parliamoci chiaro: non c’è nulla di definitivo nella vita, se non la morte e le tasse. Quindi, di fronte a certe affermazioni del tipo «questo è il libro/film/documentario definitivo», un po’ storciamo il naso. Non in questo caso. Perché grazie al ritrovamento di certi documenti, forse nascosti nel retro dell’ufficio di qualche avvocato o notaio, oppure chiusi in un baule in soffitta, Matthew Sturgis ha deciso di accettare la sfida di redigere quella che a oggi possiamo definire la biografia più completa e accurata su Oscar Wilde, l’esteta irlandese che ancora oggi influenza il mondo in cui viviamo. Bisogna ringraziare Utet per aver portato in Italia questo volume e i due traduttori, Luca Fusari e Sara Prencipe, che si sono cimentati nell’arduo compito di portare in italiano le 1036 pagine di libro, note comprese.

Sturgis mette subito in chiaro che di libri sulla vita di Oscar Wilde abbiamo ancora bisogno. In particolare, riconosce il lavoro fatto in precedenza da altri, come Richard Ellmann. L’autore nella sua prefazione dice:

Con questo libro mi sono prefissato di restituire Wilde alla sua epoca e ai fatti. Di guardarlo con l’occhio dello storico, di tenere conto del caso e delle contingenze, di tracciare la sua esperienza di vita come fu lui stesso a viverla.

Prefazione e ringraziamenti, Oscar, Matthew Sturgis

Lo si nota subito una volta entrati nel vivo della biografia. Sturgis non lascia nulla al caso. Parte da poco prima della nascita di Oscar Wilde e ci accompagna fino ai suoi ultimi giorni e anche un po’ oltre.

Dagli anni irlandesi a quelli giovanili – l’esperienza alla Portora, scuola che potremmo equiparare a Eton – dall’università in Irlanda a Oxford, Sturgis racconta con occhio critico (ma non quello del critico letterario) la storia di Oscar Wilde e della sua famiglia, a partire dai genitori, Sir William Wilde e Jane Francesca Elgee detta «Speranza» [in italiano ndr], e dal fratello Willie e la sorellina Isola, morta prematuramente a soli nove anni.

Per molto tempo si è saputo poco del rapporto tra l’esteta e la sorella, fino a quando nel 2014, Mark Samuels Lasner, della Free Library of Philadelphia, ha ritrovato dei taccuini attribuibili a Wilde. Tra le 142 pagine, databili intorno al 1874-1881, ci sono anche ricordi della piccola Isola, compresa la bozza di una stanza per quella che sarà la poesia Requiescat, a lei dedicata.

Had we not loved so well
Not loved at all
None would have tolled the bell
None borne the pall

&

O bitter fate
When some long strangled memory of sin
Strikes with its poisoned knife into a heart
While she has slept at peace.

Versi non pubblicati di Requiescat di Oscar Wilde. Appunti ritrovati nel 2015

Già dai primi capitoli di questa biografia è chiaro che descrivere Oscar Wilde come e soltanto esteta è un po’ riduttivo, anche se così si è definito per buona parte della sua vita. Matthew Sturgis non indugia, come tanti altri, nelle pieghe del pettegolezzo o, peggio ancora, nel tentativo di sovrapporre vita e opere. Potremmo descrivere WIlde con le parole di Walt Whitman, che incontrò durante il tour negli Stati Uniti. Wilde, semplicemente, «contiene moltitudini».

Sono tanti i modi di raccontare Oscar Wilde: da ragazzino, a scuola, non voleva entrare in competizione con suo fratello, meno brillante di lui ma con più successo «sociale»; il Wilde dei salotti e dei circoli artistici che si è fatto strada grazie alla sua grande erudizione, al saper «parlare bene» e alla capacità di ammaliare con racconti, aneddoti, epigrammi e battute sagaci; il Wilde elegante, col cappotto di pelliccia e i pantaloni fino al ginocchio che tanto fecero parlare di lui; Oscar innamorato di Constance, ancora una volta l’argomento delle chiacchiere della Londra che conta.

Risulta evidente come il lavoro di Sturgis abbia richiesto molta ricerca e pazienza, il tatto di cedere il palcoscenico a Wilde, che si racconta attraverso le proprie parole, le azioni, i pensieri.

Dalle conferenze di Wilde negli Stati Uniti, sembra che l’autore de Il ritratto di Dorian Gray fosse soltanto un poseur, una finzione. Ma forse quella era l’impressione che di se stesso voleva dare. Diceva sempre che l’arte non ha morale, che l’arte deve esistere per l’arte, senza significati, senza valore pedagogico, e così ha condotto anche la sua vita.

Sturgis evita ogni sorta di leziosità, stile e manierismo, e lo fa senza cadere nella tentazione di stilare un lunghissimo elenco di date, nomi, luoghi ed eventi. Con grande naturalezza riesce a dare vita al mondo della letteratura, ai personaggi che lo gravitano e lo creano: un mondo più piccolo di quello che pensiamo, più vivo, più umano. Wilde cerca di entrare in contatto con i suoi idoli preraffaeliti, con nomi che oggi fanno parte del Canone con la C maiuscola: dalle passeggiate a Parigi con André Gide agli incontri con Marcel Proust, dalle scorribande a Napoli ai fiori donati a Eleonora Duse o a Sarah Bernhardt, dalle frecciatine a Henry James alle lettere a W.B. Yeats.

In una spirale che si avvita sempre più su se stessa, la sua vita giunge al culmine. Dal primo incontro con Lord Alfred Douglas, che a Oscar Wilde dedica Two Loves, al processo che decreta la fine sociale dell’autore di Salomé, grazie ai documenti ritrovati e al lavoro di Sturgis riusciamo a ricostruire il processo a Wilde e a quel tipo di «amore che non osa dire il proprio nome». Alla richiesta del pubblico ministero, Charles Gill, di spiegare questa espressione, presente negli ultimi versi della poesia Two Loves, Wilde risponde:

«L’amore che non osa dire il proprio nome» è in questo secolo il grande affetto di un uomo più maturo per uno più giovane, come quello che ci fu tra Davide e Gionata, come quello su cui Platone fondò la sua filosofia, e come quello che possiamo trovare nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare. È quel profondo affetto spirituale che è puro non meno che perfetto. Ispira e pervade grandi opere d’arte come quelle di Shakespeare e Michelangelo, e quelle mie due lettere, per quanto possano valere. In questo secolo è frainteso, al punto che si può definirlo «l’amore che non osa dire il proprio nome», ed è per questo che mi trovo dove sono ora. È bello, è delicato, è la forma d’affetto più nobile. Non ha nulla di innaturale. È intellettuale e nasce spesso tra un uomo maturo e uno più giovane, quando il primo all’intelletto e l’altro ha davanti a sé tutta la gioia, la speranza e il fascino della vita. E questo il mondo non lo capisce. Il mondo lo deride e a volte mette per questo qualcuno alla gogna.

Oscar Wilde in risposta a Charles Gill

L‘esteta per antonomasia non è mai più lo stesso dopo il processo, il suo astro si indebolisce ma non si spegne. Il mondo non si stancherà mai di Oscar Wilde, della sua arguzia, del suo gusto, della sua ricercatezza. Per fortuna.

-Marco

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