Tuff e la sua banda di Paul Beatty: la recensione

Paul Beatty, dopo la vittoria del Man Booker Prize 2016 con Lo schiavista (The Sellout), torna in libreria con Tuff e la sua banda, stavolta per i tipi di Fazi Editore (il romanzo era stato pubblicato nel 2000 per Libri Mondadori) sempre nella traduzione di Stefania Bertola.

Con Lo schiavista Paul Beatty ci aveva fatto ridere, ma sempre a denti stretti, raccontando la storia di un afroamericano che decide di restaurare la segregazione, mentre  in Tuff e la sua banda esplora le vite dei giovani afroamericani, neri, portoricani e non all’interno di un ghetto, lo Spanish Harlem, dove l’unico modo di sopravvivere sono lo spaccio e la criminalità.

 

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Harlem di Lisk Feng, scelto come artwork per la copertina di Tuff.

 

Chi è Tuff? Chi è la sua banda?

Winston Foshay — conosciuto da tutti come Tuff — è un ragazzo nero di 120 e passa chili che ricalca tutti gli stereotipi possibili del ventenne nero allo sbando nella periferia di New York. Già padre, ex carcerato, va avanti alla giornata, spacciando droga e mangiando senza ritegno. Il suo destino sembra segnato, delimitato e costretto dalle strade di Harlem che sono palcoscenico e gabbia delle sue avventure. Al suo fianco c’è Yolanda, la sua ragazza, con la quale ha avuto un bambino, Bryce Extraordinaire Foshay detto Jordy. E poi c’è la banda: Fariq, storpio, fanatico religioso e antisemita, Moneybags, Armello, con un futuro da atleta già bruciato, come l’anticipo che gli era stato dato per portare avanti la sua carriera, Charles “Whitey” O’Koren e Nadine.

Quello che li lega è la diversità, chi solo per il colore della pelle, chi per il passato da immigrato clandestino, chi perché senza soldi e senza opportunità. E proprio su questo Paul Beatty mette l’accento.

Se con Lo schiavista il rovesciamento delle regole e una nuova segregazione servivano per raccontare con ironia e veridicità le lacune del sistema democratico americano e l’odio che spinge le persone ad agire contro il diverso, con Tuff racconta come non possa esserci in realtà opportunità di rivalsa per i personaggi allo sbando. E sono allo sbando proprio a causa del sistema, che da una parte promette la falsa “occasione d’oro”, mentre dall’altra fa mantiene lo status quo, assicurandosi che chi è povero/disadattato rimanga tale.

 

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Paul Beatty, l’autore.

 

Qui entra in gioco il sistema, il sistema da fregare e che fagocita chi ci prova. Perché nelle dinamiche di questo gruppo sgarrupato si inseriscono Inez, una donna che è stata al fianco di Malcom X fino al momento della sua morte, e il rabbino Spencer, che si è convertito all’ebraismo per sposare la sua ragazza. Sono infatti loro due, insieme a Yolanda, a spingere Winston “Tuff” Foshay a candidarsi per il consiglio comunale, idea che era venuta allo stesso Tuff grazie a un volantino che, con i soliti slogan triti e ritriti, prometteva giustizia, equità sociale e opportunità in cambio di un voto per Wielfredo Cienfuegos, al motto di Para la violencia, ferma la violenza.

Paul Beatty, raccontando la gioventù nera di Harlem tra fine anni ’90 e primi 2000, mette in dubbio il concetto stesso di cambiamento, e lo fa con un linguaggio crudo e spietatamente ironico. Anche quando Tuff si imbarca nell’impresa politica, si trova davanti a ostacoli che non sono soltanto legati ai pregiudizi per il colore della sua pelle o per il suo background, ma anche a piccole e grandi tentazioni che lo riportano indietro, lo tengono ancorato al suo stato di derelitto.

La prosa di Beatty è divertente, più acerba di quella de Lo schiavista, ma altrettanto puntuale nello smascherare ipocrisie e nel mettere in luce le crepe del sistema. Insomma, Paul Beatty non delude mai.

-Marco

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