Torino magica: intervista a Vittorio Del Tufo

Di libri che parlano di città e letteratura e degli incroci tra realtà e finzione narrativa ce ne sono tanti. Tutti diversi l’uno dall’altro, ciascuno col proprio taglio e con una particolare angolazione. Con Torino magica (Neri Pozza), Vittorio Del Tufo esplora la città sabauda tramite uno sguardo attento alla storia e al fact checking, oltre che all’anima nera e misteriosa dell’agglomerato urbano più magico d’Italia. Il giornalista, che vive e lavora a Napoli, si era già lasciato affascinare dallo spirito esoterico della sua città: per Neri Pozza, infatti, è stato pubblicato anche un altro volume, Napoli magica.

Con un tono a metà tra la narrazione tradizionale e l’inchiesta giornalistica, Vittorio Del Tufo cammina per le vie di Torino nello spazio e nel tempo. Quello che costruisce è un ritratto in cui storia e folklore si mescolano e lasciano spazio all’immaginazione del lettore. Qui di seguito trovate alcune domande che abbiamo avuto la fortuna di porre all’autore, in una fitta corrispondenza telematica.

Partiamo alla lontana. Per dedicare un libro intero a Torino devono esserci una passione e un legame particolari per questa città. Dove nasce questa passione e quali sono le radici di questo legame?

La memoria dei luoghi è ciò che attira da sempre la mia attenzione. Mi attira il volto nascosto delle città, la loro geografia segreta. Che è fatta di strade, di memorie, di volti, di storie, di labirinti e di abissi. Era inevitabile che dopo Napoli magica, che ho scritto con Neri Pozza e mi ha regalato enormi soddisfazioni, cercassi altre città altrettanto ricche di storia e di mistero di cui occuparmi. La scelta è caduta subito su Torino.

A questo punto viene spontanea un’altra domanda, da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro sulla Torino magica, in bilico tra mito e storia?

Torino è una città che nasconde più di quanto non mostri. C’è una Torino solare (il Po, la chiesa della Gran Madre, le colline che portano a Superga, piazza Vittorio Veneto che ispirò De Chirico) e c’è una Torino nascosta, notturna, silenziosa. Buia. La conosciamo meno, schizza via al nostro sguardo, non si lascia afferrare. Ma poi, ogni tanto, dalla nebbia che avvolge i palazzi e le strade, ecco riemergere il passato. E, con il passato, storie in bilico tra realtà e leggenda. Ho sempre amato molto raccontare queste storie, indagare sul passato e sui grandi misteri del passato. Inoltre Torino ha sempre esercitato su di me un fascino particolare per il fatto di essere legata ad entrambi i “triangoli” del mondo della magia: sia a quello della magia bianca, che comprende anche Lione e Praga, che a quello della magia nera, insieme a San Francisco e Londra.

Immaginiamo che il lavoro di ricerca che hai dovuto portare avanti sia stato imponente. Basta dare un’occhiata alla tua bibliografia. Come hai svolto questa attività? Ci sono state delle informazioni particolarmente difficili da reperire?

Quando conduco questo genere di lavoro non v’è centimetro della mia casa che non sia occupato da montagne di carte, note, testi, riferimenti bibliografici e piante topografiche. Dopo aver studiato, e a lungo, mi reco nei luoghi per cercare riscontri, dettagli e nuovi particolari. Le informazioni di carattere storico, in particolare, vanno maneggiate con cura attraverso una rigorosa attività di verifica e di confronto tra fonti diverse.

Per scrivere il tuo libro, ti sei dedicato a un’esplorazione intensiva della città fisica o ti sei basato principalmente sulla ricerca e sui tuoi ricordi ed esperienze pregresse?

Ricordi direi proprio di no. Piuttosto molte esplorazioni sul campo partendo da uno studio molto solido delle materie che, di volta in volta, ho deciso di affrontare. Giocando, per così dire, su livelli temporali molto diversi. Per conoscere davvero una città occorre attraversarla nello spazio ma soprattutto nel tempo.

Nel tuo libro esplori miti e leggende molto diversi tra loro. Si parte dall’Antico Egitto per arrivare a omicidi insoluti o particolarmente raccapriccianti, da Dario Argento agli avvistamenti di UFO sul monte Musinè e a Damhanur – comunità per la quale nutriamo una forte fascinazione – ma c’è anche tanta storia. In che modo pensi che mito e storia dialoghino a Torino? Quanto c’è di vero nella più strampalata delle storie?

Mito e storia dialogano contemporaneamente. “La leggenda è il rumore che sta sotto la storia. A volte è un canto, a volte un grido, a volte un suono stridente”, ha scritto Andrea Carandini. E il grande Benedetto Croce diceva che con le fiabe si apre il mondo della poesia e con le leggende quello della storia. Non a caso il filosofo ha intitolato il suo libro più bello Storie e leggende napoletane. E nelle più strampalate delle storie, e delle leggende, c’è sempre un fondo di verità. Torino, al pari di Napoli, ha un substrato mitico e misterico molto forte.

Torino è una città molto divisiva. O la si ama o la si odia. Forse anche questo fa parte del suo fascino, non ci sono mezze misure. Quale aspetto leggendario o storico ti ha affascinato particolarmente?

Certamente l’origine della “leggenda nera” di piazza Statuto, il mistero del Graal e delle Grotte Alchemiche. Sul piano più strettamente storico, la meravigliosa epopea del Risorgimento con i meravigliosi personaggi che hanno calcato, in quegli anni, il palcoscenico della città. A loro ho dedicato un intero capitolo del mio libro, “I conciliaboli degli eroi”.

