#RadicalBookFair | Intervista a Andrea Pennywise: Andrea Sirna, Pirata di professione

Andrea Pennywise: Booktuber, Blogger e pirata. Racconta le sue letture mentre gira lo stivale tra festival letterari e missioni editoriali. Ha una bookcaverna torinese dove sono nascosti i suoi volumi e porta avanti, da anni, l’antica disciplina del pirataggio. Nell’armadio niente scheletri, solo altri libri.

Così si descrive Andrea Sirna, tra i primi pionieri in Italia a capire l’importanza del comunicare libri online. Non potevamo quindi lasciarcelo sfuggire! In questa intervista ci racconta come nasce la figura di Andrea Pennywise, come è cambiata nel tempo e cosa significa parlare di libri online oggi. Lo ringraziamo ancora tantissimo per la sua disponibilità e vi lasciamo alle sue parole.


Andrea Sirna, conosciuto ai più come Andrea Pennywise. Nasci come Youtuber nel lontano, ma non troppo, 2012, apri il tuo blog nel 2014 e poi a seguire vengono le altre piattaforme, giusto? La domanda di rito è, come mai hai deciso di iniziare a parlare di libro online quando in Italia non lo faceva ancora nessuno?

Sì, esatto. Nel 2012 Youtube, giusto il tempo di trovare una stabilità e decisi di affiancare alla parte video Un Antidoto Contro La Solitudine, un blog più tradizionale. Poi ho seguito lo sviluppo dei nuovi media e ho cercato di adattare ogni tipologia di social (a mio avviso più efficace) al mio modo di comunicare e raccontare le mie letture. Decisi di aprire un canale nel quale parlare di libri di fronte una videocamera appena maggiorenne, stavo cominciando a diventare un lettore più costante ed ero molto curioso.

C’era forse l’esigenza di confrontarmi con un ipotetico pubblico e, non avendo amici o familiari lettori, decisi di mettermi in gioco. Quel pubblico, il confronto con esso, mi ha poi aiutato a diventare il lettore che sono.  Quando ho cominciato c’era una piccola community, ci si conosceva tutti e ci si guardava a vicenda con molto coinvolgimento, sempre con quella voglia di scoprire titoli e autori nuovi. Oggi c’è una community più grande, forse più slegata, ma comunque piena di ragazzi e ragazze (sempre in maggioranza) pront* a raccontare alla loro maniera questa esperienza della lettura.

Si inizia con ingenuità, nei miei primi video vedo un lettore poco consapevole, ma pieno di entusiasmo. Con gli anni ho poi migliorato la parte prettamente tecnica (curando ad esempio il video-editing) ma anche quella contenutistica: ho imparato che non esiste un assoluto, ma bisogna dividere con nettezza l’opinione soggettiva da quella oggettiva. Solo così, abbracciando un approccio il più aperto possibile, si può crescere e possono essere scoperte le voci migliori.

Bisogna lasciare lontano l’IO e i pregiudizi, sentire sempre il consiglio argomentato di chi ti dedica del tempo guardando un video che può durare anche cinquanta minuti.

Il Pennywise del tuo username viene da Stephen King ovviamente, ma sappiamo non essere il solo autore che prediligi. Puoi dirci qualcosa di più?

Il nome arriva dalle mie origini letterarie: nasco infatti come lettore di genere e Stephen King è sicuramente uno degli autori che più mi hanno formato durante l’infanzia. Negli anni ho poi approfondito letterature molto diverse e lontane tra loro, ma ho visto il “genere” essere sempre relegato a una dimensione minore, quasi di serie B. Diciamo che la mia è più una rivendicazione atavica, un debito sotterraneo verso una forma considerata bassa.

Mi piace pensare che nel mio nome ci sia It, quel pagliaccio ballerino capace di rappresentare sia una parte importante della letteratura dell’orrore e, al tempo stesso, uno dei romanzi più importanti della letteratura americana del Novecento. Credo in un’idea di letteratura omogenea che amalgama l’alto e il basso, qualsiasi voce essa sia.

Motivo per il quale non riesco mai a rispondere quando mi si chiede quali siano gli autori che preferisco. Con un piccolo sforzo posso individuare quelli eccentrici, quelli che dietro un pagliaccio riescono a nascondere un cuore che pulsa.

