Folle affanno di Pedro Lemebel

A Santiago, negli anni Cinquanta, nasceva una delle voci più potenti della letteratura cilena, Pedro Lemebel. Lo scrittore ha sempre dato voce al margine e a chi la società puntualmente trascurava o, peggio, uccideva con gesti di discriminazione individuale e sistemica. Ha fondato, insieme a Francisco Casas, il collettivo artistico Las Yeguas del Apocalipsis, e nella sua vita ha scritto molto, articoli di giornale, racconti, romanzi. Dopo aver pubblicato la raccolta di racconti Di perle e cicatrici, Edicola Ediciones ha portato in Italia una nuova imprescindibile raccolta, Folle affanno, tradotta da Silvia Falorni.

Il volume custodisce trentaquattro storie che mescolano forme diverse di narrazione, come l’articolo di giornale, la poesia e la cronaca urbana. Sono le storie delle locas – come Lemebel le definisce –, una nutrita comunità di omosessuali, transessuali, travesti. Le persone che tipicamente vivono ai margini, perché la società non è capace di accettare qualsiasi individualità che sia percepita come diversa dalla norma. Queste persone si muovono in un Cile devastato dalla dittatura militare prima, quella di Pinochet, tutta votata al machismo, e dall’epidemia di HIV dopo. Tragicamente importata dagli Stati Uniti.

Lemebel ritrae le locas e le loro vite con una lingua ricca, che è contraddistinta da parole fortemente connotate e da una prosa a tratti raffinata. In entrambi i casi lo scrittore arriva spesso a restituire immagini altamente liriche e poetiche, sia quando parla dei protagonisti musicali che hanno dato forma alla cultura cilena, sia quando parla di oggetti che apparentemente potrebbero sembrare prosaici, come i profilattici.

Nelle sue storie emergono il Cile degli anni Ottanta e degli anni Novanta, episodi di discriminazione e di intenso dolore, le vite di chi trascorreva le proprie notti per le vie di Santiago e delle altre città del paese, l’incrocio di mondi contrapposti, come possono esserlo quello di un corteo funebre di locas e di un gruppo di manifestanti che festeggiano l’arrivo della democrazia in Cile. Lemebel racconta tutto questo, e lo fa senza rinunciare al tragicomico. Sono storie struggenti ma capita che ci lascino un sorriso, per quanto amaro.

La scrittura di Lemebel, così come la sua vita, è anche un esempio di militanza. Le locas lottano contro un mondo ostile e lo fanno nell’unico modo che conoscono, mettendo in prima fila i loro corpi, che agli occhi della morale imperante risultano così alieni. Lemebel si fa gioco della dittatura di Pinochet e del suo machismo, ma anche delle contraddizioni della democrazia, delle discriminazioni interne alla comunità queer, del capitalismo, primo esportatore di disuguaglianze. Nessuno viene risparmiato. Non viene risparmiata la destra. Non viene risparmiata la sinistra. Tutti hanno abbandonato il margine.

L’essenza gay si unisce al potere, non lo confronta, non lo trasgredisce. Propone la categoria omosessuale come regressione a genere. Essere gay conia la propria emancipazione all’ombra del capitalismo vittorioso. L’omosessuale riesce appena a respirare nella forca della sua cravatta ma fa sì con la testa e accomoda il suo didietro appassito negli spazi maliziosi che gli concede il sistema. Un anello ipocrita che cessa di appartenere alla propria classe per configurare un’altra orbita intorno al potere.
[…]
Forse, nel nostro continente, l’unica cosa che un corpo politicamente vergine può pretendere di scrivere è un balbettare di segni e cicatrici comuni. Forse la scarpetta di cristallo perduta sta fermentando nella vastità di questo campo in rovina, fatto di stelle e martelli semi conficcati nella pellaccia latinoamericana. Forse, il desiderio politico zigzaga radente su questi campi liberi. Forse è questo il momento in cui questa parte dimenticata dalla modernità diventa il difetto o il buco lasciato dai grandi discorsi per intravedere, attraverso il tessuto rotto, una forza sudamericana nella condizione omosessuale ritornata al vassallaggio

Sentimenti, malattia, quotidianità, tutto si fa politica. Lemebel difende la propria identità e quella di tutte le locas, il loro – il nostro – diritto a esistere e a esistere al di fuori di una norma costruita a tavolino, e questa qualità della sua scrittura si fa evidente nel Manifesto – un intervento tenuto durante un atto politico della sinistra nel 1986, a Santiago del Cile –, dove lo scrittore urla la sua volontà di resistere a ogni forma di sopruso e prevaricazione.

-Davide

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