Una delle sezioni più densamente ancorate alla realtà è quella dedicata alla casa editrice Einaudi e ai grandi scrittori che l’hanno resa celebre. Quale pensi che sia il debito della città nei confronti dello Struzzo?

Enorme. Come enorme è il lascito dei grandi scrittori dei quali ho provato a ricostruire, brevemente, le biografie. Da Primo Levi a Natalia Ginzburg, da Italo Calvino a Cesare Pavese. Tutti, in un modo o nell’altro, hanno subito il fascino di questa città malinconica, austera, fascinosa, tanto nostalgica e rivolta al passato quanto protesa verso la modernità. Ho cercato anche di indagare sulla sottile linea di confine tra la realtà e l’immaginazione, tra la vita e la scrittura. E sull’influsso negativo che, in alcuni casi, le atmosfere particolarissime di Torino potrebbero aver avuto su alcuni grandi scrittori. Cito un passaggio del libro dedicato a Kafka: “Il 4 settembre del 1911 Franz Kafka era in treno, diretto in Italia. Gli avevano consigliato di visitare Torino in occasione della Grande Esposizione Universale che si svolgeva in quei mesi nel capoluogo piemontese, per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. Un brivido dovette percorrere la schiena del grande scrittore boemo, perché all’improvviso scrisse sul suo diario una frase misteriosa: «Non andare a Torino. A nessun costo». E infatti a Torino l’autore del Processo non arrivò mai, preferendo rifugiarsi nella più tranquillizzante Milano”.

Abbiamo notato con piacere che tra i tanti romanzi che citi ci sono anche L’uomo dai piedi di fauno di Vasco Mariotti e Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria. Questi due romanzi rappresentano bene la Torino maledetta. In cosa pensi che consista questa maledizione?

Molti fattori – storici e culturali – hanno contribuito ad alimentare la leggenda di Torino “città diabolica”. Bisogna dire che i torinesi non ne possono più di veder additata la propria città come la capitale internazionale della magia nera, del satanismo e altre cianfrusaglie da Medioevo più buio. Non ne possono più, come spiego nel libro, di sentir parlare di sette segrete, raduni luciferini e messe nere; ne hanno le scatole piene del Maligno e di Belzebù, e della facile paccottiglia che continua a far presa su menti deboli, o malate, tuttora convinte dell’esistenza di schiere di demoni intenti a scavalcare le severe mura sabaude. Forse, però, dovrebbero prendersela in primo luogo con le autorità ecclesiastiche, che periodicamente, e ai livelli più alti, tirano in ballo il demonio attribuendogli una certa consuetudine con la città della Mole. La verità è che Torino è una città straordinariamente ricca di simboli, di archetipi, di storia, di memorie – e perciò straordinariamente complessa – definita ingiustamente dalla stampa mondiale, a caccia di banali semplificazioni, una città “diabolica”. Nulla di più simile a uno stereotipo. Ma Torino (in questo, esattamente come Napoli) è una città dove gli stereotipi, e le semplificazioni, non sono più consentiti.

Abbiamo citato De Maria. Il ruolo delle statue nel romanzo ci fa venire in mente una domanda dal tono più frivolo. C’è una statua o un monumento a Torino che ti affascina particolarmente? Perché?

L’angelo alato che svetta sulla sommità del monumento dedicato al Frejus, in piazza Statuto. È raffigurato nella copertina del libro. Si dice sia il Genio della Scienza, che vince sulla forza bruta e celebra il progresso: per gli amanti del mistero quell’angelo è Lucifero, l’angelo ribelle, la cui mano protesa sembra voler fermare i corpi morenti (i Titani) che si trovano sotto di lui. Sembra voler dire loro: non potete raggiungermi, non potete raggiungere il vero sapere. In realtà quel monumento – straordinario e inquietante – mi ha sempre fatto pensare ai corpi dei minatori che persero la vita nelle viscere della terra per costruire il traforo.

Considerando la quantità di storie che sono dedicate alla città di Torino quale pensi che sia, o quali pensi che siano, i romanzi che meglio rappresentano la sua essenza?

Tanti, ma mi limito a citarne uno. La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Dal mio (personalissimo) punto di vista, il romanzo perfetto.

Oltre a Torino magica, sempre per Neri Pozza, hai scritto anche Napoli magica e ogni tanto la città campana fa capolino tra le pagine del tuo libro. In che modo dialogano le due città, Torino e Napoli? Hai mai pensato di scrivere un libro che ne esplorasse il legame?

Torino e Napoli sono due città molto diverse, che hanno tuttavia un rapporto strettissimo con la memoria dei luoghi e con la dimensione del mito, della leggenda. Questo, per certi versi, le rende simili. Certamente Torino non è una città stratificata come Napoli. Mi riferisco agli accumuli storici, architettonici, urbanistici. Napoli, da quel punto di vista, è insuperabile. Torino e Napoli hanno anche un altro punto in comune: sono entrambe città che soffrono gli stereotipi, i luoghi comuni.

Se puoi fare qualche anticipazione, hai in mente di scrivere di altre città magiche?

Ovviamente sì. Studiare le città, le loro stratificazioni, il loro passato, le loro leggende, è la mia passione. E credo che, dopo Napoli e Torino, sia venuto il momento di guardare anche fuori dall’Italia.

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