Comunicare libri non è facile, o meglio, non è facile se lo si vuole far bene. Come pensi sia cambiato il tuo modo di parlare e comunicare libri dagli inizi ad oggi?

L’approccio è sempre lo stesso. Tendo sempre a raccontare l’Andrea lettore, tutto quello che succede dietro il telefono, il pc o la videocamera mentre affronto il libro del momento. Nel tempo può essere cambiato il come fare una story, la larghezza dei caratteri di un tweet o la necessità di sottotitolare un video per renderlo più accessibile in questo tempo sempre più frenetico. Tutte piccolezze rispetto al cambiamento più importante: la responsabilità.

Il pubblico aumenta, i tuoi consigli vengono accolti sempre più da una community e ogni contenuto creato deve essere pensato nel modo più trasparente possibile, sia per fortificare la tua credibilità, la fiducia tra te e il pubblico, che per evitare qualsiasi tipo di incomprensione dannosa passando messaggi sbagliati.

Un buon bookblogger è quello che lascia lontano l’artificialità, in favore della coerenza e della voglia di migliorare il racconto delle sue esperienze di lettura rendendo sempre più aperto, sempre più accessibile a tutti. Nel mio piccolo ci provo, spero con buoni risultati.

Andrea Pennywise (1)

Conosciuto come il Pirata, hai creato una folla di adepti devoti alla sacra arte del Pirataggio. Spiegaci come si diventa pirati.

L’arte del pirataggio è affare antico. Il buon pirata è un lettore attento, capace di muoversi tra le più disparate proposte editoriali (non solo odierne). Si tratta di un lettore che conosce l’onore: è pronto a sposare una libreria indipendente, una realtà editoriale piccola ma di qualità, senza trascurare l’assalto al mondo del libro usato, delle rarità.

Il pirataggio può essere affinato negli anni, diventando ad esempio sempre più curiosi, distinguendo le collane di un editore, conoscendo la storia editoriale di alcuni autori, imparando anche a ottimizzare il proprio budget seguendo scelte ben precise, coerenti, e scegliendo le realtà da supportare.

Negli anni si è creata una grandissima ciurma, ognuno diventa capitano di se stesso. Tutti siamo però capaci di riconoscerci tra le bancarelle, alle fiere o durante un evento letterario. Siamo quelli con la benda sull’occhio pronti ad unirsi per una chiacchiera letteraria e un bicchiere di rum.

Alberto Laiseca, uno degli autori ispanoamericani che più amo, in un suo libro dice che  a rubare e a uccidere non si fa peccato: distruggere la birra invece, anche quella del nemico, è delitto imperdonabile. Questa è solo una grande nostra metafora, una sorta di manifesto di libri e condivisione da poter seguire per diventare un pirata navigato.

In realtà, però, il tuo rapporto con i libri non si ferma al semplice essere lettore, perché stai lavorando proprio nel mondo dell’editoria. Puoi raccontarci la tua esperienza?

Ho cominciato per passione raccontando le mie letture e, a un certo punto, ho semplicemente preso la decisione che nella vita dovevo provare a rendere quella passione un lavoro. Dopo tanti anni di gavetta alle spalle tra eventi letterari, progetti e recensioni, mi sono poi reso conto di dover sistematizzare tutte le nozioni editoriali che avevo imparato in modo amatoriale, direttamente sul campo.

Ho deciso così di formarmi, in anni in cui ho fatto i lavori più disparati, sistematizzando e ampliando le mie competenze. Ho seguito diversi corsi editoriali in giro per l’Italia, ho cominciato a lavorare con una piccola casa editrice di Milano e ho investito in tante ore di lavoro NON-editoriale (affiancate alle prime di lavoro editoriale) per frequentare un master di diversi mesi in una città diversa dalla mia Torino.

Ad oggi lavoro per due diverse case editrici ricoprendo ruoli diversi, senza quindi creare conflitti, e continuo a imparare nella migliore delle maniere: sbagliando e ricordandomi che onore sia quello di curare e raccontare le parole, la diversità delle parole degli altri.

Se agli inizi il solo pensiero di una casa editrice pronta a collaborare con un profilo sembrava un miraggio (o una magagna), adesso è la norma, un fatto assodato. Pensi che questo rapporto influisca sul mercato editoriale e su come si comunica il mondo del libro?

