#OpereDiBottega: Il Palio delle contrade morte

Il mese di settembre porta a conclusione la prima fase della challenge dedicata a Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Come ben sapete, #OperediBottega nasce per festeggiare la pubblicazione nella collana Meridiani (che quest’anno spegne cinquanta candeline) di Mondadori dei volumi dedicati a F&L e curati da Domenico Scarpa. Le Opere di Bottega potremmo leggerle dal prossimo mese, ma per il momento parliamo di un’altra opera di Fruttero e Lucentini, una che cade a metà della produzione letteraria dei due, Il Palio delle contrade morte.

Il romanzo venne pubblicato nel 1983 e catturò da subito l’attenzione del pubblico tanto che, soltanto un mese più tardi, fece la sua comparsa nella collana Oscar bestsellers. Alle storie di Fruttero e Lucentini, più che a quelle di qualsiasi altro scrittore o scrittrice, le etichette stanno strette, lo abbiamo già visto con L’amante senza fissa dimora, e anche, in minor parte con La donna della domenica. Il Palio delle contrade morte non fa eccezione, anzi per certi versi sfugge alle categorie ancora più violentemente. Nella storia, una coppia di coniugi milanesi, l’avvocato Maglioni e la moglie Valeria, finiscono per trovarsi, costretti da una tempesta di dimensioni bibliche, di fronte a una villa misteriosa dove sei individui fuori dal tempo sono riuniti a consesso in occasione del Palio, che si terrà di lì a pochi giorni. I due sono uniti da una di quelle relazioni come se ne vedono tutti i giorni, non particolarmente avvincenti ma che almeno in apparenza sono appagate nella loro tediosa normalità.

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La prima edizione de Il palio, 1983, e la nuova edizione con postfazione di Stefano Bartezzaghi.

Il volume, che Mondadori ha di recente ripubblicato nella collana Oscar Moderni, è accompagnato dalla postfazione di Stefano Bartezzaghi. Ed è stato con piacere che abbiamo constatato come la scena del temporale e dell’arrivo dei due coniugi alla villa abbia richiamato alla mente del giornalista e scrittore italiano lo stesso immaginario che è venuto in mente anche a noi, ovvero la scena del The Rocky Horror Picture Show in cui Janet e Brad arrivano al maniero del dottor Frank-N-Furter. Ed è fra l’altro plausibile pensare che Fruttero e Lucentini abbiano visto il film in questione e ne siano stati influenzati, dal momento che il musical risale al 1973 mentre la trasposizione cinematografica al 1975.

E quando, dopo altri due o trecento metri di giravolte e scossoni, arrivarono al vasto spiazzo in cima alla collina, notò subito il lastricato di pietra, una balaustra, una fila di piante di limone in vasi di coccio, e pensò per una frazione di secondo, ma guarda questi, altro che ristorante, sono già arrivati al grandhotel!

Poi guardò la fattoria, che nel chiaroscuro della pioggia era diventata una villa coperta per metà da rampicanti, con finestre a bifora, una nobile loggia, statue grigie, grigi stemmi murati nell’intonaco, e si rese conto che avevano sbagliato posto.

Sempre nella postfazione viene citata anche una recensione al romanzo firmata da Italo Calvino e uscita sulla Repubblica del 13-14 novembre 1983 con il titolo Se un fantasma corre il Palio. Lo scrittore, amico dei due, con i quali aveva in comune la Francia e Roccamare, nella sua recensione parla di ghost stories e romanzo gotico, della rappresentazione della banalità e delle difficoltà che questo obiettivo narrativo si pone. In realtà se c’è qualcosa che Fruttero e Lucentini riescono a fare, e a farlo con maestria, è rappresentare la banalità e il quotidiano all’interno di un tessuto e una trama narrativi che sono tutto fuorché banali. Ma la questione è complessa e bisognerebbe leggere attentamente i romanzi di F&L e la recensione di Calvino per comprenderne tutte le sfumature.

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Le contrade morte, o soppresse, qui rappresentate con gli stemmi araldici.

Ne Il Palio delle contrade morte Fruttero e Lucentini decidono nuovamente di sperimentare, di fare qualcosa di nuovo. Ma non qualcosa di fine a stesso e di una raffinatezza astrusa e autocompiacente. Un vero e proprio gioco a partire da quella che sembra essere, almeno inizialmente, il motore della vicenda, una relazione che finisce – in perfetta antitesi con L’amante senza fissa dimora.  La coppia di scrittori prende in giro la coppia sposata, con un acume bonario come solo loro sanno fare. Ma quello che più di tutto prendono in giro – e qui ci avviciniamo al vero tema del romanzo – è la tradizione. Cos’è la tradizione se non lo studio di una serie di regole e rituali che sì, all’inizio hanno un significato ben preciso, ma che poi si perde e diventa qualcosa di meccanico, simile a una sterile tifoseria?

Ma poi, andando avanti con la storia, è chiaro che si sta scavando più a fondo, che anche lo studio della tradizione da solo non è il punto centrale del romanzo. Quello che viene messo in atto ne Il Palio delle contrade morte è la gara, espressa nella forma del Palio, tra modernità e tradizione, e, ancora di più, tra realtà e irrealtà. Cos’è il reale? Cos’è l’irreale? Sono davvero incompatibili? La coppia riesce a esplorare tutti questi aspetti in poco più di centocinquanta pagine e con una storia che ricorda i romanzi gotici, anche se solo in parte.

Questa è dunque la sorte, a Siena. Meno augusta del Fato, meno paurosa del Destino, più elegante del caso, più seria della fortuna, la sorte ha trovato qui una sua misura familiare, tutti la nominano con affettuosa rassegnazione, ne parlano come di una parente bizzarra che si è costretti a tenere in casa. È la diciottesima contrada, l’undecimo cavallo che scatta invisibile dai canapi di partenza.

Il palcoscenico scelto dai due questa volta è Siena, una città molto amata specialmente da Fruttero – molti erano gli amici che ci vivevano – ed era solo questione di tempo prima che diventasse scenario ideale di uno dei loro romanzi. E forse ci ha messo lo zampino proprio la sorte, quella impalpabile forza che tira i fili del Palio e che sembra governare una città apparentemente caotica e senza senso logico.

 

-Davide & Marco

 

 

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