Eris Edizioni | Ragni di Marte di Guillem López

Squadra che vince non si cambia, potremmo quasi dire parlando del nuovo romanzo di Guillem López, arrivato in Italia ancora una volta grazie all’intervento di Eris Edizioni, che lo pubblica nella sua collana dedicata alla narrativa, Atropo, nella traduzione di Francesca Bianchi e con le illustrazioni di Sonny Partipilo.

I libri che escono per i tipi di Eris non sono mai libri semplici, o forse sarebbe meglio dire facili; questo assunto però non deve scoraggiare chi si vuole avvicinare alla lettura, specialmente quando si tratta di romanzi mondo (espressione inflazionata che è però necessaria) che nascono dalla penna di Guillem López. Se con il suo Challenger siamo tornati indietro nel tempo (andando avanti, poi indietro, poi avanti, poi indietro) a quel fatidico 28 gennaio 1986 e con Ventuno siamo finiti dentro al Pozzo, con Ragni di Marte ci troviamo in una València di un futuro non troppo lontano, ma forse un po’ incerto.

I protagonisti di questo romanzo sono Halle, giovane donna olandese trapiantata in Spagna e compagna di Arnau, architetto di una certa fama. I due hanno un figlio, Joan. E qui finiscono le certezze. Leggendo le prime pagine di Ragni di Marte, entriamo in un territorio in cui la realtà non solo diventa relativa, ma si piega per rivelare sé stessa, una semplice percezione non misurabile.

Scopriamo che Joan muore a sette anni a causa di un tumore. Scopriamo che Halle e Arnau si sono conosciuti durante una festa di matrimonio, che Halle sembra soffrire di una forma di depressione (scaturita dalla morte del figlio? una depressione post-partum che si è allungata? o c’entra qualcosa sua madre?). E poi c’è il buco.

Il buco, l’oscurità, l’assenza di luce, di tempo, di spazio, di linearità, di verità, di realtà. Tutto questo non è nel buco, ma intorno, come succede intorno ai buchi neri, capaci di piegare la gravità.

Guillem López ricostruisce una possibile realtà. Sembra quasi di trovarsi dentro a un Challenger alternativo. Se là le vite che ruotano intorno al 28 gennaio 1986 sono scandite da indicazioni temporali e spaziali, Ragni di Marte intraprende una strada diversa. Il lettore, dopo un leggero spaesamento simile a un déjà-vu, troverà da solo il percorso (o uno dei tanti percorsi) che lo scrittore ha tracciato nella sua storia.

Questo succede con estrema naturalezza. Ragni di Marte è una storia di trauma, di come viviamo di finzioni e illusioni, sul tempo e sulle ferite che devono rimarginare, presto infrante. Tempo e memoria non sono quelli a cui siamo abituati, il passato e il futuro sono incerti.

Cos’è quindi il buco, la voragine, l’oscurità? Cosa sono quelle figure dallo sguardo assente, come assente è la loro faccia, se non i morti che non sanno di essere morti, che camminano e vivono intorno (e dentro) a noi?

E i ragni di Marte? Sono veri, sono esseri di un’altra dimensione che si nutrono di ricordi e della materia grigia delle persone, oppure sono la manifestazione di un trauma, un trauma che ci portiamo dietro e che può essere considerato una tara atavica? Esistono? O sono come i riccioli della polvere che Vera Donovan, l’arcigna datrice di lavoro di Dolores Claiborne nata dalla penna di Stephen King, dice di vedere agli angoli della stanza da letto?

Con uno stile che scorre, Guillem López mette in discussione il vecchio adagio se non vedo non credo, ci svela la difficoltà insita nel comprendere gli altri e ci fa capire qualcosa in più su noi stessi. Una lettura che consigliamo, come consigliamo anche i due romanzi precedentemente pubblicati da Eris. López è uno di quegli autori che con la sua voce riesce meglio di tanti altri a raccontare le cose come non stanno.

-Marco

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