Internet e il mondo della comunicazione, negli ultimi quindici anni, sono diventati sempre più importanti per l’editoria, sfruttarne tutte le potenzialità con successo significa raggiungere più lettori, vendere più libri e divulgare con più efficacia il proprio messaggio e la propria identità.

Nel mentre anche la figura dell’influencer si è evoluta, quella del bookinfluencer forse con un po’ di ritardo rispetto ad altri settori. Perlomeno non è stata riconosciuta da subito. Nel 2013 non tutti gli editori capivano ad esempio cosa stessi facendo con un video Youtube, forse anche per quello decisi di aprire un blog più tradizionale, proprio per raggiungere un lettore meno propenso alle novità e più legato a un racconto più familiare.

Oggi dei libri si parla anche tra un piatto di pasta e un rossetto mostrato sempre su Instagram. Non credo sia negativo, l’importante è avere la consapevolezza di come la lettura sia in realtà un qualcosa di quotidiano. La stessa consapevolezza che ha affinato anche il panorama editoriale: è sicuramente difficile capire con precisione matematica quanto riesca a spostare in termini di vendite un blogger di libri, nonostante qualche strumento di monitoraggio ci sia.

Credo però che per influire sul mercato si debba abbracciare l’arte del racconto, la stessa che scatena il passaparola dei lettori. Ci si consiglia il libro che ci ha regalato emozioni forti, si racconta cosa abbiamo provato, cosa ci ha fatto scoprire quella lettura in particolare e così andiamo a interessare tutti coloro che si immedesimeranno nella nostra narrazione.

Questa operazione continua a essere una magagna quando c’è nebbia, disonestà intellettuale. In caso contrario può essere solo un valore aggiunto, una ricchezza tutta da creare tra lettori appassionati.

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Parlando quindi della claque del libro, pensi esista una “coscienza di classe” collettiva? Si può immaginare che un giorno questa diventi una vera e propria professione, con tanto di sigla sindacale? Oppure vige ancora il motto “ognuno per sé, si salvi chi può?”

Ormai le figure editoriali sono sempre più definite e chiare. Gli influencer possono essere collocati in una delle tante zone d’ombra, di ibridazione, di questo panorama. Da bookblogger trovo un po’ eccessiva l’idea di pensare anche solo lontanamente a questo ruolo come a una professione.

Anche perché non credo in un blogger che prende un compenso per parlare di determinati titoli, ricevere dei soldi ci sveste di quella libertà di pensiero e d’intenti che caratterizza la nostra trasparenza. Diverso sarebbe essere pagati per un progetto editoriale, tante sono le sfumature.

Credo che sia stato un grande traguardo riconoscere la valenza e il peso di queste figure, ne sono un esempio le Classifiche di Qualità de L’Indiscreto. Queste votazioni fatte da figure editoriali, scrittori e blogger (lettori forti) che ora possono esprimere un parere paritario rispetto altri tipi di critica. Sempre senza dimenticare la nostra amica consapevolezza, per la quale uno studioso di letteratura o un editor avrà sicuramente più competenze per poter fare un’analisi più oggettiva, ma non per questo la voce del blogger non deve partecipare a un tavolo di discussione.

Oggi a quel tavolo ci siamo seduti, nel mio caso lavorando anche per l’editoria, rappresento entrambe le figure e vi assicuro che a volte è complesso. Sigla sindacale? Forse per i bookblogger mi sembra esagerato, soprattutto quando ci sono figure editoriali molto più strutturare e competenti che ad oggi non sono ancora dovutamente tutelate e riconosciute.

Penso soprattutto al lavoro redazionale di un editore, molto spesso sottopagato (e non per volontà dell’azienda). Penso anche che prima bisognerebbe rafforzare un “sindacato” traduttori, troppo spesso abituati al “si salvi chi può” al quale avete fatto riferimento. Altri potrebbero essere gli esempi e, come si sarà capito, vedo altre priorità.

Lavorando anche in casa editrice, hai l’opportunità di osservare il mondo della comunicazione editoriale dall’interno ma anche dall’esterno. Cosa te ne sembra e che percezione ne ha chi lavora in redazione?

