La morte di Vivek di Akwaeke Emezi: essere se stessi, quando il mondo non ti vuole

Dopo aver portato in Italia Acquadolce, Il Saggiatore ha scelto di pubblicare un nuovo romanzo di Akwaeke Emezi, voce di origini nigeriane, La morte di Vivek. Anche in questo caso, si tratta di una storia molto spirituale, che saggia e scardina i confini stretti del genere e dell’identità. Akwaeke ritorna – di nuovo nella traduzione di Benedetta Dazzi –con la sua prosa delicata e allo stesso tempo viscerale per raccontare una storia dolorosa, come lascia presagire già il titolo.

Vivek è il figlio di Chika e Kavita, l’unione di due culture apparentemente distanti. Lui è nigeriano, lei è indiana. Ma la sua nascita gioca su una mescolanza ben più grande, quella del mondo dei vivi e del mondo dei morti: lo stesso giorno in cui vede la luce il piccolo muore la nonna Ahunna, che come lui ha una cicatrice a forma di stella marina sul collo del piede. La storia di Vivek è la storia del microcosmo di Ngwa, in Nigeria, degli amici che gli stanno accanto e lo accettano per quello che è: Olunne, Somto, Elizabeth, Juju, il cugino Osita. Ed è la storia di una madre disperata, Kavita, che non riesce ad accettare la morte del figlio e che fa di tutto per riuscire a scoprire la verità. Cos’è successo a Vivek? Chi ha adagiato il suo cadavere in un panno, di fronte alla porta di casa? Perché lo hanno ucciso?

Ecco com’era nato Vivek, dopo la morte e dentro il dolore. Lo segnò, vedete, come quando si taglia un albero. Lo portarono in una casa riempita di sofferenza invalidante; la sua vita intera fu un cordoglio. Kavita non ebbe mai altri figli. «Basta lui» diceva. «Basta così.»

Vivek è il centro di gravità attorno a cui ruotano le storie di tante persone: amici, genitori, amanti, figli. Perfino quelle di chi non sembrerebbe avere nulla a che fare col ragazzo. È il caso di Ebenezer, il vulcanizzatore che lavora all’incrocio con Chief Michael Road, un uomo preoccupato dall’assenza di un figlio nella sua vita, vita che cambia per sempre il giorno dei tumulti al mercato. Il giorno in cui Vivek muore e lascia un vuoto incolmabile nella sua famiglia e nei suoi amici.

Sullo sfondo di questa tragica storia riusciamo a scorgere alcuni frammenti della storia della Nigeria. La morte di Abacha e la speranza nella voce di Chika per un futuro migliore, il coprifuoco e le continue rivolte che seguono la fine del capo di Stato, le borse Ghana-Must-Go, quelle degli immigrati ghanesi che durante gli anni Ottanta furono costretti a lasciare la Nigeria in fretta e furia, appena il tempo di riempire di effetti personali le borse dal pattern colorato, e le Nigerwives, comunità di donne che per svariati motivi vivono in un paese che non conoscono.

Nel romanzo è un continuo alternarsi di piani temporali e prospettive. Prima Vivek è vivo, poi è morto, prima il punto di vista è quello di Osita, l’amato cugino, poi fa capolino lo spirito del ragazzo assassinato, quasi con timidezza, come se dovesse scusarsi per l’intromissione. Un gioco di sguardi bello, chiaro, preciso, sostenuto da una scrittura armoniosa e altrettanto bella, chiara, precisa. Si incrociano tante storie, tante vite, una moltitudine che è poi quella che vive dentro Vivek, che è Vivek.

Raccontare di Vivek è anche raccontare di genere, di maschile e femminile, e di come queste due categorie siano troppo riduttive quando si parla di esseri umani. Lo sono per Vivek, lo sono per milioni di altre persone. In lui maschile e femminile si mescolano e danno vita a qualcosa di diverso, diverso che ancora una volta rimane incompreso, maltrattato, odiato. Anche in questo caso, Emezi sceglie di esplorare il tema soprattutto su un piano spirituale. Mentre in Acquadolce a dare concretezza alle sfumature che fanno parte dell’identità umana sono gli ọgbanje, gli spiriti che vivono nel corpo di Ada, che sono Ada, qui, ne La morte, fa le loro veci il legame soprannaturale che unisce Vivek alla nonna. Quella cicatrice che per potersi rigenerare esige la morte di Ahunna.

Non sono ciò che tutti pensano che sia. Non è mai stato così. Non avevo la bocca per tradurlo in parole, per dire ciò che non andava, per cambiare le cose che sentivo di dover cambiare. E ogni giorno era difficile, andare in giro e sapere che le persone mi vedevano in un modo, sapere che si sbagliavano, si sbagliavano in tutto e per tutto, che per loro il mio vero io era invisibile. Per loro non esisteva neanche.

Quindi: se nessuno ti vede, tu ci sei ancora?

La morte di Vivek, dolorosa, emozionante – è davvero difficile rimanere impassibili – è una storia sull’identità, sull’occupazione degli spazi negati, sulla libertà più importante di tutte: quella di essere se stessi. La lotta di Vivek – quella di essere visto, riconosciuto e rispettato per quello che è realmente – con una società e una famiglia biologica che non lo capiscono davvero, è una lotta estenuante, frustrante e pericolosa, che ancora molte, troppe persone si trovano a dover affrontare tutti i giorni in quasi tutto il mondo.

-Davide

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