#ReadChristie2022 | La domatrice: Agatha Christie, il viaggio e Poirot

Cominciamo un nuovo anno all’insegna del giallo con questa prima tappa della #ReadChristie2022, challenge di lettura che l’Agatha Christie LTD ha creato nel 2019 e che continua ad accompagnarci negli anni attraverso i racconti e le storie firmate dalla regina del delitto. Anche questa volta, siamo in compagnia di Chiara e Laura di Sister’s Books e Sara di Istantanea di un libro; insieme a loro e ai partecipanti del gruppo telegram abbiamo letto La domatrice, titolo che rientrava nella consegna: una storia ispirata dai viaggi di Agatha Christie.

Appointment with Death viene pubblicato per la prima volta in volume nel 1938, dopo una serializzazione sul Collier’s Weekly per il mercato americano. In Italia arriva nel 1939, nella traduzione di Enrico Piceni. Oggi, La domatrice, è disponibile nella traduzione di Maria Grazia Griffini.

Chi è la donna che compare nel titolo italiano? Si tratta di Mrs. Boynton, matrona americana che, alla morte del marito, si trova tra le mani le redini non solo del cospicuo patrimonio del defunto, ma soprattutto delle vite dei figli (e figliocci). La famiglia Boynton infatti è una delle tante famiglie «allargate», diverse — queer — che compaiono di frequente nelle opere di Christie.

Chi sono questi burattini manovrati dalla signora Boynton? Ginevra Boynton, Ginny, sua figlia naturale, la più piccola e i figliocci: Lennox con la moglie Nadine, Raymond e Carol. La libertà, per questi poveretti, è una pia illusione. Sono cresciuti sotto l’egida della madre, che incarna in un certo senso la figura della carceraria, idea che ritorna anche nel romanzo.

L‘incipit del libro, forse uno dei più evocativi e magnetici, entra in contropiede nella storia:

«Tu lo capisci, vero, che dobbiamo ucciderla?» La domanda fluttuò nell’aria tranquilla della notte, parve restarvi un momento sospesa, poi sprofondò via, laggiù, verso il Mar Morto.

La domatrice, Agatha Christie. Traduzione di Maria Grazia Griffini

Questa frase, udita per caso da Hercule Poirot, in vacanza a Gerusalemme, viene pronunciata da Raymond Boynton. Christie però non racconta la storia affidandosi al punto di vista del baffuto investigatore, sposta il focus su Sarah King, giovane laureata, che si trova a soggiornare nello stesso hotel degli americani, insieme allo strano (e alquanto misogino) dottor Gerard. Grazie alla curiosità dei due (e alla loro apparente incapacità di non ficcare il naso negli affari degli altri) scopriamo i retroscena di questa famiglia male in arnese.

Agatha Christie dedica più di metà del romanzo alla narrazione psicologica dei suoi personaggi che, ricalcando sempre gli stereotipi dei «personaggi segnaposto», svelano, volenti o nolenti, qualcosa dell’animo umano e delle attitudini di ogni singola persona. Ritroviamo quindi il maschio nevrotico «rovinato» dal pugno duro della madre, la donna che cerca di salvarlo, la sorella smarrita e la ragazzina con manie di persecuzione, convinta di essere in realtà al centro di uno strano complotto che la vedrebbe sotto attacco su più fronti.

Se da un lato la prima parte del romanzo potrebbe risultare noiosa, dall’altro è indispensabile per gettare le fondamente della storia. Per uno scherzo del destino, tutti i residenti dell’hotel si trovano in un accampamento a Petra, la città rossa, nel mezzo del deserto. Qui Agatha Christie ci regala una descrizione del sito archeologico che, grazie anche all’esperienza diretta, riecheggia il mistero delle terre che furono la culla della civiltà, con un pizzico di timore reverenziale:

Sarah era molto stanca dopo il lungo viaggio nell’automobile chiusa, dove il caldo era torrido. Si sentiva frastornata, cavalcava come in sogno. In seguito ricordò di aver avuto l’impressione che, ai suoi piedi, si aprissero le profonde voragini dell’inferno. Il sentiero scendeva tortuoso, giù, giù, nelle viscere della terra. Intorno a loro cominciavano a profilarsi oscure sagome rocciose e la discesa continuava, giù, sempre più giù, in fondo a un labirinto di rupi rosse. Ora torreggiavano su di lei da ogni parte. Sarah provò la sensazione di soffocare… si sentì minacciata da quella specie di gola nella quale scendeva e che si restringeva sempre di più. Pensò, confusa: “Giù nella valle della morte… giù nella valle della morte…”.
Intanto continuavano a procedere. Si fece notte e scomparve anche il rosso vivido di quei dirupi, ma il viaggio continuava lungo quella strada tutta curve, nelle viscere della terra.
“È fantastico, incredibile… una città morta” pensò immediatamente Sarah. E poi, come un ritornello, le tornarono di nuovo alla mente le parole: “La valle della morte”.
Ecco accendersi delle lanterne. I cavalli continuavano a scendere a zig-zag per gli stretti sentieri. Improvvisamente sbucarono su un ampio spiazzo e allora sembrò che quelle guglie rocciose indietreggiassero. Lontano, davanti a loro, apparvero alcune luci.
«Quello è il campo» disse la guida.
I cavalli affrettarono il passo non molto perché erano troppo affamati e stanchi. Adesso la strada correva lungo il letto sassoso di un corso d’acqua. Le luci diventavano sempre più vicine.
Cominciarono a intravedere un gruppo di tende, e un’altra più in alto, lungo una parete rocciosa. C’erano anche alcune grotte scavate nella roccia.
Stavano per arrivare. Una frotta di domestici beduini accorse.
Sarah si mise a fissare l’ingresso di una delle grotte. Vi si intravedeva una figura seduta. Che cos’era? Un idolo? Una gigantesca statua acquattata?
No, erano solo le luci fievoli e guizzanti che la facevano apparire così enorme, incombente su tutto. Eppure doveva essere senz’altro una specie di idolo, immobile lassù, a dominare quel luogo…
Poi, all’improvviso, provò un tuffo al cuore perché l’aveva riconosciuta. Svanita la sensazione di pace, di essere sfuggita a tutto e a tutti, che il deserto le aveva dato. Eccola, dalla libertà ricondotta alla prigionia. Era stata guidata in quella cupa vallata e ora, là davanti a lei, come un mostruoso Buddha femminile, sedeva la signora Boynton…

La domatrice, Agatha Christie. Traduzione di Maria Grazia Griffini

Ed è proprio in quella che Sarah definisce valle della morte che la signora Boynton incontrerà il suo fato, preannunciato già all’inizio dell’opera, un po’ come è accaduto a Macbeth con la profezia delle tre streghe. Non staremo qui a discutere di come ancora una volta Poirot darà il meglio di sé, ma ci sono alcuni temi importanti che vale la pena citare.

Potremmo fare un paragone tra la famiglia Boynton e la situazione del Regno Unito dell’epoca, che iniziava a veder vacillare il suo potere e sentiva l’imminenza di una nuova guerra. La signora Boynton incarnerebbe, in questo caso, la monarchia stessa, che vede scivolare tra le mani i suoi figli (il suo futuro). E poi si parla anche di famiglia: non è la prima volta che Christie gioca con le famiglie matriarcali (come ne Le due verità). Ne La domatrice, la figura femminile che detiene il potere assume atteggiamenti sadici e opprimenti. Soltanto il suo sacrificio può portare alla libertà. Un altro esempio lo troviamo in Poirot a Styles Court.

Tema altrettanto importante è quello del colonialismo e dell’orientalismo: il racconto delle popolazioni indigene del Medio Oriente è negativo e caricaturale: più volte, i personaggi sostengono che gli «arabi» (come se il termine fosse un ombrello sotto il quale raccogliere le numerose nazionalità che vivono in quell’ampia regione) non sappiano parlare l’inglese – nella versione originale parlano con i verbi all’infinito –, e che siano degli scansafatiche. Insomma, lo straniero esiste soltanto attraverso le lenti del colonizzatore, non ha identità propria; in poche parole, è uno stereotipo.

La domatrice non sarà tra i capolavori di Agatha Christie, ma il ritratto psicologico dei personaggi e le descrizioni di Petra valgono la pena di leggere questo libro almeno una volta nella vita.

Con Chiara, Laura, Sara e tutti i partecipanti del gruppo Telegram della #ReadChristie2022 discuteremo della domatrice su Google Meet domenica 24 gennaio alle ore 18!

-Davide & Marco

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