L’esterno è lo specchio delle idee che si coltivano in un ufficio. Non sempre si raccoglie tutto quello che si semina ma, budget e disponibilità permettendo, si va per tentativi e si cerca di migliorare tutto ciò che funziona.

La comunicazione cambia in maniera frenetica, non è una regola matematica e bisogna valutare sempre cosa succede fuori dalla finestra per adattarlo alle storie che stai raccontando, anche perché quelle storie sono sempre capaci di raccontare quel momento (senza troppe forzature).

Credo che ci siano realtà editoriali molto efficaci, solide (sempre da punto di vista comunicativo). Altre meno, ma capisco che non sempre si possa investire in figure competenti e si fa spesso l’errore di credere di poter far da sé. Cosa ci vorrà mai a fare un post su Facebook?

Fortunatamente lavoro per realtà editoriali che hanno ben presente l’importanza del mio ruolo e mi affianco di colleghi preparati. Gli stessi editori sono i primi ad essere curiosi, a cercare di capire come funziona un fenomeno nuovo. Tra capirlo e sfruttarlo al meglio c’è poi un abisso, ma anche in questo caso facciamo il massimo guardando ad esempio anche agli altri settori lontani dai libri, questi molto spesso sono avanti di molti anni rispetto alcune dinamiche comunicative e offrono tanti spunti creativi.

Nella scorsa edizione di Più libri Più liberi hai partecipato allo “speed dating” organizzato per far incontrare editori e influencer. Ce ne puoi parlare?

Durante l’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera Nazionale della piccola e media editoria di Roma, sono stato invitato per un progetto molto particolare che consisteva in uno speed date tutto editoriale. Dopo aver raccontato delle nostre preferenze letterarie ci è stata riservata una sezione della fiera nella quale ci è stata data l’opportunità di incontrare una ventina di editori per ciascuno.

15 minuti di tempo per raccontare la proposta editoriale, alcuni libri del catalogo e chiedere consigli su alcuni aspetti comunicativi e non. Questo mi ha permesso di scoprire informazioni del tutto inaspettate, un esempio? Immaginavo Gallucci come quell’editore che pubblica libri per i più piccoli e dopo l’incontro ho avuto modo di leggere Gli amori sospesi di Marion Fayolle.

In quel piccolo lasso di tempo mi avevano raccontato delle loro altre collane e così ho letto uno dei migliori graphic novel degli ultimi anni. Alla fine trovo sia stato un buon momento per creare degli spazi di incontro e conoscenza, questo piccolo investimento di tempo ed energie mi ha permesso di aprirmi a nuove realtà e di raccontarle al mio pubblico. Mi sembra una buona base da migliorare e analizzare.

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I do’s e don’ts del come si parla di libri: pensi che esista un’etichetta da seguire?

Credo che ognuno debba seguire il suo flusso, la sua propensione nel raccontare un libro. Ci sono però delle cose che sicuramente sconsiglio di fare. Trovo più utile leggere un parere personale su alcuni aspetti di un testo che un riassunto della trama che si può trovare su qualsiasi e-commerce.

Io, nel parlare di un titolo, cerco sempre di curare gli aspetti che mi interessano prima come lettore: mi interessa contestualizzare l’autore inserendolo in un contesto, in dei temi, in un tempo storico. Mi interessa il rapporto con terzi, con altri libri similari, uno sguardo forse più comparatistico che non dimentica però l’analisi della specificità di una voce.

Prima di lasciarci, considerando il momento difficile in cui stiamo vivendo come pensi che cambierà il mondo degli influencer finita l’emergenza? Potrebbe essere l’opportunità per un rinnovamento nella forma e nei contenuti?

Fare qualsiasi tipo di valutazione è molto difficile. C.S. Lewis disse che “il futuro è qualcosa che raggiunge tutti alla velocità di sessanta minuti l’ora, qualunque cosa tu faccia, chiunque tu sia”.

In questi giorni strani sto cercando di mettere in discussione questa visione, sono però convinto che prima dovremo osservare cosa sarà l’editoria una volta che la macchina dei libri si rimetterà completamente in moto. Temo che per cambiare alcune criticità non bastino sessanta minuti, ma ci adatteremo presto. Non so quanto cambieranno i contenuti, già ora sono molto diversi. Ho però una certezza: i libri sopravvivono sempre!

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